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Champagne trends: la rivincita del Meunier

Champagne trends: la rivincita del Meunier
La vendemmia 2020 da Éric Taillet

Storicamente considerata un’uva di serie B rispetto allo Chardonnay e al Pinot noir, oggi è sempre più apprezzata per l’affidabilità in vigna e la “prontezza” nel calice. La terra d’elezione resta la Vallée de la Marne e crescono le interpretazioni monovitigno. Sei versioni d’autore

Il Meunier è l’underdog della Champagne, per dirla con un termine inglese oggi molto in voga. Sfavorito ai blocchi di partenza perché considerato un vitigno eccessivamente rustico, in tempi recenti ha saputo recuperare terreno rispetto ai più titolati Chardonnay e Pinot noir, dimostrando di poter gareggiare nel loro stesso campionato. E, perché no, di ambire persino al podio.
Se, infatti, in passato il Meunier era relegato alla funzione di spalla nei classici assemblage champenois (Chardonnay + Pinot noir + Meunier), oggi è più frequente trovarlo anche in percentuale maggioritaria nelle cuvée, mentre crescono le versioni in purezza, perlopiù sans année ma anche millesimé.

Alle origini della storia

Alla fine del XIX secolo nei vigneti della Champagne crescevano moltissime varietà sia a bacca bianca che rossa. La volontà di potenziare la qualità produttiva portò vigneron e Maison a selezionare le uve migliori e più performanti ai fini della spumantizzazione, identificando lo Chardonnay, il Pinot noir e il Meunier (tutti e tre originari della Borgogna) per il loro equilibrio tra zuccheri e acidità. Se i primi due sono tradizionalmente considerati i vitigni nobili, e non a caso godono di fama internazionale per la produzione di bollicine Metodo Classico, il Meunier rappresenta la Cenerentola della storia. Lo stesso nome ne rivela le umili origini. In francese meunier significa mugnaio e il riferimento è alla particolare colorazione biancastra della parte inferiore delle foglie giovani e dei germogli, che richiama il bianco della farina.

Le peculiarità in vigna

L’indole “contadina” e “sempliciotta” del Meunier è confermata anche da una maggiore robustezza, resistenza e vigoria in vigna che, anche grazie alla maturazione più tardiva, lo rendono meno soggetto alle gelate. Tali caratteristiche associano il Meunier in particolare ai terreni di matrice argillosa della Vallée de la Marne, dove le condizioni climatiche si dimostrano più rigide. Dal punto di vista genetico, si tratta di una mutazione del Pinot noir – il che spiega perché in passato era conosciuto come Pinot Meunier, in italiano Pinot (del) Mugnaio – di cui conserva la struttura di base, ma con un comportamento agronomico più lineare e “affidabile” perché meno esposto alle bizzarrie meteorologiche. Un dato su tutti: rispetto al Pinot noir, le rese del Meunier sono mediamente superiori del 10-15%.

Quasi un terzo del vigneto

Insomma, il Meunier è un’uva più produttiva e facile da gestire in campo quindi più “sicura” in un’epoca che deve fare i conti con il climate change e l’aumento di eventi climatici estremi.
Secondo recenti stime del Comité Champagne, che riunisce oltre 16.000 vigneron e 350 Maison, il Meunier rappresenta circa il 31% delle uve coltivate in regione, proprio come lo Chardonnay; mentre il Pinot noir occupa il 38% e le altre cinque varietà autorizzate dal disciplinare per l’assemblage (Arbane, Petit Meslier, Chardonnay rose, Pinot blanc e Pinot gris) non superano lo 0,3%. Su un totale di circa 34.200 ettari vitati complessivi, quelli dedicati al Meunier sono quindi circa 10.600. La zona d’elezione resta la Vallée de la Marne e in particolare la sua parte occidentale, mentre quella più orientale, vicino a Épernay, è dominata dal Pinot noir.

