La cooperativa altoatesina ha presentato a Milano l’edizione 2023 del Kalkberg. È la prima vendemmia firmata dall’enologo Philipp Zublasing, che con il resto del management e il sostegno dei 190 soci sta portando avanti un percorso di rinnovamento aziendale ambizioso e coerente
“L’unica gioia al mondo è cominciare”, diceva Cesare Pavese ricordandoci la bellezza dei nuovi inizi. Una frase che inquadra bene lo spirito attuale della Cantina Sankt Pauls, la cui attività ruota intorno al borgo medievale di San Paolo, tra le 11 frazioni del comune di Appiano sulla Strada del Vino (Bolzano). La cooperativa altoatesina – 190 soci e 185 ettari – dal 2024 ha intrapreso un percorso di rinnovamento aziendale che abbraccia la produzione, la strategia commerciale, l’immagine e la comunicazione. Non una rivoluzione però, bensì un’evoluzione, che fa tesoro della storia più che centenaria della Cantina (fondata nel 1907) e dei valori identitari della comunità che la abita.
Il nuovo management
Raccontare questo nuovo capitolo significa in primis ricordare un importante cambio ai vertici che ha visto l’ingresso di Philipp Zublasing in qualità di enologo direttore di cantina (dal luglio 2023) e di Tobias Leimgruber quale direttore commerciale e marketing (da gennaio 2024). Entrambi originari della zona, tornano “a casa” dopo aver maturato solide esperienze in Italia e all’estero. La loro mission, condivisa con il presidente Bernhard Leimegger, il resto del management e le famiglie dei soci produttori, è quella di dare nuovo impulso alla crescita di Cantina Sankt Pauls in termini di qualità e valore, potenziando la fascia alta dei vini e ottimizzando il loro posizionamento.
Obiettivi d’eccellenza comuni
«Al centro della mia ricerca enologica ci sono i concetti di freschezza, precisione ed eleganza», ha spiegato il Kellermeister Philipp Zublasing durante un incontro organizzato il 20 gennaio per la stampa milanese al Ristorante Daniel Canzian. «Oltre a dedicarmi al top di gamma, voglio dare un contributo in termini di continuità e costanza anche alla linea classica e a quella delle selezioni per affinare il carattere di ogni vitigno attraverso, ad esempio, una maggiore parcellizzazione in vigna».
Grande motivazione e voglia di rinnovamento anche nelle parole del direttore commerciale Tobias Leimgruber, secondo il quale: «A San Paolo c’è del grande potenziale e ora spetta a me il compito di valorizzarlo, rafforzando il rapporto con i partner commerciali in Italia e sviluppando una strategia vincente per l’estero».
I numeri della Cantina Sankt Pauls
Oggi Cantina Sankt Pauls produce circa 1,5 milioni di bottiglie, delle quali il 15% vola fuori dai confini nazionali e ben il 30% resta dentro quelli regionali. La vendita diretta copre il 10% del fatturato. I vigneti, gestiti secondo i principi della viticoltura integrata (certificata dal 2023) sono collocati prevalentemente nelle frazioni attorno al paese, fino al cuore del centro abitato. La varietà di esposizioni, composizioni dei suoli e altitudini – dai 290 ai 650 metri – permette di dar vita a una collezione di vini varietali dal timbro territoriale.

Diventare la “casa del Pinot bianco”
Fino ad oggi il nome di Cantina Sankt Pauls è stato collegato soprattutto al marchio di spumanti Praeclarus. Il Brut, commercializzato a partire dal 1979, è stato tra i primi Metodo Classico in Alto Adige, a cui nel tempo si è aggiunto il Pas Dosé e, più di recente, il Rosé, che affinano in un vecchio bunker costruito tra la I e la II Guerra mondiale. Le bollicine Praeclarus continueranno ad avere un posto speciale con il nuovo corso aziendale, ma l’obiettivo è accreditarsi sempre di più come la “casa del Pinot bianco” in Alto Adige, investendo tempo, risorse ed energie in questa varietà ingiustamente considerata minore o comunque di nicchia.
