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Il vino secondo i giovani: arrivano gli enologi 3.0

18 Gennaio 2026 Francesca Luna Noce
Il vino secondo i giovani: arrivano gli enologi 3.0
La nuova generazione di enologi punta sull’AI per garantire un minor impatto ambientale © Pingpao - AdobeStock

Il futuro del settore non si gioca più solo tra le vigne, ma anche nei laboratori, nei data analysis e nell’uso delle nuove tecnologie. La figura di questi professionisti, un tempo focalizzata sulla gestione delle uve e della vinificazione, è cambiata

L’articolo fa parte della Monografia Il vino secondo i giovani (Civiltà del bere 1/2025)

Li chiamiamo enologi 3.0: un’evoluzione dei 2.0, figure che sanno sfruttare tecnologie avanzate (viticoltura di precisione, sensoristica, AI) per una gestione della produzione altamente innovativa e a basso impatto ambientale. Una generazione con competenze trasversali che esulano dalla microbiologia, dall’agronomia e dalla chimica. Ma come risponde il mondo del lavoro a questa nuova ondata di professionisti?

Dallo scontro alla sintesi

Spesso, entrando in azienda, siamo costretti a fare un passo indietro, adattandoci a ritmi e a logiche più conservatrici. L’innovazione non è sempre ben accolta dalle generazioni precedenti, che faticano ad accettare cambiamenti. Francesco Brezza, enologo e viticoltore di quinta generazione a Barolo (Brezza Giacomo e Figli dal 1885), evidenzia questa tensione: «Il mio approccio è moderno, basato sulle migliori tecnologie per garantire la maggiore qualità possibile e il minor impatto ambientale. Una visione che spesso entra in contrasto con le generazioni precedenti, che non accettano che le varie operazioni di campagna o di cantina siano portate a termine in maniera diversa da come venivano fatte “una volta”».
Nonostante ciò, il confronto tra generazioni non è sempre conflittuale. Jacopo Vagaggini, consulente enologo, racconta: «Dopo il mio rientro dall’Argentina, ho avuto diversi momenti di confronto con mio padre Paolo (enologo di fama mondiale, ndr). Le nostre visioni differivano sullo stile: lui prediligeva vini strutturati, boisé, più alcolici; io, reduce anche da esperienze francesi, ricercavo finezza, eleganza e acidità. Lo scontro è stato breve ma proficuo: si è creata una sintesi tra i due stili, che oggi applico ad ogni vino che creo».
Anche Gabriele Valota, coordinatore Comitato giovani di Assoenologi Nord Italia e consulente enologo, concorda sul fatto che il divario generazionale possa diventare un punto di forza: «I giovani sono più aperti a innovazioni tecnologiche, pratiche sostenibili e sperimentazione, cercando di rispondere alle sfide contemporanee, come il cambiamento climatico. Gli enologi più affermati, invece, portano con sé una grande esperienza legata a tradizione, gestione delle cantine e conoscenza approfondita del terroir. Penso che non si tratti tanto di un conflitto, quanto di una complementarietà».

Un futuro high-tech ma complesso

Guardando ai prossimi anni, è chiaro che la professione dell’enologo continuerà a evolversi. Gabriele Valota prevede che il futuro sarà sempre più legato alla digitalizzazione e alla gestione dei dati, con strumenti avanzati per monitorare ogni fase della produzione. «L’aggiornamento professionale costante sarà essenziale per stare al passo con le nuove tecnologie e tendenze di mercato. Inoltre, l’enologo dovrà affinare competenze multidisciplinari non per diventare un tuttologo, ma per dialogare efficacemente con esperti di diversi settori, dalla ricerca scientifica al marketing, garantendo un approccio più integrato e strategico alla produzione vitivinicola», spiega Valota.
Se da un lato il futuro dell’enologia offre nuove opportunità, dall’altro le difficoltà non mancano. E non si parla solo di cambiamento climatico, ma di accesso al mondo del lavoro e riconoscimento professionale. «I giovani enologi in Italia si scontrano spesso con strutture aziendali tradizionali, poco inclini al cambiamento, dove l’esperienza è ancora il principale metro di valutazione. Molti trovano più opportunità all’estero, mentre in Italia il settore è spesso più chiuso ai nuovi ingressi. Per emergere, aggiornamento continuo, specializzazione e networking sono fondamentali, così come la capacità di portare innovazione senza dover necessariamente emigrare» continua Valota.

