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Come si dovrebbe gestire una Denominazione d’origine?

Come si dovrebbe gestire una Denominazione d’origine?

Oggi trattiamo un tema molto importante per il futuro del vino italiano: la gestione dei Consorzi di tutela dei vini Dop (Doc e Docg). Perché da loro vengono linee guida, di tutela e di valorizzazione dei più pregiati vini nazionali. Ne scrive, prendendo una posizione provocatoria che auspichiamo apra un dibattito, Davide Gaeta dal Dipartimento di Economia aziendale dell’Università degli Studi di Verona.

In un recente articolo pubblicato sulla rivista Italian Economic Journal dal titolo “Reflections on the Political Economy of European Wine Appellations” scritto con il prof. Julian M. Alston dell’Università di Davis, California, ho avuto l’occasione di confrontarmi sul tema dei sistemi di tutela e gestione delle denominazioni di origine nel modello comunitario.

Interessi di tutti o di parte?

La questione può apparentemente sembrare di natura squisitamente normativa ma in realtà è un perfetto caso di politica economica ed è dunque su questo che si è soffermata l’analisi. Tra le molte riflessioni sulla necessità di revisione del modello europeo delle denominazioni vi è la questione relativa alla rappresentatività e al voto in sede assembleare: sono essi l’espressione di una pluralità di interessi o le regole della struttura sono suscettibili ad essere monopolizzate da gruppi di interesse interni alle organizzazioni che controllano il sistema decisionale? Inoltre, le decisioni prese dalle organizzazioni consortili tutelano beni pubblici, come ad esempio la valorizzazione del territorio, o il sistema fallisce proprio negli obiettivi comuni e sociali a vantaggio di coloro con maggiore capacità di rappresentazione?

Tot capita tot sententiae?

Il modello gestionale delle denominazioni è amministrato, come noto, da una apparente perfetta combinazione tra autorità pubbliche e organizzazioni di produttori.  Le organizzazioni chiamate Consorzi, laddove presenti ed attive (questione che si presterebbe ad importanti puntualizzazioni) sono organizzazioni democratiche, di solito con tre o quattro categorie di membri: viticoltori, cooperative, commercianti ed imbottigliatori. Il Consiglio che è l’espressione di governance dell’assemblea riceve di fatto delega di governo sulla base di un potere di voto basato sul criterio capitario di una testa un voto. Ci sono sistemi centrati sul volume di produzione con criteri riduttivi per evitare l’egemonia delle posizioni dominanti. In pratica però l’accumulo di deleghe dei voti spesso non ha un tetto massimo per cui alcune aziende, specie cooperative, sono effettivamente in grado di esercitare un’influenza decisiva sulle decisioni.

Consorzi senza direzione o meglio senza direttori

Così come è oggi normato il sistema di voto e vista l’ampia differenziazione strutturale del settore vino, con grandi imprese accanto ad una moltitudine di piccoli produttori, è improbabile che qualsiasi politica sviluppata nel contesto di un’organizzazione consortile riesca sia a soddisfare equamente i diversi interessi sia a rappresentare in modo altrettanto efficace nel processo decisionale i diversi attori della filiera. Ne sanno qualcosa i tanti direttori di consorzio sacrificati per salvare l’equilibrio della governance dominante. Forse anche per questo non si è mai costruita una scuola di management per la direzione dei consorzi e si assiste a diversi casi dove questa figura viene o eliminata e lungamente ricercata senza successo.

L’Europa non aiuta, l’Italia non cambia

Malgrado oltre 50 anni di regolamentazione del settore nulla è mutato da questo immobilismo normativo sul criterio di governance dei consorzi. Si guarda bene dall’intervenire Bruxelles, nota per la sua “capacità di slalom” attorno alle decisioni politiche forti. Nulla è mutato anche nelle leggi nazionali e regionali italiane che anzi sembrano rafforzare la volontà di cristallizzazione egemonica dell’attuale sistema decisionale, come è apparso in più occasioni, a partire dal discusso criterio della promozione e tutela erga omnes. Ancora più significativo è il caso di alcune decisioni consortili, recentemente varate, come quella di introdurre misure atte a ridurre la produzione totale, nell’ottica di salvaguardare i prezzi delle uve e del vino.

Il caso della riduzione delle rese massime

Il dogma, in assenza di una giustificazione di teoria economica che lo sorregga, è basato sulla riduzione della resa massima come strumento di controllo dell’offerta. La procedura ufficiale stabilisce che questa decisione debba essere approvata dal Governo Regionale e dal voto dell’assemblea dei membri del Consorzio. Inevitabile che una proposta del genere abbia pareri diversi, alcuni favorevoli, alcuni sfavorevoli, sulla base delle conseguenze per i diversi operatori del settore. Eppure, malgrado le controversie, le decisioni delle governance sono state tutte approvate pur non riuscendo, come era presumibile, a risolvere lo squilibrio tra domanda e offerta che avrebbe invece richiesto interventi molto più energici sulla promozione della domanda e di azioni contro i free riders, ovvero coloro che restano fuori dal processo governativo per beneficiare delle decisioni prese senza accollarsene rischi e oneri.

Pur nell’emergenza sanitaria ed economica attuale sembra improbabile che la politica europea e nazionale voglia approfittare della crisi come opportunità per una scossa al settore per una transizione più efficace dell’economia delle denominazioni.

Foto di apertura: N. Abootalebi – Unsplash

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© Riproduzione riservata - 04/06/2021

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