Scienze Scienze Riccardo Oldani

Dentro i segreti del vino dei Romani

Dentro i segreti del vino dei Romani

Tre anfore ritrovate in mare nel 2018, a San Felice Circeo, sono state studiate con tecniche innovative da un team di studiosi italo-francese. I risultati indicano aspetti particolari e affascinanti dei vini che contenevano e dei catrami usati per impermeabilizzarle, che avevano anche una funzione aromatica.

Per gli antichi Romani il vino era onnipresente, parte integrante dell’economia, della dieta e della cultura. Sono infiniti i reperti di anfore vinarie o di altri contenitori usati per la conservazione e il consumo giunti ai giorni nostri; altrettanto sconfinata è la produzione di analisi e di studi che li riguardano. Le tecnologie di indagine sempre più sofisticate consentono ogni volta di aggiungere qualche tassello alla comprensione di come fosse davvero il vino consumato dagli antichi Romani.

Tre antiche anfore

Un ulteriore indizio arriva da una ricerca condotta da studiosi dell’Università La Sapienza di Roma in collaborazione con colleghi francesi dell’Università di Avignone e con la Sovrintendenza all’Archeologia, Belle Arti e Paesaggio delle provincie di Frosinone e Latina, nel Lazio. Lo studio, pubblicato in un articolo open source sulla rivista scientifica Plos One, riguarda tre anfore rinvenute a San Felice Circeo, nel 2018, in un’area sommersa. Si tratta di reperti databili dalla seconda metà del II secolo a.C. (intorno al 140-130 a.C.) alla metà I secolo a.C. Dei tre antichi contenitori, abitualmente usati dai Romani per contenere vino, è stato studiato lo strato di impermeabilizzazione interna con tecniche di gas cromatografia e di spettrometria di massa.
Questi strumenti di indagine consentono di individuare le sostanze chimiche presenti in un composto e hanno fornito informazioni interessanti, sia sul modo in cui si realizzò il rivestimento impermeabile interno sia sulle tipologie di vino contenute.

Vini e vitigni

Partiamo da queste ultime. Le analisi hanno individuato tracce di acido tartarico e di acido malico, a indicare che il contenuto era un derivato dell’uva e aveva subito la fermentazione malolattica tipica del vino. Tracce di acido piruvico, che si produce spontaneamente da questo tipo di fermentazione, hanno poi confermato definitivamente questa indicazione. Ulteriori analisi hanno stabilito che dei vini contenuti uno era rosso e uno era sicuramente bianco.
Micro-residui solidi hanno consentito poi ai ricercatori di risalire anche con una certa approssimazione al tipo di uva utilizzata; sicuramente autoctona, grazie all’individuazione di frammenti di polline identici ad altri più antichi, rinvenuti in precedenza nella vicina zona di Rignano Flaminio. Alcuni di questi pollini avevano tratti tipici di una forma dioica della pianta. La dioicia è una caratteristica della vite selvatica, ma può essere conservata anche da varietà all’inizio della fase di domesticazione da parte dell’uomo. Quindi gli studiosi non hanno potuto stabilire con precisione se le uve usate per produrre i vini delle anfore fossero selvatiche o coltivate. Questo li ha portati a formulare tre diverse origini per i prodotti contenuti.

vino Romani
I pollini trovati nelle tre anfore di San Felice Circeo (E, F, G, H e I, J) hanno caratteristiche molto simili a quelli antichi rinvenuti a Rignano Flaminio (A, B) e a quelli della vite selvatica che ancora oggi cresce nel Lazio (C, D, esemplari colti a Tivoli). Da questa analisi gli autori dello studio deducono l’origine autoctona delle uve usate per produrre i vini di cui hanno rilevato le tracce. © https://doi.org/10.1371/journal.pone.0267129.g003

Tre ipotesi al vaglio

La prima è che i vini delle anfore fossero prodotti con un mix di uve coltivate e di uve selvatiche. Questa pratica è documentata da Plinio nella sua Naturalis Historia e associata a un territorio in cui la domesticazione della vite è nella sua fase iniziale.
La seconda ipotesi è che le varietà usate fossero coltivate, pur se dioiche, come avviene ancora oggi con alcuni vitigni; per esempio il Moscato rosa, il Picolit o il Lambrusco di Sorbara, le cui uve sono prodotte da piante femminili caratterizzate da pollini sterili, simili a quelli trovati nelle anfore.
Oggi i vini da uve di questo tipo sono considerati pregiati, perché le piante hanno una produttività più bassa. Può quindi darsi che anche quelli contenuti nelle anfore di San Felice Circeo fossero prodotti di alta qualità. Una terza ipotesi è che nelle anfore ci fossero derivati del vino che i Romani amavano consumare, come il “defrutum”, che si sottoponeva a cottura, o il “mulsum”, dolcificato. I pollini e le tracce botaniche trovate dai ricercatori sarebbero compatibili con la presenza di “oenanthium”, un vino ottenuto macerando nel mosto fiori di vite selvatica e apprezzato per le proprietà medicinali.

L’impermeabilizzazione interna

Interessante anche l’analisi dello strato di impermeabilizzazione interna delle anfore; è stato realizzato con catrame di legno di pino, che sicuramente aveva anche la funzione di aromatizzare il contenuto. Sembra, in questo caso, che ci sia stata una ricerca particolare da parte dei produttori dell’epoca, perché, pur essendo impossibile l’esatta determinazione della specie botanica utilizzata, gli studiosi indicano con certezza che i pini usati come materia prima provenissero da zone montane. Con ogni probabilità erano quindi stati appositamente importati per quell’utilizzo. Plinio, sempre nella Naturalis Historia, conferma che l’uso di pino mugo, specie montana, era assai apprezzato nella produzione dei catrami per le anfore, perché più ricco di resina e quindi più aromatico.

Foto di apertura: antiche anfore romane. Questi contenitori in terracotta erano largamente usati per la conservazione e il trasporto interno, dopo un processo di impermeabilizzazione interna. Foto Stefan © Schweihofer – Pixabay

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© Riproduzione riservata - 27/07/2022

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