Il ruolo della formazione

La formazione è un altro nodo critico. «Uno dei problemi per i giovani è la mancanza di formazione adeguata e aderente alle realtà produttive. Serve tanta forza di volontà perché ogni ruolo richiede un po’ di gavetta, ma sarebbe tutto più semplice se la formazione fosse più professionalizzante», sottolinea Giacomo Bianchi, enologo presso Podere dell’Angelo (Rimini) e consulente agronomo. Utilizzo dei software gestionali, analisi dei costi di produzione, dimensionamento del parco macchine sono tutte competenze pratiche che spesso vengono trascurate nei percorsi di studio, costringendo i giovani enologi a formarsi direttamente sul campo.

Miti da sfatare

Un’altra sfida importante è superare pregiudizi e semplificazioni. Si tende spesso a credere che le nuove generazioni di enologi demonizzino l’utilizzo del legno a favore dell’acciaio, ma questa è una visione riduttiva. In realtà, l’uso consapevole e mirato di botti grandi e tonneau trova ampio consenso. «L’acciaio, a mio avviso, non è un materiale d’affinamento. Crea un ciclone di elettroni che non permette al vino di rilassarsi e non fornisce una naturale micro-ossigenazione. Come disse il grande enologo Giacomo Tachis: “Non vorrei vivere in una casa di acciaio”», spiega Jacopo Vagaggini.
Un altro tema caldo è quello delle bevande dealcolate. Contrariamente a quanto spesso si afferma, non tutti i giovani enologi abbracciano con entusiasmo questa tendenza. Andrea Scaccini, vincitore del Premio Gambelli 2023 come Miglior enologo under 40, che lavora da Bindella (Montepulciano), esprime le sue perplessità: «Vedo i prodotti dealcolati come un controsenso in termini di sostenibilità. Abbiamo piantato vigneti fitti, in colline scomode e ricche di sassi proprio per ottenere uve più concentrate e con un maggiore grado alcolico. Abbiamo ampliato le pareti fogliari per far produrre più zuccheri alla pianta e, alla fine di tutto il processo, dopo aver generato CO2 per produrre alcol, dobbiamo fare un passo indietro e dealcolizzare il vino?».

giovani enologi
Francesca Luna Noce, enologa, wine writer e autrice del servizio

Cosa c’è da rivedere

Martina Galardi, enologa alla Fattoria di Poggiopiano (Firenze), solleva un altro punto importante: il settore ha bisogno di una rivoluzione sulle etichette, non solo normative ma anche culturali. «Ogni anno dobbiamo aggiornarle per adeguarci a nuove normative, mentre vorrei dedicare quel tempo a studiare la vite e il vino. Ma parlo anche delle etichette intese come i pregiudizi che si creano dalla loro lettura e che, prima di degustare il vino, influenzano irrimediabilmente il giudizio dell’assaggiatore».
Un’altra grande sfida per la nuova generazione di enologi, molto dibattuta, è la comunicazione del vino. Giacomo Bianchi evidenzia il divario tra produttori e consumatori: «Il vino oggi non è più un prodotto popolare, ma non è neanche riuscito a diventare davvero culturale per il grande pubblico. L’enoturismo cresce, ma chi cerca informazioni su vino e gastronomia si imbatte più spesso in copywriting che in contenuti reali. Sembra che ci sia una separazione delle carriere tra chi si occupa di produzione e chi opta per la parte commerciale, e il risultato è che si svuota la comunicazione di contenuti. Questo è un punto debole perché il risultato è che le persone si allontanano sempre di più dal consumo di vino». E sul desiderio di rendere il vino più accessibile, comprensibile e vicino al consumatore, siamo tutti unanimi.

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