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Intervista a Sandro Boscaini: Serenissimo Mister Amarone

Intervista a Sandro Boscaini: Serenissimo Mister Amarone

La scrittrice inglese Kate Singleton ha dedicato l’ultimo libro al fondatore della Masi Agricola. Durante la presentazione del volume a Milano abbiamo ripercorso insieme i momenti più importanti della sua vita. L’impegno alla Fiera di Verona, la profonda convinzione che fare vino equivalga a fare cultura e un attaccamento viscerale alla sua terra sono i suoi capisaldi

La scrittrice Kate Singleton, che gli ha dedicato un libro, lo ha definito Mister Amarone, per sottolineare la sua totale identificazione, all’estero, con il più importante vino veneto, di cui è il principale produttore e il più appassionato ambasciatore. Ma avrebbe potuto anche chiamarlo “Il signor Vinitaly” perché Sandro Boscaini ha avuto un ruolo di primo piano nella creazione della fiera vinicola di Verona, la più grande del mondo.

Il libro scritto da Kate Singleton su Sandro Boscaini

«Fu un’eccitante occasione offertami dal caso», racconta lui stesso, «quando stavo preparando la tesi per laurearmi in Economia e Commercio all’Università Cattolica di Milano». Nato in una famiglia che fin dal 1772 produce vino in Valpolicella, gli era sembrato naturale dedicare la tesi alla storia e alle prospettive del commercio vinicolo, e il professor Luigi Guatri, con cui aveva concordato il tema, trovò altrettanto naturale consigliargli di svolgere le ricerche del caso presso l’Unione italiana vini.
«Il caso volle che proprio allora, all’inizio del 1964», continua Boscaini, «al direttore dell’Unione italiana vini, Antonio Niederbacher, si rivolgesse il presidente della Fiera di Verona per chiedergli un suggerimento: in che modo avrebbe potuto evitare che i visitatori della sua manifestazione più importante, la Fiera dell’agricoltura, affascinati da mietitrebbia sempre più spettacolari e trattori sempre più giganteschi, continuassero a disertare i due padiglioni in cui i vignaioli esponevano i loro vini? Niederbacher gli consigliò di chiuderli, quei padiglioni, e di organizzare invece una fiera interamente dedicata al vino. Gli segnalò anche un giovane, che stava studiando negli archivi dell’Uiv perché era, secondo lui, la persona giusta per lavorare a quel progetto. Quel giovane ero io».
Boscaini accettò con entusiasmo la proposta d’assunzione per un anno offertagli dalla Fiera, anche perché, assolvendo il compito che gli veniva affidato, sarebbe entrato in contatto con tutto il mondo del vino italiano e avrebbe potuto completare molto più facilmente la tesi. Per di più ebbe la fortuna di lavorare in collaborazione con Angelo Betti, che anni dopo sarebbe diventato segretario generale della Fiera, ma già allora ne era l’anima, pur avendo soltanto il ruolo di capoufficio stampa.

Un'immagine storica della famiglia Boscaini, da generazioni impegnata nella coltivazione della vite

Fu Betti a creare il Vinitaly, applicando le idee elaborate da Boscaini, che si rivelarono preziose. Le prime due edizioni della nuova fiera, che furono chiamate “Le giornate del vino italiano”, comprendevano sia la presentazione dei vini sia la possibilità di degustarli, come aveva consigliato lui per attirare oltre agli addetti ai lavori anche quei personaggi che oggi vengono chiamati wine-lovers, e si svolsero in novembre perché quell’epoca, a ridosso del Natale, avrebbe indotto i visitatori a considerare il vino come regalo di prestigio. Oggi sembrano ovvietà, allora erano alzate d’ingegno.
Il suggerimento più importante di Boscaini era però quello di dare alla manifestazione uno spessore culturale che rendesse giustizia alla nobiltà del vino. E difatti i momenti di approfondimento che hanno caratterizzato fin da allora la fiera che si sarebbe poi chiamata Vinitaly hanno stimolato uno scambio interdisciplinare di idee che non c’era mai stato prima e che ha contribuito non poco al rinascimento del vino italiano. Ma per Boscaini il riferimento alla cultura è il filo rosso che ha legato tutte le iniziative della sua storia personale, sin da quando, sviluppando una branca dell’azienda di famiglia, la Boscaini Paolo & Figli, creò l’Agricola Masi, che ha finito per assorbire la casa madre e diventare una specie di holding che gestisce una micro-multinazionale del vino. Piccola, ma vivacissima.