I punti di forza del Meunier

Alle cuvée apporta morbidezza, rotondità e un’inconfondibile esuberanza fruttata. Gli Champagne con un’alta percentuale di Meunier si sviluppano più rapidamente, senza la necessità di lunghi affinamenti in cantina e in bottiglia per giungere a piena maturità. Questo sua “prontezza”, in linea con le esigenze del consumatore contemporaneo che cerca una bollicina più disimpegnata, da stappare anche al di là dell’occasione importante, è molto apprezzata dai produttori che non possono permettersi stoccaggi prolungati e conseguenti capitali immobilizzati. Sono ragionamenti più da vigneron che da Maison, ma fino a un certo punto, visto l’andamento fluttuante del mercato negli ultimi anni. I dati del Comité Champagne parlano di 266 milioni di bottiglie spedite nel 2025, in calo del -1,8% sul 2024, quando la cifra era arrivata a 271,4 milioni. Questi numeri confermano il progressivo trend di decrescita dei volumi e delle vendite, seppure in via di assestamento (di questa “normalizzazione” abbiamo già parlato qui).

Altri fattori favorevoli

A soffrire sono soprattutto le cuvée de prestige, in molti casi ormai inavvicinabili per i loro prezzi al limite della speculazione. Mentre gli Champagne più accessibili e passepartout (sia dal punto di vista della spesa che della complessità organolettica) godono di una richiesta crescente. E il Meunier è più facilmente collocabile in questa seconda tipologia.
L’ultima macro-considerazione riguarda la compagine sociale della Champagne, che negli ultimi anni ha visto un certo numero di conferitori di uve decidere di fare il grande passo e iniziare a occuparsi della produzione (che magari già seguivano ad uso esclusivamente familiare), passando da récoltant manipulant a imbottigliatori con un proprio marchio. La “democratizzazione” della regione passa anche da qui e in un certo senso ci riporta all’indole “popolare/popolana” del Meunier.

Sempre più aziende ci credono

La produzione di Champagne che ha come base il Meunier è in aumento e sono sempre di più le Cantine, soprattutto della Vallée de la Marne, a rivendicare il valore identitario di questa cultivar, che in effetti è l’unica delle tre maggiori a poter essere associata in maniera univoca alla regione Champagne. Esattamente 10 anni fa è nata anche un’associazione, il Meunier Institut, con sede a Baslieux-sous-Chatillon, che riunisce le Cantine impegnate nella valorizzazione del vitigno attraverso incontri e partecipazioni collettive a fiere e degustazioni. Gli esponenti più orgogliosi del “team Meunier” lo valorizzano con etichette monovitigno. Alcune non hanno nulla da invidiare alle cuvée d’assemblage e meritano l’assaggio; altre appaiono meno riuscite. A fare la differenza è ovviamente il produttore, la sua sensibilità nel leggere l’uva, oltre ovviamente alla qualità intrinseca della materia prima. Un altro fattore importante è l’età delle vigne, che conferisce spessore ed equilibrio gustativo.

Sei Meunier in purezza da provare

Ecco sei referenze – per lo più non millesimati – che rendono giustizia alle potenzialità del Meunier come solista. Sono tutte distribuite in Italia e facilmente rintracciabili nel canale Horeca.

Le vigne di Françoise Bedel nella Vallée de la Marne

Champagne J. Charpentier – Pierre-Henri Extra Brut Sans Année

Récoltant manipulant di Villers-sous-Chatillon, sulla riva destra della Marna, dove gli Champagne si producono ancora come una volta e il Meunier si esprime nel suo classico stile fruttato e piacevolmente immediato. Pierre-Henri arriva dalle vigne più vecchie (oltre mezzo secolo). È un blend di due annate consecutive, fermenta in barrique ed è l’unica referenza di J. Charpentier che non svolge la malolattica. In bocca è fresco, agile scattante a dispetto di un invecchiamento complessivo di circa 9 anni. Merita l’assaggio anche la Réserve Brut Sans Année aziendale, 80% Meunier, 20% Pinot noir: fragrante, armonico, sorprendentemente versatile.

Champagne Françoise Bedel – Origin’elle Extra Brut Sans Année

L’azienda possiede circa 8 ettari sparsi in quattro villages della Marne ed è stata tra le prime ad aderire alla filosofia biodinamica, nel 1998. Il rispetto e l’esaltazione del terroir si traducono in bollicine riconoscibili, di raffinato equilibrio e assai beverine, nell’accezione positiva del termine. Origin’elle è l’ensemble du domaine, con uve Meunier provenienti dai migliori appezzamenti tra i 30 e i 60 anni (in alcune edizioni è previsto un saldo del 5% di altre uve). Fermentazione in cemento smaltato per il 95% della massa e in barrique per il restante 5%, malolattica parziale, poi sui lieviti oltre 70 mesi. Rotondità e sapidità si uniscono in un sorso gourmand di frutta a polpa bianca e note di mandorla e tostatura.

