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La migrazione di Dioniso da rosso a “imbrattato”

16 Novembre 2018 Civiltà del bere

di Antonella Giardina e Cristian Aiello

Non esagerano gli storici quando considerano la colonizzazione greca della Sicilia (VIII sec. a.C.) come la prima vera e grande rivoluzione culturale, non solo dell’isola ma di gran parte del Mediterraneo meridionale. E, in prospettiva, dell’Europa intera. Una migrazione che coinvolge anche Dioniso e la produzione di vino.
Impattante, innovativa e modificatrice, questa travolgente migrazione trasformò forma e sostanza dei luoghi di approdo. Consentì alla Sicilia di entrare nella storia occidentale da protagonista, grazie all’impeccabile organizzazione delle sue città, alla buona riuscita dei commerci e alla messa a punto di alleanze strategiche. In tale rivoluzione culturale, da cui nacquero capolavori mirabili d’arte e di architettura, il ruolo più influente, però, fu svolto dalla trasmissione delle forme, dei modelli e dei culti greci.

L'influenza greca sul territorio siciliano

L’iconografia potente dei culti e dei rituali greci, infatti, incise fortissimamente sulla personalità culturale dell’isola. Una volta miscelata alle tradizioni locali diede origine a scenari artistici e a pratiche davvero esclusive. Ancora oggi vivide testimonianze attestano i risvolti di una florida commistione tra i contesti di origine e quelli di approdo. Questi sono ancora percepibili attraverso i templi e i luoghi sacri che via via i Greci si adoperarono a dislocare in ogni angolo del nuovo territorio ellenizzato.    

Dioniso, protettore dei marinai e dei contadini

A Siracusa, ad esempio, vari ritrovamenti, tra cui la testa di Dioniso con corna di toro, testimoniano la presenza di un culto attivo e vivace. Lo storico Timeo (350-260 a.C.) cita ad esempio alcune celebrazioni della festa dei Xóes, ossia dei “boccali”, sotto la tirannide di Dionisio I. Esisteva anche un tempio dedicato al dio greco, situato tra la terraferma e l’isola di Ortigia. Il luogo era in un punto di ideale convergenza per un culto di mare e di terra. Ivi si recavano sia i marinai, che si affidavano a Dioniso per richiedere protezione, sia i contadini durante la vendemmia.

Un culto che arriva da Corinto

La pratica di questi ultimi consisteva nell’imbrattamento della maschera del dio con succo d’uva, misto a fichi. Era questo il motivo per cui il culto riportava l’epiteto di Morychos, cioè imbrattato, in virtù del colore rilasciato dal mosto che rimaneva impresso sul volto del dio. Questa prassi siracusana si riallacciava, ideologicamente, al colore rosso con cui gli abitanti di Corinto dipingevano il volto di Dioniso nelle statue dell’agorà, come riporta Pausania, rafforzando il legame con gli usi e i costumi della madrepatria. Siracusa, infatti, fu fondata tra il 734-733 a.C., secondo quanto afferma Tucidide, dai corinzi guidati da Archia.

Come arrivò la viticoltura a Siracusa

Alla spedizione prese parte un Bacchiade, diretto discendente di Dioniso, che consegnò a Siracusa la conoscenza delle tecniche di coltivazione e di produzione del vino già in uso nella terra natìa. Tra queste si diffuse ben presto la coltivazione di una vite definita Eileos, cioè “che si attorciglia e si avvinghia”, poiché la pianta veniva fatta sposare a tutori vivi (olmi o altri alberi cui si faceva aggrappare la vite secondo le regole dell’arboricoltura, già praticate dai Greci stanziati nell’Italia meridionale). Da queste coltivazioni si sarebbe ottenuto un vino di ottima qualità detto Pollio, le cui origini, secondo lo storico Hippys di Reggio, sarebbero da ricondurre al Byblinos. A sua volta, un vino originario della città fenicia di Biblo - terra natìa di Dioniso - che oggi riecheggia nel celebre Moscato di Siracusa, come emerge dagli studi dell’archeologo Saverio Landolina (1743-1814).  
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