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Addio a Benito Nonino, l’uomo che ha nobilitato l’arte della Grappa

Addio a Benito Nonino, l’uomo che ha nobilitato l’arte della Grappa

Sono passati pochi giorni dalla scomparsa del grande distillatore friulano, avvenuta all’età di 90 anni. Il giornalista Cesare Pillon ne traccia un appassionato ritratto, ripercorrendo la sua storia professionale, le battaglie e le conquiste.

A celebrare le qualità umane e imprenditoriali di Benito Nonino, il distillatore friulano che ha cambiato la storia della Grappa, hanno fatto a gara tutti, ma proprio tutti, gli esponenti politici della sua regione, appena hanno saputo che era morto all’età di 90 anni nella sua azienda, dove abitava. Era il minimo che potessero fare, per il creatore di quella che la rivista americana Wine Enthusiast ha premiato il 27 gennaio 2020 come “Miglior distilleria del mondo”, e spiegando che ha sede a Percoto, piccolo centro a 27 chilometri da Udine, ha fatto scoprire il Friuli a una platea internazionale di lettori.

La battaglia sul metodo di lavorazione

Però nessuno di questi uomini politici, neanche uno, ha sentito il dovere di spiegare perché non ha mosso un dito per soddisfare la richiesta che da oltre 40 anni Nonino non si è mai stancato di avanzare: la richiesta di una legge che imponga di chiarire in etichetta che tipo di Grappa c’è nella bottiglia. Per mettere l’utente in grado di capire se sta scegliendo una Grappa artigianale di alto livello oppure una qualunque Grappa industriale, sosteneva che è indispensabile fargli sapere con quale alambicco è stata distillata.
Perché con l’alambicco discontinuo l’operatore è in grado di separare al momento giusto i profumi e i sapori sgradevoli delle teste e delle code dal cuore intenso e affascinante del distillato, mentre con l’impianto continuo si distilla più velocemente e si abbattono i costi, ma i tagli predeterminati eliminano fatalmente una parte dei profumi e dei sapori più nobili. Non per niente, faceva notare maliziosamente, l’alambicco discontinuo è nato per distillare i profumi, mentre l’impianto continuo è stato inventato per distillare il petrolio.

E quella sul nome del distillatore in etichetta

Ma forse ancor più importante, affermava, sarebbe l’obbligo di scrivere in etichetta il nome del distillatore, oltre a quello dell’imbottigliatore: perché se non coincidono, sottolineava, vuol dire che chi ti vende la Grappa col suo marchio artigianale in realtà sta spacciando una Grappa industriale che ha comprato da un collega. Sembra incredibile ma l’obbligo di scrivere i due nomi in etichetta era una legge in vigore in Italia, ma fu abrogata nel 1981. Qualche volta, come dice la canzone di Paolo Conte, “il treno dei desideri all’incontrario va”. Ma perché gli uomini politici che oggi piangono la morte di Nonino non ci spiegano perché i loro partiti non si opposero, allora, all’abolizione di una norma che lui considerava essenziale? Posso intuire il motivo del loro silenzio: perché rievocare attraverso le poche sfide non riuscite la figura di un uomo di successo?

La Nascita della Grappa Monovitigno Picolit

È vero, la vicenda umana e professionale di Benito Nonino è una storia di scelte vincenti. A cominciare da quella della donna della sua vita: difficile immaginarlo se non in coppia con Giannola Bulfoni, sposata nel 1962. Insieme si sono dati un obiettivo: non il guadagno ma il miglior distillato del mondo. E insieme, ispirandosi a quanto suggeriva Luigi Veronelli per i vini, selezionando le vinacce di una sola varietà d’uva, la più nobile del Friuli, hanno creato il 1° dicembre 1973 la leggendaria Grappa Monovitigno Picolit, che ha segnato davvero una svolta nella storia di questo distillato.

Il Premio Nonino e i successi più recenti

Nel 1975 scoprono che gli antichi vitigni autoctoni friulani, Schioppettino, Pignolo, Tazzelenghe, Ribolla Gialla, sono fuorilegge e istituiscono il Premio Nonino Risit d’Aur, Barbatella d’Oro, allo scopo di farli riconoscere ufficialmente: nel 1983 diventano vitigni raccomandati. Ma loro, intanto hanno creato nel 1977 il Premio Letterario Nonino, che l’anno dopo è diventato internazionale, e hanno formato una giuria di tale livello che nel corso degli anni ha premiato cinque autori che successivamente hanno ottenuto il Nobel.
Ormai inarrestabile, dopo un viaggio con Veronelli in tutta Europa alla scoperta delle acquaviti di frutta, grazie agli stimoli di Giannola, Benito inventa nel 1984 l’Acquavite d’uva, distillando per la prima volta l’uva intera, cioè il vino con le bucce. Nel 2000 la sua ultima sfida: per realizzare un progetto delle tre figlie, Cristina, Antonella ed Elisabetta, riesce in un’impresa che sembrava impossibile, distilla il miele. E l’acquavite che ottiene è talmente deliziosa che viene chiamata Gioiello.

Alla moglie Giannola, alle figlie Cristina, Antonella ed Elisabetta e a tutta la famiglia Nonino, le più sentite condoglianze da parte della redazione di Civiltà del bere.

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© Riproduzione riservata - 10/07/2024

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