Scienze Scienze Riccardo Oldani

Diradare e irrigare per contrastare il clima che cambia

Diradare e irrigare per contrastare il clima che cambia

Modulando i due trattamenti in un vigneto di Cabernet, una ricerca in California, condotta dall’Università di Adelaide, è riuscita a contrastare gli effetti negativi di un clima troppo secco per ottenere un corretto equilibrio tra zuccheri e composti che influiscono su colori e profumi. Con il ruolo fondamentale di un giovane ricercatore italiano.

I cambiamenti climatici, e il riscaldamento globale in particolare, hanno effetti diffusi  sulle attività umane. In alcuni casi particolarmente eclatanti, come nella disastrosa alluvione che ha colpito Germania, Belgio e Olanda, causata secondo i meteorologi dal fatto che l’aumento della temperatura media sulle zone temperate innesca un fenomeno di incremento dell’umidità dell’atmosfera. E questo, a sua volta, si traduce in precipitazioni estremamente abbondanti e violente.

Maturazione anticipata

In viticoltura un fenomeno sempre più frequente, determinato dai picchi di calore e dallo stress idrico connessi al riscaldamento del clima, è la maturazione dell’uva in tempi più brevi del normale. Aspetto che può avere effetti negativi sulla qualità del vino. Perché, se pur accelera la produzione di zuccheri, con conseguenze sui livelli di alcol che suggeriscono sempre di più di anticipare le vendemmie, d’altro canto limita il completo sviluppo nelle bacche di sostanze direttamente legate a colori e profumi. Spinto all’estremo questo fenomeno potrebbe portarci a vini sempre più alcolici e sempre meno complessi.

Un esperimento in vigna

Di fronte a questa nuova situazione si ragiona su molti aspetti. C’è chi propone di sostituire i vitigni coltivati tradizionalmente con altri più adattati a climi caldi e siccitosi. Ma non sempre questa soluzione è possibile. È quindi interessante una ricerca, condotta in California da esperti dell’Università di Adelaide, che ha provato a modulare due diversi tipi di interventi in vigna: il diradamento dei grappoli e l’irrigazione. L’obiettivo è prolungare i tempi di maturazione e consentire così il raggiungimento di concentrazioni adeguate di composti volatili, come monoterpeni e norisoprenoidi, e al tempo stesso la riduzione di sostanze che determinano l’aroma di verde. La maturazione ritardata, inoltre, può avere un impatto positivo nel “potenziare” il contenuto di fenoli, antociani e pigmenti che hanno un ruolo importante nella colorazione del vino.

Primi esiti dello studio

Lo studio, pubblicato sul “Journal for Agricultural and Food Chemistry” è interessante per una serie di motivi. È stato condotto con grande rigore, ed è riuscito a ritardare di ben tre settimane la maturazione dell’uva nel vigneto californiano utilizzato per l’esperimento. Questo, ubicato nella zona di Lodi, dedicata a produzioni di pregio, è di proprietà di Gallo Winery, che ha in parte finanziato lo studio insieme con il governo australiano. Sia il produttore che le istituzioni “down under” sono particolarmente attenti all’impatto dei cambiamenti climatici sulla produzione vinicola.

Un italiano in California

Infine, responsabile dello studio è un giovane italiano, Pietro Previtali, che sta terminando il suo dottorato di ricerca all’Università di Adelaide, dopo essersi laureato a Milano in Viticoltura ed Enologia, aver conseguito la laurea magistrale nella sede di Asti dell’Università di Torino e aver compiuto un periodo di studio in Germania all’Università di Geisenheim, rinomata per i suoi corsi in viticoltura ed enologia.

Un esperimento significativo

Lo abbiamo raggiunto per farci raccontare il lavoro. Lo ha definito «entusiasmante. Mi ha consentito di lavorare su un tema che mi appassiona molto, quello dei meccanismi che regolano la fisiologia della vite. In particolare l’obiettivo di questo lavoro era indagare sulla capacità della pianta ad adattarsi a pressioni ambientali particolari. In natura la vite ha una finalità diversa da quella per cui viene coltivata in vigneto. Deve produrre semi e fare in modo che questi si disperdano. Gli zuccheri e gli aromi che si accumulano nella bacca sono quindi il “premio” che la pianta offre a quegli animali che si assumono il compito di agevolarne la diffusione i semi».

Alla ricerca di un equilibrio

In una situazione “equilibrata” dal punto di vista climatico, nella bacca si realizza anche un equilibrio tra zuccheri e composti legati a colori e aromi. Quando le condizioni sono particolarmente secche le cose si complicano e diventano più difficili da capire per i ricercatori.
«Noi abbiamo lavorato con uve Cabernet», dice Previtali, «modulando in modo diverso diradamento dei grappoli e irrigazione per ottenere diverse cinetiche di accumulo delle sostanze nelle bacche e valutarle. In particolare siamo stati molto attenti all’uso dell’acqua nell’irrigazione di soccorso, perché comunque sia in California che in Australia esistono problemi di disponibilità idrica».

I risultati sul Riesling

In una ricerca precedente Previtali aveva valutato gli stessi interventi anche sul Riesling.
«A livello di esperimento, dosando bene diradamento e acqua, siamo riusciti a spingere il ritardo nella maturazione dei grappoli fino a tre settimane, anche se per ottenere un corretto equilibrio tra zuccheri e metaboliti secondari nella bacca non è necessario spingersi così in là».

Capire quando la vite ha bisogno di bere

La ricerca aveva anche lo scopo di capire esattamente i momenti in cui le piante avevano bisogno di acqua per effettuare le irrigazioni in modo mirato, quasi vite per vite, applicando concetti tipici dell’agricoltura di precisione.
«Una volta», osserva Previtali, «il piccolo produttore conosceva le sue viti una a una e sapeva come trattarle singolarmente. Oggi queste nuove tecniche, basate sulle misurazioni e sul monitoraggio costante del vigneto, consentono di applicare su larga scala quegli stessi principi di viticoltura antica».

Ritorno in Italia

I risultati del lavoro fatto in California sono certo utili.
«Andranno seguiti da altre ricerche», dice lo studioso italiano, «per capire ancora più nel dettaglio che cosa avviene nelle bacche in situazioni di stress climatico». I produttori possono già trarne indicazioni pratiche, ma capire come modulare alla perfezione gli equilibri delle varie sostanze dentro gli acini è ancora un “work in progress”. A livello personale, per Previtali, l’esperienza del dottorato in Australia, pur se condotta in parte in tempi di Covid, «è stata preziosa. Mi ha dato conoscenze che spero un giorno di portare in Italia, per prendere un bel vigneto e fare del buon vino, senza dimenticare tutto quello che ho imparato».

Foto di apertura: vigneti in California. Qui i cambiamenti climatici stanno producendo effetti misurabili sulla viticoltura. Un esperimento condotto dall’Università di Adelaide e finanziato in parte da Gallo Winery ha cercato di indagarli © T. Mossholder – Unsplash

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© Riproduzione riservata - 27/07/2021

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