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Il Codice del vino? Un labirinto. Ecco i principali paradossi

2 Maggio 2013 Jessica Bordoni
«Il settore vinicolo è codificato da una ragnatela di norme, molte delle quali inutili, che si sono stratificate nel tempo e richiedono un immediato intervento di semplificazione». A dirlo a gran voce è Pietro Caviglia, presidente dell’Ugivi, Unione giuristi della Vite e del Vino, e con lui la stragrande maggioranza di coloro che operano commercialmente in questo settore. Ma quali sono i  paradossi e le complicanze del sistema legislativo enologico? Ecco una carrellata dei principali. CIRCA MILLE NORME, TROPPE - Attualmente il comparto è disciplinato, in modo diretto o indiretto, da circa 200 regolamenti comunitari (alcuni dei quali contengono allegati con minuziose disposizioni, veri e propri regolamenti nei regolamenti), da 350 leggi e decreti nazionali e da oltre 400 circolari e note esplicative emanate dalla pubblica amministrazione. In totale circa mille disposizioni con cui confrontarsi: una cifra decisamente troppo alta. L’ESAGERAZIONE DEL DETTAGLIO - Il fenomeno della “proliferazione normativa” è da collegarsi soprattutto all’intervento della Commissione europea, che ha prodotto norme dettagliatissime per regolare le fattispecie più minute: da come deve indicarsi il nome dell’imbottigliatore sulla etichetta, alla frase esatta da riportare sul documento di accompagnamento per attestare una Dop o Igp, a come devono tenersi i registri di carico e scarico, e così via. SLALOM TRA ECCEZIONI…  - Il problema è aggravato dalla presenza delle numerosissime eccezioni che seguono le regole. Siamo nell’arco delle migliaia. «Basta scorrere l’articolato per imbattersi nell’avverbio “tuttavia” che molto spesso sottende dei veri e propri regolamenti in deroga. Si veda, ad esempio, quando si vuole dettare la frase esatta che deve essere indicata, per poi subito dopo consentire una maggiore libertà con l’aggiunta “o altre similari”, tradendo in tal modo inutilità della prescrizione stessa, lasciando all’interprete il compito di decifrare cosa sia similare e cosa dissimile con tutte le incertezze del caso», precisa l’avvocato Caviglia. …E RIMANDI - Ne nasce un generale disorientamento, collegato anche alla notevole frammentarietà della normativa. Nei testi si assiste, infatti, a continui rimandi tra articoli, commi, ultime disposizioni, che spesso appartengono a differenti regolamenti comunitari. «Ma anche quando si vuol procedere alla individuazione degli istituti giuridici non è facile orientarsi. Si è costretti a vere e proprie acrobazie solo per ricucire un determinato contesto logico-giuridico. Nei regolamenti applicativi oggi vigenti della Commissione, ad esempio, si fa sovente riferimento al reg. 479/08 che non esiste più in quanto le sue norme sono state riversate nel regolamento dell’Ocm unica n. 1234/07. E quindi per collegarsi alla norma di rimando si è costretti ogni volta a consultare le tavole di concordanza e così anche per i numerosi allegati che ormai sono divenuti dei regolamenti mimetizzati». ECCESSIVO TECNICISMO - Da ricordare è poi la questione della “qualità” delle leggi. «Il settore vitivinicolo», prosegue Caviglia, «più di ogni altro è esposto all’involuzione lessicale delle disposizioni, probabilmente per l’eccessivo tecnicismo, per cui la semplificazione non è solo un problema di ridurre la quantità delle norme, ma anche di redazione del testo». Basti pensare alla numerazione, che ha le sembianze di un vero e proprio scioglilingua: articolo 118 quinvicies, articolo 118 septvicies, articolo 118 novovicies… IL PUNTO DI VISTA DI UGIVI - Come uscire da questo labirinto? Secondo L’Ugivi la Comunità europea dovrebbe limitarsi a dare poche e chiare norme di base (definizioni per categoria di prodotto, quadro produttivo, circolazione, indicazioni obbligatorie in etichetta) lasciando agli stati membri la possibilità di definire i dettagli produttivi attraverso i disciplinari approvati con decreto, non solo per le Dop e le Igp ma anche per le categorie specifiche degli spumanti, dei vini frizzanti e liquorosi.

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