Ritorno alle radici

Ritorno alle radici

L’ultimo numero di Civiltà del bere è rivoluzionario. Non reazionario, come si potrebbe sospettare, dato che la parola chiave del nostro servizio monografico è “radici”. Pochi prodotti come il vino devono rispetto a questo vocabolo.

Dalle profondità del terreno si trae la sostanza delle migliori espressioni del territorio. Dal punto di vista tecnico il portainnesto, l’apparato radicale scelto per la vite, può determinare la qualità del vino. È necessario usarlo per difendere la vigna dalla fillossera, l’insetto che ha rischiato di devastare la viticoltura europea, e nelle rare situazioni in cui è possibile farne a meno (come sui terreni sabbiosi, ad esempio) parliamo di vite “franca di piede”, arcaica e bellissima espressione per dire che non è stata innestata su una base diversa da quella naturale.

Radici: un concetto reazionario?

Quello delle radici è un concetto davvero controverso. Sulle pareti di alcune trattorie governate da osti nostalgici si leggono ancora sentenze mussoliniane quali “Le radici profonde non gelano mai”. Pure uno spirito libero quale quello del cantautore Francesco Guccini non fece in tempo ad uscire con l’album “Radici” (1972) che mezza intellighenzia marxista ortodossa gli si rivoltò contro, apostrofandolo quale reazionario. E poco importa se quel disco conteneva una delle più belle poesie ambientaliste mai scritte, quarant’anni prima della nascita di Greta Thunberg: “Il vecchio e il bambino”. Oggi sarebbe emozionante vederli camminare insieme, Greta e Guccini incontro alla sera.

Recise nella carte dei ristoranti

Nel mondo del vino italiano le radici avevano perso un po’ di smalto. E anche alcuni cuochi le avevano recise. Senza nulla togliere all’energia che promana dalle start-up, ha raggiunto livelli allarmanti il disinteresse per i marchi storici. È raro trovare i grandi nomi nelle carte dei ristoranti di tendenza. Raro trovarli nelle enoteche “di nicchia”, che seguono filoni in crescita, come quello del vino naturale, qualsiasi cosa questo significhi. Più facile sentire parole di ammirazione per le nostre griffes da parte di sommelier o connoisseurs stranieri: ne assaggiano liberamente i vini, li seguono, li rispettano. Perché ci siamo allontanati dai classici?

Ritorno alle origini dopo la conquista dei mercati esteri

Un po’ perché gli italiani, notoriamente, hanno poca memoria. Un po’ perché qualche leggenda del vino è stata fin troppo impegnata a espandere le vendite sui mercati esteri, finendo col perdere terreno in casa propria. Non è un caso che sempre più spesso ascoltiamo storie di riconquista, di manager che sono tornati a investire in Italia, anche se i dati di mercato non sembrano suggerire grandi sviluppi nei consumi interni. Ma esistono e convivono prospettive opposte. Ci si è accorti che alla lunga essere ammirati in patria vale il doppio e non parliamo di numeri, ma di immagine. Il turismo ha avuto in cinquant’anni uno sviluppo enorme: nel 1965, secondo l’Organizzazione mondiale del turismo delle Nazioni Unite, si registravano ogni anno 35 milioni di arrivi turistici nel mondo, 50 anni dopo 1,2 miliardi. In Italia atterrano oltre 50 milioni di persone, molte cercano i propri vini del cuore nei loro luoghi di origine, ed è frustrante non trovarli.

Chi presidia il territorio ha radici profonde

Osservando le nostre radici enoiche scopriamo quanto oggi siano vive, anzi ultimamente addirittura vibranti. Sono stati presentati numerosi progetti rivolti alla qualità, all’espressione massima della terra, come chi ha radici profonde può fare. E non perché “non gelino mai”, ma perché chi da molti anni presidia un territorio, ne conosce ogni angolo, ogni persona, ogni giro di vento e tutto il potenziale. Diviene grande protagonista del terroir. Non facciamo nomi, perché sarebbero troppi, ma in questi mesi da tutte le più vocate zone d’Italia sono sbocciate etichette eccellenti, dalla grande personalità, che non hanno il sapore della trovata commerciale di pronto consumo (come accaduto nel recente passato con il fiorire di bollicine dalle Alpi alle Piramidi, o di rosati last minute). Sono vini profondi forse anche perché, citando il cantautore: “Tu ricerchi là le tue radici se vuoi capire l’anima che hai”. E non è un pensiero di restaurazione, è l’evoluzione della civiltà, che nelle radici, delle vigne e delle cucine, poggia solidamente il futuro.

Questo articolo è tratti da Civiltà del bere 2/2019 . Se sei un abbonato digitale, puoi leggere e scaricare la rivista effettuando il login. Altrimenti puoi abbonarti o acquistare la rivista su store.civiltadelbere.com (l’ultimo numero è anche in edicola). Per info: store@civiltadelbere.com

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© Riproduzione riservata - 19/04/2019

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