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Cesare Intrieri: il vigneto. Attendiamoci classici geneticamente migliori

Cesare Intrieri: il vigneto. Attendiamoci classici geneticamente migliori

Cesare Intrieri, agronomo, è professore emerito e direttore del Crive, Centro ricerche viticole ed enologiche dell’Università degli Studi di Bologna, facoltà di Agraria.

Nell’ottobre del Duemila, ipotizzando su questa rivista alcuni possibili cambiamenti che avrebbero potuto caratterizzare la viticoltura italiana nel 2010, avevo indicato come probabile una progressiva riduzione nel numero delle piccole e piccolissime aziende, quasi sempre a conduzione familiare, e un aumento di quelle di maggiori dimensioni, che però avrebbero potuto assorbire solo in parte le superfici dismesse dalle più piccole.

Queste previsioni si sono tendenzialmente avverate, poiché il bilancio tra abbattimenti e nuovi impianti non si è chiuso in pareggio, e la consistenza delle aree a vigneto è diminuita dai circa 800.000 ettari del 2000 ai circa 680.000 ettari del 2011. Anche le produzioni di vino, che nel 2000 erano state di circa 54 milioni di ettolitri, si sono abbassate, attestandosi nel 2010 a circa 45,5 milioni di ettolitri. In pratica, la superficie vitata e la potenzialità del vigneto Italia hanno continuato a ridursi essenzialmente per la scarsa remunerazione dovuta alle eccedenze e per fronteggiare la crisi di mercato.

La riduzione produttiva e la perdita delle aree vitate dell’ultimo decennio possono non rappresentare per l’Italia un fatto totalmente negativo se si considera che si è avviato un processo di modifica strutturale, segnato da una tendenza all’aumento nella dimensione delle singole imprese, che da una media nazionale di poco più di 1 ettaro negli anni Duemila sono passate a quasi 3 ettari.

Come potrebbe evolversi la viticoltura da qui al 2020? Sotto l’aspetto commerciale è ipotizzabile che nei prossimi anni le eccedenze di prodotto vengano  riassorbite ed è augurabile che si riducano gli abbandoni selvaggi delle aree vitate, la cui consistenza potrebbe attestarsi attorno ai 650.000-600.000 ettari, che possono rappresentare una soglia di equilibrio anche nel contesto europeo. È realistico prevedere che possa essere accelerato il processo di ristrutturazione delle aziende, i cui primi risultati sembrano già visibili nella tendenza all’aumento dimensionale.

Per ottenere risultati di rilievo l’industria vitivinicola dovrà focalizzare le proprie scelte su due punti che possono incrementare il rapporto qualità-prezzo: 1) l’aggiornamento varietale, ove risulti necessario per assecondare i gusti e 2) i metodi di conduzione, allo scopo di razionalizzare gli interventi colturali e abbassare i costi  produttivi.

Cesare Intrieri

Cesare Intrieri

Forte riconversione colturale

Per le uve a bacca bianca è probabile che possano mantenere la loro ottima posizione le cultivar che hanno già notorietà (Ribolle, Prosecco, Friulano, Vermentino, Vernacce, Verdicchio, Grechetto, Falanghina, Catarratto, Grillo, Inzolia). Questi hanno il vantaggio di essere “territoriali”, e il loro punto di forza nel rifiuto di una standardizzazione globale. Non sembra altrettanto brillante il futuro dei bianchi “internazionali” (Chardonnay, Sauvignon, Pinot bianco) e ancora meno quello di tante varietà bianche italiane “minori”, che a torto o a ragione vengono difese in quanto considerate “autoctone” ma che sopravvivono solo come residui superati della viticoltura pre-fillosserica.

Per le uve a bacca nera è presumibile che continueranno ad avere ampio spazio i grandi vitigni presenti in Italia da tempo immemorabile (Schiave, Teroldego, Marzemino, Refoschi, Barbera, Nebbiolo, Molinara, Bonarda, Sangiovese, Montepulciano, Aglianico, Primitivo, Negroamaro, Gaglioppo, Nerello, Nero d’Avola, ecc.), anch’essi definibili “territoriali”.

Diverso e meno favorevole potrebbe essere il destino delle cultivar nere “internazionali” (Cabernet Sauvignon, Cabernet Franc, Carménère e persino Merlot), per le quali è probabile che si manifesti una flessione accentuata. In passato la loro diffusione è stata spinta, talora su basi emotive, dall’onda del successo conseguito in altri Paesi, ma in Italia hanno dato risultati non sempre gratificanti, specialmente quando impiantate in zone troppo calde del Centro e del Mezzogiorno. Anche molte delle numerose cultivar nere “minori”, censite come relitti storici in quasi tutte le regioni della penisola, non sembrano poter aspirare a un grande futuro commerciale.