Champagne La Closerie – Les Béguines Extra Brut Sans Année

Jérôme Prévost, celebre vigneron di Gueux, ai piedi della Petite Montagne di Reims, è stato tra i primi ad accendere i riflettori internazionali sul potenziale del Meunier e a vinificarlo in purezza, ormai più di 25 anni fa. Les Béguines prende nome dal lieu dit dove si trovano le due parcelle, tra gli 8 e i 10 mila ceppi per ettaro. I vini base maturano in legno e la fermentazione con lieviti indigeni avviene in barrique di rovere francese. Solo 2,5 g/l di zucchero per uno Champagne purissimo e sapido, agrumato e speziato, profondo e persistente. Purtroppo per i consumatori, la fama di pioniere di Jérôme Prévost ha reso i suoi Champagne decisamente esclusivi, con un prezzo che, nel caso di Les Béguines, può arrivare ai 300 euro.  

Champagne Laherte Frères – Les Vignes d’Autrefois Extra Brut Millesimé

Tradizione familiare ultrasecolare per questa solida realtà con sede a sud di Épernay, oggi guidata da Aurèlien Laherte, sesta generazione, che ha imposto una svolta biodinamica alla produzione aziendale. Les Vignes d’Autrefois nasce da parcelle impiantate a Meunier a Chavot e Mancy (Vallée de la Marne) tra il 1947 e il 1953. I suoli sono calcarei e alcune vigne sono a piede franco. La vinificazione con lieviti indigeni avviene in barrique, la malolattica non viene svolta e la permanenza sui lieviti prosegue per almeno 36 mesi. La pienezza fruttata lascia spazio a una verticalità vibrante e una profondità minerale, con un corredo di panificazione e note tostate che aggiunge spessore. Un Meunier d’altri tempi, di nome e di fatto.

Champagne Éric Taillet – Des Grillons aux Clos Blanc de Meunier Extra Brut

Nella lista dei maggiori interpreti del Meunier c’è sicuramente ÉricTaillet di Baslieux-sous-Chatillon (che non a caso è la sede dell’associazione Meunier Institut, di cui è fondatore e presidente). Dei 6 ettari di proprietà, il 75% della superficie è destinato a questa varietà e sono ben cinque le referenze in purezza. Se Le Bois de Binson, Sur le Grand Marais e Bansionensi rappresentano il top di gamma, il Blanc de Meunier Des Grillons aux Clos è la versione più agile, vinificata perlopiù in acciaio senza lo svolgimento della malolattica. Il 70-80% della massa arriva dal vino base dell’ultima annata, a cui si aggiunge un saldo di Riserva perpetua aziendale avviata nel 2011. Brioso, sfaccettato, appagante, lunghissimo. Des Grillons aux Clos è il nome scelto per l’etichetta sul mercato italiano, mentre in Francia lo si trova come Exclusiv’T.

Champagne Tarlant – La Vigne d’Or Brut Nature Millesimé

Tra i nomi di culto della Vallée de La Marne, le cui origini di vigneron si perdono nel lontano 1687, c’è Tarlant, che ha fatto della valorizzazione dei cru una missione quotidiana. Il pubblico italiano lo apprezza anche per i dosaggi bassissimi e l’utilizzo minimo della chimica. La parcella da cui nasce La Vigne d’Or si chiama Pierre de Bellevue e si trova ad Œuilly con piante di Meunier di oltre 65 anni. Fermentazione di 7 mesi in barrique, no malolattica né filtrazioni e chiarifiche. Affinamento di almeno 16 anni (192 mesi!) sui lieviti e nessun dosaggio così da lasciar parlare autenticamente il terroir. L’assaggio avvolge e rinfresca al tempo stesso il palato. Note di caramello e pietra focaia. Volume e leggerezza, opulenza e finezza.

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