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Il mondo del vino discrimina le donne?

Il mondo del vino discrimina le donne?

Dopo lo scandalo per molestie sessuali alla corte dei Masters Sommelier Usa, pubblichiamo una riflessione di Cesare Pillon sulle disparità tra uomo e donna nel nostro settore. Il cammino verso la parità di genere pare ancora costellato da zone d’ombra.

Fa un certo effetto scoprire che lo studio del vino può essere usato come esca per estorcere alle donne favori sessuali. E difatti, quando negli Stati Uniti le giovani allieve che frequentavano i corsi della Court of Masters Sommelier hanno rivelato di essere state oggetto di molestie e ricatti (come abbiamo raccontato qui), la reazione è stata immediata: Devon Broglie, presidente della Court, è stato costretto a dare le dimissioni e 12 sommelier docenti, sospesi dall’associazione, sono stati sottoposti a inchiesta giudiziaria.

L’esclusione dai simposi

La scandalosa vicenda, che le vittime hanno trovato il coraggio di denunciare grazie all’appoggio del movimento Me-Too, dimostra che il rapporto delle donne con il vino è visto ancor oggi, da una parte della popolazione maschile, secondo uno schema che risale ai tempi dell’antica Grecia, quando le signore perbene non potevano partecipare al rito del simposio, di cui il vino era protagonista, mentre a frequentarlo erano le etére, di moralità molto meno rigorosa, che lo allietavano bevendo, suonando e danzando.

Divieti ai tempi dei Romani

Ma negli 8 mila anni di storia che il vino ha alle spalle si è anche visto a quali estremi può arrivare questa distorta concezione: Romolo, il leggendario fondatore di Roma, aveva autorizzato i suoi concittadini a punire con la morte la moglie in due casi: se aveva commesso adulterio o se aveva bevuto vino. In realtà il rischio paventato era uno solo: il divieto del vino alle donne era dettato dal timore che bevendolo esse perdessero il controllo e si concedessero ad altri. Se il maschio italiano d’oggi non è riuscito a eliminare del tutto questo timore, è inevitabile che si senta smarrito.

Più consumatrici e più donne sommelier

La situazione si è capovolta: a bere vino sono sempre meno uomini (l’anno scorso erano 64 su 100, mentre nel 2014 erano quasi 66) e sempre più donne (passate negli stessi cinque anni da 38 a 40 su 100). Prima o poi è possibile che arrivino al sorpasso, ma già adesso, nei supermercati, sono loro ad acquistare il 67% del vino. E sono bevitrici sempre più consapevoli: «Il 20% dei sommelier, in Italia, è attualmente di sesso femminile», spiega Giuseppe Vaccarini, che fu campione mondiale della categoria nel 1978 e presiede l’Aspi, Associazione della sommellerie professionale italiana. «È vero che in Svezia le donne sommelier sono più numerose degli uomini, ma da noi questo risultato è stato raggiunto in una ventina d’anni partendo da zero».

Difficile vincere concorsi

Qualche zona d’ombra c’è però, ammette, nel cammino verso la parità di genere: si può capire, anche se è ingiusto, che le donne sommelier siano spesso costrette ad abbandonare l’attività enoica perché incompatibile con i loro impegni familiari, ma dà invece da pensare il fatto che quasi mai si siano affermate al primo posto nei concorsi, come è invece accaduto nel 2020 alla senese Carlotta Salvini, numero uno della Federazione italiana Fisar.

Paura che siano più brave?

A frenare la loro ascesa alle posizioni più importanti nel mondo del vino è stato probabilmente l’inconfessabile timore dei maschi che le donne si rivelino più in gamba di loro e finiscano per conquistare tutte le posizioni di potere. Timore più che giustificato: ricerche scientifiche pare abbiano dimostrato uno sviluppo più accentuato dell’olfatto femminile, e il naso è uno strumento di fondamentale importanza non soltanto per chi analizza e giudica il vino ma anche per chi lo fa.

Le enologhe sono una rarità

«Veder nascere un vino assecondando la natura», sottolinea un’enologa di talento come Barbara Tamburini, «condurlo verso il traguardo della bottiglia, scoprendo le infinite sensazioni organolettiche che via via si manifestano, sono emozioni in linea con l’emotività femminile». Non se ne trova conferma, però, nel numero delle donne che fanno parte di Assoenologi, l’associazione che riunisce circa il 90% degli enologi ed enotecnici italiani: su 4.950 iscritti sono 539, meno dell’11%.

La prima consigliera nazionale Assoenologi

È vero che prima del 1991, quando fu istituito il corso di laurea per enologi, che le ha incoraggiate a indirizzarsi verso questa professione, non arrivavano nemmeno al 4% e 15 anni fa erano ancora al 6%. Ma qualcosa si muove: per la prima volta una di loro, Daniela Pesce, che dirige un’importante Cantina sociale, la Maranzana, è diventata consigliera nazionale di Assoenologi. Ma è appena successo, perché è stata eletta presidente della sezione Piemonte nel febbraio del 2020. La realtà è che le donne, come consumatrici, sono l’altra metà del vino, come enologhe neanche la metà della metà.

Crescono le produttrici

E come produttrici vinicole? Pressoché inesistenti fino agli anni ’80 (lo diventavano da vedove), sono emerse rapidamente, dimostrandosi imprenditrici talmente abili ed efficienti che oggi guidano il 28% delle aziende e secondo un’indagine del Censis la loro gestione ne ha determinato un aumento del valore aggiunto che si aggira intorno al +7%.

Le Donne del vino

Come al solito, la loro presenza tra i dirigenti dei Consorzi di tutela è esigua (non più del 10%), ma loro hanno avuto la lungimiranza di creare fin dal 1988 un organismo rappresentativo che ha saputo conquistarsi credibilità e autorevolezza presso l’opinione pubblica: l’associazione Donne del vino, che conta circa 900 iscritte e riunisce trasversalmente vignaiole, enologhe, sommelier, ristoratrici, giornaliste. È per questo che per farsi ascoltare non hanno bisogno di scalare posizioni di prestigio negli enti ufficiali in competizione con i maschi: quando parla la loro associazione parla l’altra metà del vino.

Foto di apertura di R. Steinmann per Pixabay

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© Riproduzione riservata - 08/01/2021

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