Appassionati, concreti e determinati a tenere alta la bandiera del vino tricolore nel mondo. È questa la fotografia delle nuove generazioni di vignaioli italiani, come Giovanni Frascolla, Federica Boffa, Anna e Marco Balbinot e Gabriele Righetti
L’articolo fa parte della Monografia Il vino secondo i giovani (Civiltà del bere 1/2025)
La eno-gioventù. Una finestra aperta sui loro successi e sui loro sogni, per raccontare il punto di vista delle nuove generazioni impegnate ad affiancare nonni, genitori e zii al timone delle Cantine di famiglia, ma anche quello di outsider coraggiosi, diventati vignaioli pure senza avere una tradizione alle spalle.
Dalla carta, la rubrica si è trasferita sul web: otto anni di pubblicazioni e decine di storie e traiettorie personali, geografiche e aziendali diverse fra loro. Con una costante: la passione per la propria terra e la propria attività quotidiana. L’amore è il motore, insomma. Una massima che vale in generale, ma che per i giovani produttori diventa conditio sine qua non per costruire un progetto di vita – e di vite – intorno al vino. Le parole dei cinque protagonisti di questo servizio, selezionati come campione rappresentativo della categoria, ne sono la conferma.


L’importanza delle relazioni
«La mia famiglia mi ha lasciato una grande libertà, di fare ma anche di sbagliare, e di questo le sarò sempre riconoscente», premette Giovanni Frascolla, che a 27 anni affianca il padre Stefano nella direzione commerciale di Tua Rita e Poggio Argentiera, in Maremma. «Sono cresciuto tra le vigne: da bambino, nonno mi portava sul trattore. E quando da ragazzo mi sono avvicinato con più consapevolezza al vino, papà mi ha letteralmente buttato dentro questo mondo, invitandomi a trasformare l’entusiasmo in idee e progetti concreti. Una tale fiducia è tutt’altro che scontata: nella maggior parte delle aziende il passaggio generazionale è molto più complicato ed essere giovani viene spesso considerata una pecca, una colpa da scontare».
Giovanni viaggia 150 giorni all’anno per seguire i mercati internazionali, soprattutto nel Nord America e nel Regno Unito. «Fin dal primo tour a New York, nel 2000, ho capito l’importanza delle relazioni e ho cercato di svecchiare un po’ il modo di rapportarci con gli importatori, valorizzando la presenza e una comunicazione più snella e diretta. Prima di parlare nello specifico dei vini, racconto Suvereto, la Maremma, il made in Italy in generale. Abbiamo un vantaggio strategico incredibile: i ristoranti di cucina italiana sono diffusi ovunque e possono diventare preziosi ambasciatori delle nostre produzioni di eccellenza».
Comunicazione è un termine chiave
Idee chiare e spirito d’iniziativa anche per Federica Boffa, classe 1997, che dal 2021, dopo la scomparsa del padre Pio, affianca il cugino Cesare Benvenuto alla guida della Pio Cesare. «L’appartamento dove sono cresciuta è sopra la cantina, nel centro storico di Alba, quel che si dice “casa e bottega”. Sin da piccola ho respirato da un lato l’artigianalità e l’amore per la tradizione, dall’altro lo spirito imprenditoriale con cui mio padre gestiva l’attività. Dopo il liceo, mentre studiavo Economia a Torino, ho cominciato l’inserimento in azienda, una sorta di part-time. La morte improvvisa di papà ha accelerato il processo, senza possibilità di rodaggio».
Anche per Federica la comunicazione è un termine chiave. «Fare le cose e farle sapere, curando maggiormente i rapporti con l’esterno, è tra le mie priorità. Di fatto i contenuti sono gli stessi dall’anno di fondazione nel 1881, perché la nostra filosofia è all’insegna della continuità stilistica, ma vanno raccontati con un approccio nuovo, contemporaneo, attraverso i social, gli eventi e altre attività in cantina che fino a 7-8 anni fa non erano previste».


Strategia digitale ed eventi coinvolgenti
C’è chi ha la fortuna di condividere lo status di “giovane produttore” con il fratello e la sorella. È il caso di Anna e Marco Balbinot, 28 e 33 anni, entrambi impegnati nell’azienda di famiglia Le Manzane a San Pietro di Feletto, nel Trevigiano. «Per noi il vino è l’emblema di un legame che unisce le generazioni Balbinot: una tradizione che affonda le radici nel passato fino al nostro bisnonno», esordisce Anna, responsabile marketing. «È un settore in movimento e in continua evoluzione, che ci invita ad abbracciare nuove ed entusiasmanti sfide». Come quella di intercettare i propri coetanei. «Per appassionare la Gen Y e Z è d’obbligo puntare su esperienze originali e una strategia digitale coinvolgente. Come Cantina, stiamo lavorando su proposte che vanno oltre il vino e l’incoming tradizionale per unire mondi diversi. Oggi i giovani prestano attenzione agli aspetti etici e ai pilastri della solidarietà ambientale, economica e sociale, tutte leve che sono sempre di più al centro della nostra comunicazione», puntualizza Marco, che segue gli aspetti produttivi. L’iniziativa annuale della Vendemmia solidale Le Manzane è un esempio di questo tipo di coinvolgimento 4.0. «Ci permette di creare legami autentici con i partecipanti, oltre ad avere una finalità benefica che per noi è imprescindibile».
L’unione fa l’hospitality
La storia di Gabriele Righetti, trentaduenne titolare dell’azienda I Vigneti di Ettore a Negrar di Valpolicella, offre un’altra prospettiva sul binomio vino-giovani. «Fino al 2012 mio nonno Ettore era socio conferitore della Cantina di Negrar, dove ha lavorato anni diventando direttore, amministratore delegato e presidente. Io ho seguito le sue orme provando a imbottigliare con un marchio mio, il cui nome è un omaggio al maestro che lui è stato per me». La visione di Gabriele è al tempo stesso concreta e ottimista. «L’età media in cui ci si avvicina al vino è più alta di un tempo, posticipata alla fascia tra i 29-35 anni. Prima dei 30, manca la capacità economica per acquistare bottiglie e visitare Cantine. Il potenziale c’è, bisogna solo creare le premesse per farlo crescere. Per fare un esempio: a Vinitaly vedo spesso i giovani wine lover liquidati frettolosamente da chi sta dietro al bancone, mentre dovrebbe avvenire esattamente il contrario».
Gabriele è membro del Gruppo giovani del Consorzio Vini Valpolicella, una realtà attiva che oggi conta più di 60 persone. «Tra noi c’è un confronto costruttivo e organizziamo eventi per promuovere il Valpolicella e il Superiore, tipologie più approcciabili rispetto all’Amarone. Un altro modo per fare fronte comune è l’hospitality. Quando arrivano degli appassionati in Cantina, al termine della degustazione consiglio di andare a visitare anche i giovani colleghi che si trovano dall’altra parte della vallata, per capire le differenze di stile e di terroir. Questo sostegno reciproco ha ricadute positive sull’immagine della denominazione, oltre a lasciare un buon ricordo nel consumatore. Le nuove generazioni stanno imparando a guardarsi intorno e a fare squadra».

