A Milano la 1ª degustazione ufficiale del Consorzio Vini Venezia

A Milano la 1ª degustazione ufficiale del Consorzio Vini Venezia

Se in Valpolicella aumenta il numero delle associazioni a scopo di salvaguardia e promozione vinicola (ultimo, in ordine di tempo, il gruppo dei Vignaioli indipendenti, che va a sommarsi ai già attivi Consorzio di tutela e Famiglie dell’Amarone d’Arte); nel Veneto orientale, i cosiddetti territori della Serenissima, si è scelta la logica opposta, quella dell’unione fa la forza. Con questo spirito lo scorso settembre è stato istituito il Consorzio Vini Venezia, nato dalla fusione tra il Consorzio volontario tutela Vini Doc Lison-Pramaggiore e il Consorzio tutela Vini del Piave Doc. Il 4 giugno la città di Milano ha tenuto a battesimo la prima uscita ufficiale del Consorzio fuori dai confini regionali, con una degustazione di quattro rossi e quattro bianchi a Palazzo delle Stelline, in  Corso Magenta. Il tasting, moderato dal giornalista Massimo Zanichelli e dal vicepresidente dell’ente Pierclaudio De Martin, ha visto affaccendarsi sul palco otto produttori, chiamati a raccontare le loro etichette più rappresentative alla stampa specializzata e agli appassionati accorsi all’evento. A seguire, un tasting libero di 20 aziende che fanno parte del Consorzio Vini Venezia (in tutto circa 4.000).

Pierclaudio De Martin e Massimo Zanichelli

LISON-PRAMAGGIORE, PIAVE E VENEZIA DOC; MALANOTTE DEL PIAVE E LISON DOCG – Durante i saluti di benvenuto il vicepresidente De Martin ha precisato le finalità dell’associazione: «È un’operazione messa in piedi lo scorso anno con l’obiettivo di riunire le due Denominazioni storiche del Veneto nord-orientale, il Piave e il Lison Pramaggiore (dove emergono i vitigni autoctoni sia a bacca bianca che rossa quali Manzoni bianco, Verduzzo, Tai, e Refosco), con la nuova Doc Venezia (dove, per adoperare un verbo da cantinieri, abbiamo “travasato” parte delle varietà internazionali che c’erano nel Piave e nel Lison Pramaggiore). A queste tre Doc si sono aggiunte due Garantite; nel Trevigiano il Malanotte del Piave a base di uve Raboso, e nel Veneziano il Lison, dedicato al Tai, ex Tokaj. Tutto è partito da una scommessa, ovvero riuscire ad aggredire i mercati nordeuropei, nordamericani e anche gli emergenti asiatici con un nome importante quale quello di Venezia. Non è però solo un’operazione di marketing, bensì un debito che gli agricoltori delle province di Treviso e Venezia hanno nei confronti della civiltà millenaria veneziana che ha risalito i due fiumi che caratterizzano le zone, Livenza e Piave, portando idee, conoscenze, esperienze, tre o quattrocento anni orsono. Molte delle nostre aziende agricole hanno sede nelle storiche ville della Serenissima.

LA SCOMMESSA: UN SOLIDO FUTURO INTERNAZIONALE – Il nuovo brand punta dunque a costruire un futuro sempre più internazionale, mettere in rete e dare rappresentatività in termini strutturali, mediatici e commerciali alle produzioni della pianura fra le province di Venezia e Treviso aumentando la massa critica così da facilitare l’export, anche nel canale Gdo. Attenzione anche agli aspetti qualitativi, con riduzione delle rese per ettaro e sviluppo di un approccio biologico ed ecosostenibile. «Ci tengo a precisare che degli otto vini in assaggio, sei (tranne gli ultimi due: Malanotte e Raboso Passito) hanno un prezzo medio non superiore ai 7 euro partenza Cantina perché, pur rimanendo vini di gran pregio, vogliono scontrarsi con competitor estremamente agguerriti in giro per il mondo», ha chiosato il vicepresidente.