Il Premio Masi, esigenza intellettuale

Il costante richiamo di Boscaini alla cultura e alla ricerca non è testimoniato soltanto dai seminari internazionali che la Masi organizza in occasione dei Vinitaly. Nel 1979, quando pochissimi vignaioli avevano capito che per produrre vino di qualità era indispensabile disporre di un enologo, lui che su un enologo del calibro di Nino Franceschetti poteva contare già da anni, si rese conto che per studiare a fondo le scelte strategiche da affrontare con l’azienda non era sufficiente prendere in esame soltanto una dimensione del vino, e costituì il Gruppo Tecnico Masi, formato da esperti di viticoltura, di enologia e di marketing, in grado perciò di analizzarlo in tutta la sua poliedricità, tanto più che gli è riuscito di coinvolgere nell’operazione anche l’Istituto di viticoltura di Conegliano e successivamente la Facoltà di Agraria dell’Università di Milano.
Ma l’iniziativa in cui Sandro Boscaini ha espresso più compiutamente se stesso e la propria sensibilità è il Premio Masi Civiltà Veneta, che conferì per la prima volta nel 1981. L’idea gli era venuta chiacchierando con due amici giornalisti, Cesare Marchi e Giovanni Vicentini. «Avevo espresso la mia amarezza per la scarsa considerazione in cui era tenuto allora il vino veneto, percepito come prodotto conveniente, ma di mediocre qualità. Io ero profondamente convinto delle potenzialità della nostra terra ma non sapevo come ribaltare quel pregiudizio. Fu Cesare Marchi a dirmi: perché non istituisci un premio per quei veneti che come te credono nella propria radice culturale e nella propria terra, e che proprio per questo si sono distinti?».

Sandro Boscaini

Decisiva fu la scelta di premiarli, i veneti di cui andare orgogliosi, con una botte di Amarone, il vino più prezioso della regione, per il significato che imprimeva all’iniziativa: «È un prodotto della terra», spiega Boscaini, «ma non scaturisce soltanto dalla vigna: è frutto di una civiltà millenaria che ne sostiene la tradizione culturale e il valore attuale».
I primi a ricevere il Premio Masi Civiltà Veneta nel 1981 furono un poeta, Biagio Marin, un romanziere, Elio Bartolini, uno storico, Alvise Zorzi, e un giornalista del Corriere della Sera, Giulio Nascimbeni. Ma il riconoscimento è stato poi attribuito anche a imprenditori, a cominciare da Pietro Marzotto, Luciano Benetton e Luciano Vistosi, cuochi, come Nadia Santini, chef del ristorante Dal Pescatore a Canneto sull’Oglio (Mantova), scultori, per esempio Novello Finotti, amministratori pubblici, primo fra tutti Giorgio Zanotto, storico sindaco di Verona, innovatori di genio come Federico Faggin, vicentino laureato in fisica a Padova che ha creato microchip d’avanguardia in Silicon Valley.
Curiosamente, il personaggio premiato che Boscaini ricorda con maggior vivezza è uno stilista, Pierre Cardin. Forse perché, quando lo contattò per conoscere la sua disponibilità a ricevere il Premio Masi, fu il primo e unico a dire di no: non aveva alcun interesse, spiegò, a ricordare ch’era di origine veneta, nato nei pressi di Treviso. Ma cinque anni dopo fu lui stesso a chiedergli se quel premio fosse ancora disposto a darglielo. «Glielo conferimmo nel 1997», ricorda,«e fu per me motivo di grande soddisfazione perché se un uomo di quella fama aveva capito che la sua creatività scaturiva dall’essere veneto e voleva proclamarlo in quel modo, voleva dire che con il Premio Masi avevo davvero fatto centro». Ne ebbe la prova qualche anno dopo, quando Cardin ebbe parole molto belle per Venezia, dicendosene figlio. “È una città nata dal desiderio di schiavi, dalla necessità di protezione di perseguitati, ma anche da spiriti ribelli alle regole”, spiegò. «In tutto questo io mi ritrovo, da questo ho tratto gioia e ispirazione e l’ho portata nel mondo. Lo confermo: io sono cittadino di Venezia».

L’appassimento, pratica raffinata

Ampliato fin dal 1987 con il premio Civiltà del Vino, un riconoscimento destinato a tutti coloro che nel mondo hanno contribuito a nobilitare la vitivinicoltura, il Premio Masi alla fine del millennio era diventato un evento culturale così importante ch’è sembrato necessario, nel ventennale della creazione, affidarne la gestione a una Fondazione appositamente costituita, separandolo quindi dall’azienda. E qualche mese dopo, sempre nel 2003, è stato istituito un terzo premio per ricordare un’altra sfaccettatura della civiltà veneta: la capacità di stabilire rapporti tra i popoli incoraggiando attraverso gli scambi un dialogo in grado di prevenire potenziali conflitti.