Viaggi all’estero
L’apertura mentale spinge i giovani produttori a viaggiare per Cantine in Italia e all’estero con l’obiettivo di ampliare il proprio background di assaggi e scoprire tecniche e modelli di gestione alternativi. «Tra i luoghi che più mi hanno sorpreso c’è la Wachau in Austria, patria del Grüner Veltliner e di Riesling di classe mondiale», racconta Giovanni Frascolla. «In cima alla classifica dei vini del cuore metto il San Leonardo, che mi ha stregato a 18 anni durante una cena in Belgio. Da allora colleziono le annate». Per Federica Boffa, l’anima piemontese è affine a quella francese: tra le sue mete d’elezione ci sono Borgogna e Champagne. «Con la Champagne ci accomuna l’arte del blend, che anche noi continuiamo a perseguire con i nostri Barolo d’assemblaggio, frutto dell’unione di parcelle provenienti da diversi territori. Con la Borgogna invece, ci avvicina il concetto di longevità e l’impegno a produrre vini capaci di sfidare il tempo». Per Anna Balbinot Bordeaux ha un fascino speciale. «Mi ha colpito la passione con cui i vigneron raccontano la loro terra, gli Château e lo storytelling che circonda la zona», spiega.
Lavorare in terre d’altri
Mentre suo fratello Marco cita le Langhe e il Roero, che ha frequentato durante l’alternanza studio-lavoro alla scuola enologica. «Arrivando dalla spumantistica con il Prosecco, era la prima volta che toccavo con mano il mondo dei rossi e dei bianchi importanti. Un’esperienza che mi ha permesso di comprenderne la delicatezza nelle varie fasi dell’iter produttivo». Restiamo in terra di Nebbiolo ma ci spostiamo in Valtellina, tra le denominazioni più apprezzate da Gabriele Righetti. «Lavorare le vigne di montagna, su terreni impervi e pendenti come quelli della provincia di Sondrio, significa essere motivati e un po’ testardi. Due doti indispensabili per chi fa parte del mondo del vino e ha meno di 35 anni».
Sguardi in prospettiva
Ai giovani si dice spesso che hanno tutto il futuro davanti, ma come se lo immaginano i nostri produttori? O meglio, come si immaginato i propri vini fra 10 anni? «Sempre più identitari», afferma convinto Giovanni Frascolla. «E se è vero che le preferenze dei consumatori stanno andando verso prodotti più leggeri e fruttati, io riscontro anche un certo “ritorno al passato”, che passa dalla ricerca di grandi bottiglie e vecchie annate, ma anche dal ripristino di materiali antichi per la vinificazione, come ad esempio il cemento, le anfore, il cocciopesto, opportunamente “aggiornati” attraverso le tecniche di ultima generazione».
Anche Federica Boffa non crede che i vini Pio Cesare della metà degli anni Trenta saranno molto diversi da quelli in commercio oggi. «La fedeltà alla “ricetta” di famiglia non è in discussione ed è da sempre il nostro punto di forza. Nel prossimo futuro le questioni legate al cambiamento climatico saranno sempre più all’ordine del giorno e occorre attrezzarsi; noi da quattro anni possediamo un vigneto in Alta Langa, dove stiamo facendo alcuni esperimenti con il Nebbiolo. Non vogliamo produrre bollicine ma capire le potenzialità del vitigno ad altitudini maggiori».
La carta della territorialità
Anna e Marco Balbinot giocano la carta della territorialità. «Vogliamo che ogni bottiglia racconti l’autenticità del Conegliano Valdobbiadene, dando sempre più spazio alle Rive e alle loro diverse sfumature. Così i vini saranno l’istantanea sensoriale di ciò che la terra ci regala ad ogni vendemmia».
Sulla stessa lunghezza d’onda anche Gabriele Righetti, che in questi anni ha cercato di dare un’anima ben precisa e distinta a tutte le tipologie del territorio, dal Valpolicella al Superiore, passando per il Ripasso, l’Amarone e il Recioto. «Fin dall’inizio ho deciso di concentrarmi sulla salute delle vigne, evitando estrazioni fini a se stesse in favore di eleganza ed equilibrio in cantina. Si dice che la gioventù sia il tempo della sperimentazione, durante la maturità spero di potermi dedicare a un lavoro di rifinitura».