Un nuovo capitolo per il Kalkberg
Ben il 17% della superficie vitata aziendale è a Pinot bianco e nella frazione di Missiano, lungo un ripido pendio, la cooperativa vanta vigneti che superano i 100 anni. Proprio come il Sanctissimus, piantato nel 1899, da cui si produce una Riserva fermentata in anfora e affinata un decennio in botte grande di rovere di Appiano; attualmente è in commercio con la vendemmia 2015. Al pranzo stampa milanese, però, i riflettori erano puntati su un altro Pinot bianco: l’annata 2023 Kalkberg, alla sua prima vendemmia firmata dall’enologo Philipp Zublasing. Che spiega come «questo vino nasce da una selezione meticolosa di 4-5 parcelle e filari sopra il paese di San Paolo, tra 460 e 580 metri. Gli appezzamenti, esposti prevalentemente a est, si trovano ai piedi del Monte Macaion, angolo nord-occidentale della Costiera della Mendola. I suoli calcareo-dolomitici, ben drenanti, ricchi di minerali contribuiscono al profilo del vino».
Come nasce il Pinot bianco Kalkberg
Fermentazione e affinamento di 1 anno avvengono in parte in acciaio e in parte in tonneau di rovere di II e III passaggio, poi 10 mesi in bottiglia. «In cantina cerco, annata per annata, di individuare il percorso più consono per ciascuna parcella, adattando le scelte alle specificità di ogni vendemmia», prosegue Zublasing. «Attraverso la microzonazione prima e la microvinificazione poi, il Kalkberg vuole mostrare il carattere più raffinato del Pinot bianco a San Paolo». Bouquet di fiori di campo, mandarino, pesca ed erbe alpine. In bocca tensione e freschezza sostengono un corpo agile ed elegante che mette in evidenza il potenziale aromatico della varietà.
La ricerca della longevità
«La 2023 è la quinta annata prodotta del Kalkberg e, allo stesso tempo, la prima realizzata nell’ambito del nostro rinnovato percorso stilistico», ribadisce il direttore Leimgruber. «Insieme al Sauvignon Schliff, al Pinot nero Riserva Lehmstein e al Lagrein Riserva Lagröll, il Kalkberg fa parte di una gamma concepita per una definizione stilistica ricercata e orientata all’evoluzione nel tempo, con l’obiettivo di una crescita coerente e progressiva nel posizionamento».
Pinot bianco e Sauvignon a confronto
Tra i vini in assaggio durante la presentazione c’era anche il Pinot bianco Plötzner, etichetta storica alla sua 39a annata con la vendemmia 2024. «Questa referenza, che fa parte della nostra linea Selezione, rappresenta un cavallo di battaglia e il punto da cui siamo ripartiti per il rilancio del varietale», precisa Zublasing. Il Kalkberg è più ricco, con una maturità floreale e aromatica più spiccata, mentre qui emerge maggiormente l’acidità della mela verde e del lime, con richiami di erbe aromatiche.
Bella prova anche per il Sauvignon Schliff 2023 della linea Alte Reben, il cui segreto è legato al terreno calcareo-minerale che dona struttura, succosità ed eleganza al sorso. Durante il tasting è stato idealmente comparato al Sauvignon 2015 per mettere in evidenza la capacità di invecchiamento e la traiettoria che vogliono intraprendere i bianchi aziendali.
La storica Schiava
Quanto ai rossi, la degustazione ha messo in luce la Schiava Missian 2024, che proprio a partire da questa annata riporta in etichetta l’omonima Uga. «È un’altra referenza storica, un altro marchio di fabbrica: la produzione risale agli anni Sessanta. Le vigne sorgono su terreni con notevole presenza di argilla e hanno in media 50 anni», prosegue l’enologo. Fermentazione lenta in vasche d’acciaio e affinamento sulle fecce fini, tutto in tini di acciaio. Nel calice un elogio alla trasparenza e alla leggerezza con note di viola, fragola, amarena e marzapane. La Schiava occupa il 10% dei vigneti aziendali e con il Missian siamo intono alle 20 mila bottiglie annue, di cui l’85% viene bevuto in Alto Adige e il 90% entro l’anno.
Il Pinot nero fa pensare alla Borgogna
Chiude la batteria d’assaggio il Pinot nero Lehmstein 2022, che proviene da quattro parcelle supervocate in alta collina e affina 15 mesi tra barrique e tonneau per poi sostare altri 10 mesi in bottiglia. Ancora molto giovane, fa già pensare alla Borgogna e al bel futuro che questa cooperativa sta costruendo.