Dall'Italia Dall'Italia Jessica Bordoni

A 50 anni dalla nascita della Doc, il Teroldego Rotaliano riflette sul futuro

A 50 anni dalla nascita della Doc, il Teroldego Rotaliano riflette sul futuro

La tavola rotonda dedicata ai 50 anni del Teroldego Rotaliano Doc ha permesso a produttori e esperti di interrogarsi sulle prospettive di questa piccola denominazione trentina, che ha festeggiato il mezzo secolo di vita a Incontri Rotaliani 2021. 

La biennale Incontri Rotaliani – quest’anno dedicata alla scoperta della Rioja – si rivela un’occasione di approfondimento e confronto anche tra i produttori del Teroldego. La tavola rotonda organizzata lunedì 25 ottobre alla Fondazione Mach di San Michele all’Adige ha celebrato il 50° dalla nascita della Doc Teroldego Rotaliano (correva l’anno 1971), aprendo interrogativi e prospettive sul futuro della più piccola denominazione del Trentino.

Il ricordo del professor Attilio Scienza

«Mezzo secolo fa c’era da ripensare completamente la viticoltura italiana e in regione. Accanto agli autoctoni Teroldego, Nosiola e Marzemino, vennero introdotte alcune varietà internazionali», ha esordito Attilio Scienza dell’Università di Milano. Il professore recentemente nominato presidente del Comitato nazionale vini del Mipaaf ha proseguito: «In questo arco di tempo tutto è cambiato. A cominciare dal legame con il territorio, che oggi è un tema fondamentale». L’esperto ricorda, tra gli altri, il ruolo svolto dal Comitato vinicolo provinciale, con l’elaborazione di una prima Carta viticola del Trentino (1950), e dell’Udias, Unione dei diplomati dell’Istituto agrario di San Michele all’Adige, artefice dei primi viaggi all’estero e in particolare in Francia, in cerca di nuove idee e spunti sul fronte agronomico ed enologico.

50 anni Teroldego Rotaliano Doc
La tavola rotonda organizzata lunedì 25 ottobre alla Fondazione Mach di San Michele all’Adige ha celebrato il 50° dalla nascita della Doc Teroldego Rotaliano

Il ruolo del Noce e gli studi sul Dna

Nel suo intervento Luciano Groff del Centro di trasferimento tecnologico della Fondazione Mach ha evidenziato la forma triangolare della Piana Rotaliana, delimitata dal corso del torrente Noce e da quello del fiume Adige con al vertice la Rocchetta, imbocco della Val di Non. «Nel corso dei millenni, ad ogni alluvione le acque non regimentate del Noce hanno contribuito a far diventare questo conoide una grande pianura dalle caratteristiche pedologiche uniche.

La deviazione del corso del Noce, effettuata tra il 1950 e il 1953 per la costruzione della ferrovia del Brennero, ha reso possibile la destinazione a vigneto del vecchio alveo e di altre aree incolte a ridosso del torrente». Dopo un lungo excursus sul passato, Groff ha ricordato anche alcuni risultati recenti. «Nel 2002, i lavori sul Dna guidati dalla ricercatrice Stella Grando ha dimostrato che il Teroldego e il Syrah discendono entrambi dal Pinot nero. Inoltre il Teroldego mostra un rapporto padre-figlio sia con il Marzemino che con il Lagrein».

Prove per un nome diverso

È meglio parlare di Teroldego Rotaliano, Rotaliano Teroldego o più schiettamente Rotaliano? È questa la domanda con cui ha aperto il suo ragionamento il giornalista Nereo Pederzolli, richiamando una discussione attualmente in corso. Secondo molti, infatti, la dicitura Rotaliano permetterebbe di focalizzare l’attenzione sulla territorialità e non sul vitigno, garantendo maggiore appeal al cosiddetto principe dei vini trentini. «Dal mio punto di vista è fondamentale insistere sulle nostre valli e sui nostri paesaggi, senza generare confusione nel consumatore», ha precisato Pederzolli. «Bisogna continuare ad essere un baluardo di identità e tipicità trentina, producendo al tempo stesso vini capaci di emozionare».

A questo proposito il giornalista ha rievocato la produzione del Rosso Castelli Mezzocorona – un vino morbido, più facile e disimpegnato – avviata negli anni Sessanta del secolo scorso. «In tal modo l’identità del Teroldego si preservava senza rischi di deprezzamento produttivo. Purtroppo però, a causa di alcuni screzi, negli anni Ottanta il Rosso Castelli Mezzocorona venne eliminato».

La resa massima per ettaro

A distanza di decenni, alcune criticità restano da risolvere, se si pensa che oltre il 40% del Teroldego prodotto oggi non si imbottiglia. Il motivo è da ricercare, in parte, nel limite massimo di uva per ettaro ammesso dal disciplinare. «Nel 1971, quando la Doc venne approvata, la quantità consentita era addirittura 200 quintali», ha precisato il produttore Giulio de Vescovi, intervenuto alla tavola rotonda a nome del Consorzio Vignaioli del Trentino.

