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Chiavennasca, il Nebbiolo in Valtellina

14 Novembre 2019 Casimiro Maule
Chiavennasca, il Nebbiolo in Valtellina

Citato fin dall’epoca carolingia, questo particolare clone di Nebbiolo in Valtellina si è diffuso grazie all’attività dei monaci. Dopo la crisi dovuta al mercato globale, la rinascita della Chiavennasca è nel segno della qualità ritrovata, con un disciplinare Doc e Docg rigoroso.

La Valtellina vitivinicola è una piccola realtà di montagna all’estremo nord della Lombardia in provincia di Sondrio. I vigneti sorretti da muretti in pietra a secco si ergono sulla fascia pedemontana esposta a sud fra i 280 e i 750 metri. Un paesaggio verticale delineato e costruito da generazioni e generazioni, che non solo sono riuscite a disgregare la roccia, ma hanno anche vinto pendenze e dirupi, costruendo chilometri e chilometri di muretti a secco e trasportando parte della terra dal fondovalle ai ripidi pendii delle Alpi. Qui ha trovato il suo habitat ideale la Chiavennasca (che dal punto di vista genetico e per caratteristiche ampelografiche si identifica con il Nebbiolo del Piemonte), vitigno che ha segnato la storia della vitivinicoltura della valle e ha dato valore e fama ai vini valtellinesi, in particolare a quelli di prestigio da invecchiamento.

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Immagine storica della vendemmia nella Cantina Nino Negri

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Le origini della viticoltura in Valtellina

Per comprendere e capire meglio il legame della Chiavennasca con la Valtellina è utile ripercorrere alcuni passaggi sia della storia della nostra vitivinicoltura, sia di quella della nostra comunità. Le prime citazioni relative alla coltivazione della vite in valle risalgono all’epoca carolingia (IX secolo) nei documenti di compravendita e di locazione di terreni, dove compare la voce “vinea”, ossia vigna. Il primo ci riporta indietro nel tempo fino al 31 dicembre 837 e fu redatto a Delebio. La vite in Valtellina ha quindi una storia e una tradizione più che millenaria. In questa fase un ruolo molto importante nella realizzazione dei terreni vitati lo ebbero la Comunità monastica di Dona in Valchiavenna e la Comunità religiosa di Santa Perpetua a Tirano, che iniziarono a roncare, dissodare e terrazzare i terreni posti nelle vicinanze dei monasteri.

Il ruolo dei monasteri

È grazie al cristianesimo e alle sue istituzioni che si favorì la diffusione della coltivazione della vite e della produzione di vino. Nacque una viticoltura ecclesiastica che organizzava la produzione e la commercializzazione. I monasteri di Piona, Vallate, Dona e Lernia erano i luoghi dove si concentrava la produzione e insieme costruirono una rete commerciale e di mercato del vino che aveva il proprio centro nei monasteri di Sant’Ambrogio a Milano e di Sant’Abbondio a Como. Il vino di Valtellina in quel periodo (1100-1200) veniva venduto nel Milanese e nel Comasco.

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Vendemmiare su questi terrazzamenti è un’impresa eroica

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Gli antenati delle denominazioni

Un forte impulso alla realizzazione dei terrazzamenti avvenne poi con il passaggio della Valtellina e della Valchiavenna sotto il dominio dei Grigioni all’inizio del 1512. Il rapporto di sudditanza durò per tre secoli, fino al 1797. I Grigioni tenevano molto alla Valtellina in quanto questa terra poteva dare prodotti agricoli che loro non avevano, in particolare il vino rosso.

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