D’altra parte, i nove anni che ci separano dal 2020 rappresentano un periodo lungo, durante il quale la viticoltura italiana potrebbe trovare un nuovo spirito propulsivo attraverso introduzioni varietali che fino a oggi sono state sottovalutate. Alcune di queste nuove varietà sono già iscritte al Registro nazionale e quindi coltivabili. Del resto, l’impiego di cultivar provenienti dal miglioramento genetico tradizionale è prassi comune in molti Paesi extraeuropei (Usa, Cile, Argentina, Australia, Sudafrica), ma anche in Germania e in Francia. Se infine si considerano le recenti conquiste della biotecnologia (sequenziamento del genoma della vite, marcatori molecolari, selezione assistita), non solo è prevedibile che la moderna genetica potrà realizzare rapidamente altri nuovi vitigni, ma anche rendere disponibili alcuni vitigni “classici” migliorati con l’inserimento di vari geni, ad esempio per la resistenza alla siccità e alle malattie fungine.

C’è da chiedersi come si comporterebbero i produttori di fronte a un Sangiovese identico a quello normale per tutti i caratteri qualitativi, ma completamente immune dagli attacchi dell’oidio, della peronospora e della botrite. Forse alle soglie del 2020 la possibilità di utilizzare i vitigni “classici” geneticamente modificati rappresenterà la sfida maggiore di questo secolo.

Meno di 100 ore di manodopera a ettaro

I prossimi 10 anni saranno caratterizzati da una riconversione colturale che porterà alla scomparsa di molti metodi di allevamento non meccanizzabili. Si diffonderanno le classiche forme in parete (cordone speronato e Guyot) ma potranno crescere di importanza anche alcuni sistemi innovativi, quali il cordone libero (già in forte espansione nel Nord e nel Centro Italia), che accanto alla buona capacità produttiva e qualitativa e alla suscettibilità alla raccolta meccanica aggiungono anche il pregio di poter essere potati a macchina.

Tutto questo potrà avere un impatto decisivo sul miglioramento della qualità, poiché sarà possibile utilizzare razionalmente i mezzi tecnici aziendali per indirizzare i comportamenti fisiologici della vite verso obiettivi pre-definiti (epoche e intensità della defogliazione per il controllo delle rese, epoche e intensità della cimatura per modificare i ritmi di maturazione, ecc.). L’impiego delle macchine sarà generalizzato e si estenderà a molti interventi che ancora oggi sono eseguiti quasi integralmente a mano.

L’aggiornamento varietale e la riconversione strutturale saranno gli elementi determinanti nella evoluzione del vigneto Italia. Il processo di modifica della piattaforma ampelografica sarà più lento rispetto a quello della riconversione dei vigneti, ma sarà comunque importante che nella viticoltura italiana possano essere introdotti anche alcuni vitigni di recente costituzione, la cui presenza segnerebbe l’inizio di una giusta valorizzazione del lavoro di miglioramento genetico e ridurrebbe la generale diffidenza del mondo viticolo nei confronti del “totalmente nuovo”, cioè delle varietà di pregio selezionate dagli ibridatori italiani.

La riconversione strutturale toccherà presumibilmente solo una quota dei vecchi impianti, ma nei prossimi anni avrà un’accelerazione crescente e contribuirà a salvaguardare e a migliorare la qualità dell’uva attraverso un costante controllo tecnico. Sotto il profilo gestionale permetterà di abbattere i costi e di ridurre a meno di 100 ore l’impegno annuale di manodopera necessaria a ogni ettaro in attività di coltivazione, in sintonia con quanto sta avvenendo nelle aree più avanzate della viticoltura mondiale.

Cosa aveva detto nel Duemila

«È prevedibile che gli impianti
di piccole dimensioni manterranno
gran parte delle loro tradizionali caratteristiche. I metodi
di allevamento adottati nei nuovi impianti saranno completamente diversi da quelli del passato e basati sull’uso
di cordoni permanenti con potatura corta… Le viti produrranno una minore quantità per ceppo e per unità
di lunghezza di filare, ma le uve avranno caratteristiche qualitative più elevate».


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© Riproduzione riservata - 26/09/2011

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