Dopo 50 anni, al Teroldego Rotaliano Doc serve un cambio del disciplinare

«Oggi siamo scesi a 170 quintali, con la possibilità di una maggiorazione del 20% nelle annate più generose. E la contraddizione resta. La nostra Doc, così piccola e territoriale, si ritrova a produrre una grande quantità di vino che si vende poi sfuso o declassato a Igt, generando notevoli problemi di prezzo e percezione», ha spiegato de Vescovi. Da parte del Consorzio Vignaioli del Trentino, c’è la ferma richiesta di una revisione del disciplinare che coinvolga tutti gli attori del comparto.
«Serve un confronto costruttivo per ragionare insieme sui punti di debolezza del sistema e dare al nostro vino il futuro che merita».

L’associazione Teroldego Evolution

In questa direzione si muove Teroldego Evolution, di cui fa parte lo stesso de Vescovi. «Siamo un gruppo di giovani produttori di Teroldego innamorati del nostro territorio e mossi dal desiderio di compiere una rivoluzione “gentile”», ha spiegato il presidente Francesco Devigili. «Oggi il valore medio dei vigneti della Piana supera il milione di euro, ma la sua redditività è intorno all’1%, perché metà del Teroldego viene declassato. Di fatto si produce il doppio rispetto all’ideale». È evidente che queste dinamiche sono antieconomiche, insostenibili.

Bisogna puntare sulle differenze

Per Devigili e gli altri produttori di Teroldego Evolution, il disciplinare vigente soddisfa logiche di ieri che si protraggono nel presente. Precisa: «Non vogliamo cavalcare la diatriba tra piccole aziende e Cantine sociali. Ne facciamo un discorso di vocazionalità. L’idea che tutto il terroir della Piana Rotaliana sia uguale ci ha portato a un progressivo appiattimento verso il basso. In realtà ci sono enormi differenze tra le zone, che devono essere evidenziate e comunicate al consumatore come un valore». Come fare? Con il cambio di nome, creando una Docg o ricorrendo alle Unità geografiche aggiuntive? Alla prossima edizione di Incontri Rotaliani, nel 2023, ne sapremo sicuramente di più.

LE MASTERCLASS

Le masterclass dedicate al Teroldego nel corso di Incontri Rotaliani 2021 sono state condotte da esperti del settore: il giornalista Nereo Pederzolli con il direttore di Civiltà del bere Alessandro Torcoli; il curatore di Slow Wine Fabio Giavedoni; l’esperto di analisi sensoriale e di distillati Luigi Odello con il presidente dell’Istituto di Tutela Grappa del Trentino Bruno Pilzer.

I pionieri del Teroldego

Nereo Pederzolli e Alessandro Torcoli hanno ripercorso i 50 anni del Teroldego Rotaliano Doc degustando i vini delle aziende apripista; i produttori che per primi, dal 1971, hanno creduto nelle potenzialità di quest’uva autoctona e si sono impegnati nella sua valorizzazione territoriale e stilistica. Tra le Cantine pioniere non potevano mancare Foradori, Dorigati, Endrizzi, Marco Donati, Roberto Zeni, Endrizzi Elio, Dorigati. Senza dimenticare il ruolo emblematico delle cooperative sociali come Mezzacorona e Cantina Rotaliana.

Le vecchie annate

Fabio Giavedoni ha condotto la verticale di vecchie annate di Teroldego Rotaliano, dalla 2011 a ritroso fino alla 1991. Alla prova del tempo hanno partecipato le aziende de Vescovi Ulzbach, Dorigati, Foradori, Cantina Endrizzi, Redondèl, Mezzacorona, Cantina Rotaliana, Endrizzi Elio e F.lli. Le annate più vecchie, precedentemente scaraffate, hanno beneficiato dell’iperossigenazione. I campioni si sono rivelati ognuno specchio della sua epoca; alcuni, seppur non pensati per l’invecchiamento, presentavano un’interessante evoluzione, altri non avevano ancora compiuto la loro parabola.

Alla prova della distillazione

Accanto agli interventi focalizzati sui 50 anni del Teroldego Rotaliano Doc, trova spazio anche un altro prodotto del territorio: la grappa trentina. Mappa sensoriale delle acqueviti alla mano, ci si è avventurati nella degustazione di 4 grappe (Bertagnolli, Distillerie Trentine, Villa de Varda, Roberto Zeni) e un Aguardiente (Virgen del Cisne), accompagnati da Luigi Odello e Bruno Pilzer. Per capire che la caratterizzazione della grappa è data principalmente dall’olfatto, con 110 descrittori tra cui scegliere (floreali, fruttati, speziati, vegetali, epireumatici…). La distillazione del Teroldego evidenzia note simili a quella del Tempranillo, anche se emerge un frutto più maturo. Diverso invece il metodo: con alambicco discontinuo a bagnomaria, in Trentino, con lente deflemmadora in Rioja. 

Foto di apertura: durante i due giorni di Incontri Rotaliani, tra masterclass e banchi d’assaggio sono stati offerti 56 vini e distillati da 21 aziende © F. Frizzera

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© Riproduzione riservata - 14/11/2021

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