Scienze Scienze Luciano Ferraro

I Cavalieri delle Nuove Viti non combattono la natura

I Cavalieri delle Nuove Viti non combattono la natura

La prima volta che ho sentito parlare di vitigni resistenti è stato durante l’Expo di Milano, un giorno di luglio in una stanza senza condizionatore nella biblioteca del dipartimento di Scienze agrarie e ambientali della Statale di Milano. C’erano otto persone intorno a un tavolo, chiamate a raccolta dal professor Attilio Scienza. Una era Eugenio Sartori, direttore dei Vivai Cooperativi Rauscedo. Gli altri erano viticoltori con incarichi associativi o in società private come la Winegraft e docenti delle Università di Verona e Udine. Li ho chiamati i Cavalieri delle Nuove Viti.

Il vino del futuro? Più sano e meno costoso

Mi avevano sommerso con una ventina di chili di carta, libri e articoli su come si creano nuove viti che resistono alle malattie. Ero molto colpito. Ho spiegato le idee dei Cavalieri: “Con le viti resistenti c’è un doppio vantaggio: vino più sano da bere e meno costoso da produrre, grazie alla diminuzione del rischio di perdita di parte del raccolto e alle minori spese per spargere zolfo e altre sostanze”. Il professor Scienza sostiene che lo scopo è trovare un rimedio a un male noto, cambiando strada. A una malattia più grave non corrisponde per forza un farmaco più potente.

Solo Friuli e Veneto hanno avviato la produzione

Sono passati quasi tre anni. Cosa è successo? Che il ministero dell’Agricoltura ha autorizzato 10 viti resistenti, sono stati fatti i test sul campo, ma solo due Regioni sono partite, il Friuli Venezia Giulia, dove si trovano appunto i Vivai Cooperativi Rauscedo, e il Veneto. Nel 2016 sono state vendute 500 mila barbatelle di viti resistenti, nel 2017 circa 1,3 milioni. La nascita dell’Igt delle Trevenezie, che ha inserito nel disciplinare le viti resistenti, farà crescere questi numeri.

Perché i vitigni resistenti servono

Esistono due spinte forti per aumentare la ricerca: la prima è la consapevolezza che quello che mangiamo e beviamo deve essere più sano, perché tutti vogliamo vivere più a lungo possibile, ed evitare le malattie a cominciare da quelle che possono derivare dalla tavola. La seconda: i cambiamenti climatici che provocano annate disastrose come quella appena conclusa con una vendemmia che in molte zone d’Italia ha dimezzato l’uva raccolta.

“Contro natura”. Il freno ideologico e burocratico

Quali sono invece i freni per queste nuove viti? La burocrazia e i dubbi, la diffidenza. Gli altri Paesi non stanno a guardare. In tutto il mondo si sta cercando una soluzione per ottenere uve più sane con piante resistenti. Si sta studiando e sperimentando in decine di università. Una violenza sulla natura? La maggioranza delle viti in Italia crescono su portainnesti che garantiscono l’immunità dalla fillossera. Viti europee assieme a quelle americane. Se avessimo lasciato fare alla natura, in Italia avremmo qualche ettaro di vigneto non gli attuali 635 mila.

Non si tratta di Ogm

Dagli incroci alle selezioni massali e clonali, si è sempre intervenuti per addomesticare la vite. Certo, la tecnica del genoma editing (per silenziare i geni “cattivi” di una pianta) presenta rischi potenziali. Ma non si tratta di Ogm, non si aggiungono geni estranei. Se ne rimuove uno. Ciò permette di ottenere piante che resistono a oidio e peronospora. Forse è il momento di guardare all’innovazione nell’agricoltura, se eticamente controllata, con la stessa fiducia che si ripone nell’avanzamento della medicina. Con un approccio meno ideologico.

Ho assaggiato alcuni vitigni resistenti

Soreli, Sauvignon Rytos, Cabernet Volos e Sangiovese M2 e M3 (questi ultimi nati da viti con portainnesti M anti siccità). Il vino dalle viti resistenti è più o meno buono? Più o meno complesso di quello da viti tradizionali? A questa domanda Sartori risponde che in alcune degustazioni alla cieca molti non sono stati in grado di riconoscere quali fossero i vini da vitigni resistenti. Ora si sta sperimentando la nascita di autoctoni resistenti, ad esempio, la Glera, il vitigno del Prosecco. A Rauscedo si sta creando un nuovo laboratorio con un investimento di 4 milioni di euro.

È questo il futuro? In parte è già il presente. Ed è positivo parlarne senza preclusioni.

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