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Così le Cantine combattono la crisi di liquidità

23 Settembre 2020 Matteo Forlì

Dal merito creditizio al pegno rotativo. Fino all’apertura al mercato di capitali. Gli strumenti per le aziende in cerca di nuovi fondi. Castagnetti (Management DiVino): «Il primo passo è aumentare la managerialità».

Export con il freno a mano, stock significativo di vino invenduto in cantina, ritardi nei pagamenti con l’Ho.Re.Ca. azzoppato dal lockdown e bilanci appesi all’ossigeno, centellinato, dei contributi europei a fondo perduto. Alle prese con la vendemmia 2020, il settore vitivinicolo nel post-Covid respira a fatica e l’accesso al credito bancario diventa un aspetto centrale per la sopravvivenza alla crisi di liquidità.

Meno vendite, meno incassi

Un’accurata radiografia traspare dalla ricerca di Management DiVino, brand di consulenza del settore creato dalla veronese Studio Impresa, intitolata “Studio sull’impatto della crisi da Covid sui bilanci delle cantine”. «Abbiamo condotto un’indagine su 618 aziende vinicole, in pratica tutte le cantine italiane che hanno superano i 3 milioni di euro di fatturato», ci racconta l’ideatore del progetto e direttore del Centro Studi, Luca Castagnetti. «L’analisi ha mostrato criticità sulla stabilità patrimoniale a fronte dei cali nelle vendite, dei mancati incassi e delle dimensioni importanti dei magazzini».

Enoturismo e ristoranti frenano

Le cantine sono tra i settori più colpiti da un turismo coi rubinetti chiusi: direttamente – con il calo dell’enoturismo, il comparto con più marginalità – e indirettamente – con la ristorazione ripartita a singhiozzo.
Un importante intervento finanziario è fondamentale per evitare la svalutazione del prodotto, dall’uva al vino sfuso, che era già in atto e che è destinata a proseguire. E la prima soluzione è l’ottenimento di credito bancario.

Il nodo degli assetti societari

I decreti Liquidità e Cura Italia incorporano garanzie statali agli istituti di credito per concedere finanziamenti al comparto vinicolo, ma le aziende sono comunque chiamate a dimostrare il loro merito creditizio. Il più delle volte un’operazione tutt’altro che scontata.
«Le cantine italiane spesso sottovalutano i piani economici; devono dotarsi di una managerialità più precisa. Ci sono marchi prestigiosi ancorati alla forma di società semplice; movimentano decine di milioni di fatturato e non sono tenute alla redazione di un bilancio, né hanno una gestione economico finanziaria seria. Queste lacune sono sempre meno coperte da marginalità sempre più sottili. Il controllo della leva finanziaria e la capacità di sostenere investimenti affiancati alla abilità di fare buon vino e saperlo vendere saranno fattori centrali per successo. Molto di più di quanto lo siano stati negli ultimi anni», prosegue Castagnetti.

Il vino come garanzia

Il controllo dei costi, per esempio, è un imperativo per quelle aziende che producono vino da invecchiamento e si ritrovano scorte di magazzino con valori uguali o perfino superiori a quelli del fatturato. Un assist importante, varato nel dl Cura Italia, è il cosiddetto “pegno rotativo”, esteso anche ai prodotti vitivinicoli Doc e Docg, ovvero un prestito fornito su un bene dato in garanzia e che ha la caratteristica della “rotatività”. Vale a dire che la garanzia può essere trasferita in capo a un bene diverso senza la necessità di rinegoziare il prestito. In soldoni; le aziende potranno ottenere un finanziamento dalle banche fornendo in garanzia il vino in cantina, la cui presenza viene certificata dal registro telematico. E il valore di riferimento riconosciuto alle giacenze sarà quello dei prezzi mercuriali delle Camere di Commercio.

Esempi pionieristici

Questo strumento, ancor prima del via libera nel Cura Italia, è stato applicato, ad esempio, agli accordi tra il consorzio del Vino Nobile di Montepulciano e quello del Chianti Classico con Monte dei Paschi di Siena. O anche nella collaborazione tra Intesa Sanpaolo ed il Consorzio di Tutela Barolo e Barbaresco Alba Langhe Dogliani.
«Il pegno rotativo è senza dubbio un elemento significativo. Una possibilità che si affianca a finanziamenti di lungo periodo legati a investimenti immobiliari e alle famose cambiali agrarie come supporto al circolante», precisa ancora il direttore Centro Studi Management DiVino. «Una posizione di pegno sulle scorte del vino rappresenta senza dubbio un’opportunità quanto più cresce il capitale immobilizzato e, di conseguenza, la necessità di copertura del circolante. Ma attenzione: richiede competenze settoriali da parte dell’istituto di credito che deve dunque pesare attentamente i rischi».

Apertura al mercato dei capitali

Accanto a questi strumenti si apre il discorso sul mondo finanziario. Oltre al sentiero bancario c’è quello che porta verso un’apertura al mercato di capitali. «Già oggi», commenta Castagnetti, «si stanno moltiplicando i fondi di investimento che entrano nel settore vinicolo. Sempre di più ci si dovrà spostare da un finanziamento puramente bancario verso un mix con investimenti di capitale, come del resto succede all’estero. Lo scoglio principale è la struttura della tipica azienda italiana, spesso di natura familiare e refrattaria all’ingresso di soci».

Il valore della dimensione associativa

«Ma, in particolare in momenti di turbolenza come quello che stiamo vivendo, sono i gruppi più grandi e strutturati, aiutati anche da un maggiore sbocco sulla Gdo e dal mix di prodotti in portafoglio, che sono riusciti a mantenere positivi i loro bilanci. Per questo, dotarsi di una dimensione associativa aggregazioni, consorzi o reti di imprese –  rappresenta un fattore chiave di successo per competere nei mercati internazionali».

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