Francesca Genovese

PINOT GRIGIO VENEZIA 2011 MAZZOLADA – Il viaggio trasversale tra le due macroaree storiche del Piave e del Lison-Pramaggiore comincia con i bianchi, a partire dal Pinot grigio Venezia Doc 2011 dell’azienda Mazzolada di Portogruaro (Venezia). Un vitigno che ha fatto la fortuna di molte Cantine e conferitori più o meno grandi della zona, capace di esprimere prodotti di carattere. Francesca Genovese, la proprietaria, ha spiegato come: «Abbiamo salutato con gioia la nascita della Doc Venezia, convinti che sia una carta vincente per uscire dai confini ed essere più immediatamente localizzati dalla clientela straniera. Nei nostri 96 ettari, cerchiamo di ridurre il più possibile l’uso di agenti chimici». Presa sul palato, sapidità e pulizia sono i tratti più evidenti di questa espressione del monovarietale.

Manuela Galli

LISON CLASSICO 2011 AI GALLI – Il secondo bicchiere è versato a Lison Classico Docg della Cantina Ai Galli di Pramaggiore (Venezia), a pochi chilometri dal confine con il Friuli. Manuela Galli ha chiarito come: «L’azienda è di 50 ettari, protetti sia dal mare che dalle montagne. Questo vino nasce da vigneti di circa 30 anni e si fregia anche della qualifica Classico perché prodotto nel cuore della zona del Lison, rispettando ed esaltando la tipicità del nostro “ex Tokai”». Parlare di Tokai è oggi piuttosto complicato: si va dal Friulano al Lison, al Tai, con caratteri assai differenti in rapporto ai terroir di provenienza. Questo Lison si presenta fresco, sapido, floreale, con una buona incisività acida in bocca.

Lisa Negretto

MANZONI BIANCO PIAVE SUTTO 2011 – Dalla zona del Lison-Pramaggiore a quella del Piave con il Manzoni bianco, un tempo conosciuto come Incrocio Manzoni 6.0.13, che si trova anche in altre regioni d’Italia come il Trentino, ma ha in Veneto la sua roccaforte produttiva. Finalmente la denominazione Piave lo contempla come tipologia interna. Molto fragrante e avvolgente, è poi un bianco di struttura e dimostra una buona longevità. In assaggio c’è la versione 2011 della Cantina Sutto di Salgareda, Campo di Pietra (Treviso) i cui proprietari, Luigi e Stefano Sutto, erano rappresentati dalla commerciale Lisa Negretto, che ha puntualizzato come «si tratta di un’azienda storica, fondata nel 1933, che ha portato avanti con costanza negli anni una filosofia di investimento nei terreni arrivando ai 75 ettari attuali». Il Manzoni è un bianco che ha bisogno di tempo per meglio offrirsi e sfumarsi, così come i suoi genitori Riesling renano e Pinot bianco.

Roberto Paladin

SAUVIGNON TURRANIO LISON-PRAMAGGIORE 2011 PALADIN – Ora uno degli internazionali più conosciuti e discussi: il Sauvignon blanc. In assaggio l’etichetta Turranio Lison-Pramaggiore Doc 2011 dei fratelli Roberto, Carlo e Lucia Paladin di Annone Veneto (Venezia), una realtà importante con un’attività imprenditoriale anche in Franciacorta e nel Chianti Classico. Roberto Paladin chiarisce come «il Sauvignon Turranio è un vino a cui stiamo lavorando già da diversi anni; abbiamo quattro cloni diversi e siamo impegnati nella differenziazione dell’epoca di vendemmia per creare un mix di aromi complesso e piacevole, così come da richiesta del consumatore». Il vino non fa legno ed è interpretato in riduzione, in modo più elegante e che permette una certa evoluzione; da pensare in prospettiva rispetto a questo 2011.

Vittoria Bonotto

SPEZZA MERLOT PIAVE 2009 BONOTTO DELLE TEZZE – Entra in campo la seconda batteria, e si passa dai bianchi ai rossi. Ecco dunque il Merlot in purezza Spezza Piave Doc della Tenuta Bonotto delle Tezze, nel Trevigiano, vendemmia 2009. Siamo di fornte a uno dei monovitigni bordolesi più diffusi del Veneto orientale, dove ha una tradizione centenaria e si pone non come autoctono ma certamente come grande classico. Per il commento del produtore c’era Vittoria Bonotto: «La nostra storia risale alla Repubblica veneziana; produciamo soprattutto rossi tra cui questo Merlot, un rosso del Piave di corpo ma fresco, elegante e assai piacevole». Si distinguono rigore, struttura, note erbacee controllate, ma anche speziature, e un certo nerbo al palato.