Sandro Boscaini con i figli Alessandra e Raffaele e i fratelli Bruno e Mario

È il Premio Grosso d’Oro Veneziano, una medaglia d’oro che riproduce la moneta ch’ebbe corso legale per qualche secolo dall’Europa centrale al Mediterraneo orientale. Il primo a riceverlo è stato Milan Kucˇan, per aver pilotato all’indipendenza la nuova Repubblica della Slovenia con un’operazione pacifica che l’ha aperta a proficue relazioni con gli stati confinanti.
Sandro Boscaini sostiene però che non è soltanto attraverso gli uomini che si manifesta quella cultura veneta che con le sue iniziative ha sempre cercato di esaltare: una delle sue più originali espressioni, secondo lui, la si ritrova nell’Amarone. Non soltanto perché è un vino che nasce esclusivamente in Valpolicella e da quel territorio trae la propria personalità e il proprio carattere: «Tutti hanno il loro terroir», ammette, «ma noi qui abbiamo anche una tecnica antica e unica: l’appassimento per la produzione di vini secchi. In Piemonte producono Barolo da 300 anni e non hanno mai pensato di fare qualcosa di diverso. Noi veneti siamo sempre spinti a studiare processi che possono sfociare in innovazioni».
Lui, per esempio, è così convinto delle potenzialità offerte dall’appassimento delle uve che sta cercando di applicarlo anche ad altri vini e ad altre uve addirittura dall’altra parte del mondo: l’ha sperimentato in Argentina per i prodotti della Cantina di Tupungato, a Mendoza, uno dei più recenti investimenti del gruppo Masi. Del resto, è con un uso ostinato e tenace della sperimentazione che lui e la sua azienda hanno contribuito in modo determinante a portare al successo l’Amarone, un vino che fino a un paio di decenni fa, come ha raccontato a Kate Singleton, “era considerato demodé e provinciale sia per le uve di provenienza che per il rustico metodo di produzione. E che comunque era effettivamente fuori dei canoni della moderna enologia”.

Una bottiglia di Amarone prodotto dalla famiglia Boscaini

Per farne un vino ben accetto al palato moderno senza stravolgerne la personalità, aveva capito fin dall’inizio che bisognava impedirne l’ossidazione, ma non si è limitato a trarre le conseguenze di quella intuizione: ha individuato le caratteristiche delle vigne più vocate e i cloni delle viti tradizionali più adatti, ha condotto sperimentazioni sul modo migliore di coltivarle, ha selezionato i lieviti che danno i risultati più felici, ha studiato come ottimizzare le fasi del lungo appassimento, prestando particolare attenzione all’incidenza della muffa nobile.
È più difficile sbagliare, quando si procede con tanto rigore, ma qualche errore Boscaini ammette di averlo commesso. Nella tesi di laurea, per esempio, aveva immaginato che l’istituzione delle Doc avrebbe fornito un vassoio di cristallo sul quale i bicchieri delle piccole produzioni di qualità avrebbero brillato di luce riflessa. «Oggi», sostiene, «sono di parere opposto: sono le produzioni di qualità che valorizzano le denominazioni d’origine». Troppe volte è rimasto deluso per i danni provocati alle Doc dal burocratismo dei Consorzi che dovrebbero tutelarne l’immagine, e per reazione ne ha preso le distanze. «Col tempo però», ammette, «ho capito che stare in disparte non era la risposta giusta: valeva invece la pena di monitorarne da vicino le scelte, cercando di dare quel contributo concreto che viene dall’esperienza produttiva e dalla conoscenza dei mercati».
Per riqualificare l’Amarone dal degrado dall’iperproduzione innescata dagli ultimi arrivati, che sono saltati sul carro del vino vincitore per sfruttarne il successo, Boscaini ha riunito in un’associazione chiamata “Famiglie dell’Amarone d’Arte” i produttori storici, che si sono dati regole severe per garantire “le caratteristiche nobili del prodotto”. L’unica che non è riuscito a coinvolgere attivamente nell’avventura dell’Amarone è sua moglie. «Giuliana riserva da sempre il suo interesse alla pittura», spiega. In realtà condivide con lui l’attaccamento alla terra e l’amore per la natura, ma si sente del tutto estranea alla commercializzazione del prodotto e manifesta questa estraneità bevendo lambrusco mantovano. Lui, Sandro, che si sente erede dei gloriosi mercanti di Venezia, non se la prende più di tanto. Kate Singleton avrebbe potuto benissimo chiamarlo “Il Serenissimo”.

La casa madre Masi in Valpolicella

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© Riproduzione riservata - 17/04/2012

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