Dall'Italia Dall'Italia Alessandro Torcoli

Nessuna profetessa in patria

Nessuna profetessa in patria

La notizia del Sassicaia 2015 al primo posto nella Top 100 di Wine Spectator ha sollevato un polverone mediatico. Innanzitutto ci complimentiamo con Nicolò Incisa della Rocchetta (e con l’enologa Graziana Grassini) per il risultato e per il fatto di tenere sempre alta la bandiera dell’eccellenza. Sassicaia è l’unico vino, ormai da un ventennio, a mettere tutti d’accordo. Anche le guide nazionali, come puntualmente registra la nostra classifica “Il Top delle guide vini”, la cui nuova edizione uscirà il prossimo febbraio.

All’apoteosi dei cipressi di Bolgheri si sono affiancati pochi giorni dopo pure i Cipressi di Chiarlo, una Barbera dell’emergente Docg Nizza, al vertice di un’altra testata Usa, Wine Enthusiast. Dov’è lo scandalo? Per qualche osservatore, l’eccitazione che ne è sorta sarebbe frutto del provincialismo degli italiani, popolo eccessivamente esterofilo. Altri hanno ribadito il concetto sul fronte della ristorazione, rimarcando che solo l’annuncio delle francesissime stelle Michelin eccita gli animi dei commentatori, a dispetto delle affidabili bibbie tricolori.

 

Nicolò Incisa della Rocchetta

 

Veronelli e Gambero Rosso, gli unici profeti italiani

Per completare il quadro, in questa cornice esterofila rientrerebbe anche OperaWine, l’esclusivo preambolo di Vinitaly, che Veronafiere affida dal 2012 a Wine Spectator, tra gli entusiasmi degli inclusi, i mugugni degli esclusi e le solite domande: perché appaltare agli americani la selezione dei 100 “migliori vini d’Italia”?
Possiamo individuare alcune risposte in due concetti, uno evangelico e l’altro economico. Apriamo prima i Vangeli, già che siamo sotto Natale, dove si trova la massima nemo propheta in patria. Ci sono stati pochi fenomeni di influencer (traduzione 3.0 del termine profeta) italiani: Luigi Veronelli negli anni Ottanta e il Gambero Rosso degli anni Novanta. Non ricordiamo altre voci capaci di spostare le vendite di un solo cartone di vino. Poi, all’italiana, anche questi fenomeni si sono ridimensionati nel tempo, anche per responsabilità degli stessi, oltre che per le invidie altrui.

 

Sassicaia 2015 e Cipressi Nizza 2015 di Chiarlo

 

La ricaduta economica di un riconoscimento estero

A proposito di vendite, veniamo al secondo concetto che spiega il clamore dei riconoscimenti made in Usa: quello economico. La visibilità generata da queste riviste, a cui aggiungiamo l’annuncio autunnale dei 100 punti Robert Parker, è immensamente superiore a qualsiasi premio attribuito dalla critica enologica italiana, con una palpabile ricaduta sulle vendite.

Un bacino di lettori enorme

Per vari motivi: di lingua inglese, si rivolgono a un mercato immenso; parlano a un pubblico molto più ampio in Paesi ricchi, come gli Usa, dove si sta concentrando il nostro export; recensiscono prodotti di tutto il mondo, e dunque emergere significa spuntarla su una concorrenza agguerrita e ben più ampia di quella nazionale. Le stesse considerazioni valgono per la guida Michelin: ciò che la rende imbattibile è l’enorme bacino di lettori, internazionali, alto spendenti, per cui i ristoranti illuminati dalle tre stelle sono al completo per mesi o anni. In un momento di leggera flessione per il mercato vinicolo, e di sofferenza negli Usa, bisogna soltanto ringraziare se tre testate tanto influenti hanno reso onore alle nostre etichette.

Meno enfasi e più attenzione alla notizia

Piuttosto, due note finali. Una riguarda il “come” riportiamo certe notizie: se fossimo meno enfatici si desterebbe anche meno clamore. Ad esempio, con un’imprecisione vicina all’errore, molti scrivono che Wine Spectator elegge annualmente il miglior vino del mondo. Non è vero: la Top 100 è il frutto di una combinazione di fattori, tra cui quello qualitativo è solo uno, che include anche parametri meramente quantitativi, come il numero di bottiglie prodotte e la presenza nel mercato Usa.

Tre donne del vino che amano il Belpaese

Seconda nota, vorremmo ricordare che se l’Italia del vino sta brindando a simili successi internazionali dobbiamo ringraziare tre donne che hanno avuto ruoli chiave: Monica Larner per Wine Advocate (Robert Parker), Alison Napjus per Wine Spectator e Kerin O’Keefe per Wine Enthusiast. Come dire, dovremmo aggiornare la locuzione: nessuna profetessa in patria.

Questo articolo è tratto da Civiltà del bere 6/2018. Se sei un abbonato digitale, puoi leggere e scaricare la rivista effettuando il login. Altrimenti puoi abbonarti o acquistare la rivista su store.civiltadelbere.com (l’ultimo numero è anche in edicola). Per info: store@civiltadelbere.com

 

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