Ornella Molon

RABOSO PIAVE 2007 ORNELLA MOLON – Spazio adesso alla “perla nera del Piave”, il Raboso, con il nome che già rivela l’anima ruvida del vitigno, caratterizzato da tannini e acidità tagliente. Si tratta di un vitigno autoctono estremamente tardivo e nobile, ideale compagno di piatti grassi e che non ha certo spopolato negli anni delle barrique e dei vini levigati, ma che oggi ha trovato la sua Docg e un’interpretazione che ne tempera la spigolosità, grazie alla vinificazione con appassimento delle uve adottata dalle ultime generazioni di vigneron e secondo le indicazioni del disciplinare. Nel bicchiere c’è la versione della Cantina Ornella Molon di Salgareda, Campo di Pietra (Treviso), la cui titolare è giustamente considerata la capostipite di questo nuovo corso del Raboso. Il suo 2007 è «un vino burbero ma di gran carattere, deciso. Il vitigno ha fatto la storia del Piave e rappresenta la sua gente. Si vendemmia a fine ottobre e poi va dimenticato in cantina per almeno tre anni perché a mio avviso inizia a parlare dopo cinque anni, e fin dopo i dieci. Assaggiatelo pensando sempre a un bell’arrosto!». Fermentazioni controllate e nuovi sistemi di produzione per un vino più gentile, con richiami di sottobosco selvatico e angoli acido-tannici che si smussano un po’ (ma siamo alla vendemmia 2007, non prima) anche per soddisfare le esigenze di una clientela internazionale.

Cristina Cecchetto

GELSAIA MALANOTTE DEL PIAVE 2009 CECCHETTO – La Cecchetto di Tezze di Piave ha presentato, nella persona di Cristina, moglie del patron Giorgio Cecchetto, il Gelsaia Malanotte del Piave Docg 2007, un’etichetta nata nel lontano 1994 come “semplice” Riserva di Raboso. La seconda annata, la 1997, conteneva una parte di uve in appassimento, percentuale che poi sarà mantenuta nelle espressioni a venire. La 2009 è la prima vendemmia in versione Malanotte Docg. «Il Raboso è un po’ il nostro figlio prediletto; produciamo un metodo Classico, un rosato, un passito e questo Gelsaia che definirei innovativo perché ha anticipato sotto certi aspetti le direttive del disciplinare Malanotte. La parola chiave per noi è ricerca. Non possiamo abbandonare questo vitigno storico lasciando che si perda ma al contrario dobbiamo procedere con le sperimentazioni e le ricerche in vigna e cantina modulando il gusto per un pubblico più moderno».

Manuela Bincoletto

RABOSO DEL PIAVE PASSITO 2007 TESSÈRE – Dulcis in fundo, Rebecca, il Raboso del Piave in chiave passito della Cantina Tessère di Noventa di Piave (Venezia), capitanata da Manuela Bincoletto: «Siamo nella parte meridionale del Piave, con terreni prevalemente argillosi e la vicinanza al mare si traduce in note balsamiche e iodate. Ci muove un grande rispetto per il territorio e per il consumatore. Questo vino ha il nome di una donna e non poteva che essere così; io amo dire che il Raboso è dolce come noi donne talvolta siamo, ma di grande forza e carattere, come appunto il personaggio di Rebecca». L’uva è raccolta a mano a fine ottobre – inizio novembre; dopo una prima vinificazione in acciaio si passa alla botte, dove il vino resta per almeno due anni. Decisamente un rosso passito capace di competere con le altre produzioni dolci regionali e, perché no, anche a livello nazionale. Se c’è un’ultima frontiera del Raboso del Piave, è proprio quella del Passito.

 

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© Riproduzione riservata - 05/06/2012

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