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Radici umane. I patriarchi del vino italiano

Radici umane. I patriarchi del vino italiano

Pionieri ciascuno ai suoi tempi e nei propri territori, hanno fondato le basi della nostra vitivinicoltura per lanciarla oltre i confini nazionali e nel Nuovo Millennio. Stiamo parlando dei Biondi Santi, Ratti, Felluga, Tachis, Veronelli e tanti altri.

Quali sono le radici umane del vino italiano? Sono quelle dei pionieri oggi scomparsi che con le loro iniziative lo hanno fatto diventare quel ch’è oggi, il prodotto in cima alle statistiche dell’export, il simbolo stesso dello stile di vita italiano.

Biondi Santi e la nascita del Brunello

Sono radici che talvolta risalgono fino al 1800 e coinvolgono figure storiche. Quel garibaldino toscano, per esempio, Ferruccio Biondi Santi che, selezionando nel vigneto di famiglia un clone particolarmente valido di Sangiovese, trovò la materia prima per ottenere il Brunello di Montalcino. Ma a creare il mito di questo vino sono stati suo figlio Tancredi e suo nipote Franco, fissando severe regole per la sua elaborazione in cantina, continuando la produzione su scala sempre assai limitata, e soprattutto facendo conoscere la straordinaria longevità delle Riserve, e lasciando che fossero loro a parlare.

Il coraggio di Soldera

Chi le ha ascoltate con più attenzione, quelle Riserve, fino a produrne di altrettanto valide, è stato Gianfranco Soldera, il produttore che si è attenuto con maggior rigore al loro insegnamento, battendosi affinché lo facessero anche gli altri. Non c’è riuscito. E quando la morte lo ha colto nel febbraio scorso, aveva abbandonato da tempo con i suoi vini, per polemica, la denominazione Brunello di Montalcino. Ma al Brunello ha lasciato in eredità le importanti ricerche scientifiche sul Sangiovese che aveva stimolato creando il Premio Soldera.

Bettino Ricasoli

Bettino Ricasoli inventa il Chianti

Risale al 1800 anche un’altra radice umana della Toscana: quella di Bettino Ricasoli, il “barone di ferro”. Fu lui che inventò l’uvaggio del Chianti miscelando le uve nere di Sangiovese con quelle bianche di Malvasia. Sfortunatamente quella sua formula, stancamente ripetuta per decenni e banalizzata dalla sostituzione del Malvasia con il più generoso Trebbiano, finì per diventare una camicia di forza nella quale il Chianti ha rischiato di morire soffocato.

La scalata di Bolgheri e i suoi scalatori

Inaspettatamente, il suggerimento più valido per la sua rinascita lo fornì un territorio della Toscana che storicamente non aveva mai espresso un vino degno di nota, ma che invece è diventato una delle più prestigiose zone d’origine vinicola su scala mondiale grazie alle geniali intuizioni del marchese Mario Incisa della Rocchetta, famoso allevatore di purosangue. In Maremma, nella tenuta di Bolgheri, aveva impiantato fin dal 1944 viti di Cabernet Sauvignon e Cabernet Franc al posto del Sangiovese e ne aveva fatto maturare il vino in barrique un quarto di secolo prima che diventasse di uso comune in Italia.

Un sorridente Franco Biondi Santi con Mario Soldati, autore di Vino al vino; in primo piano (dettaglio in apertura) bottiglie di Brunello Biondi Santi 1888

Il successo mondiale di Sassicaia

Fu così che nacque il Sassicaia. Che ottenne un successo planetario, però, soltanto nei primi anni Settanta, quando Incisa della Rocchetta ne affidò la distribuzione al cognato, il marchese Niccolò Antinori, e l’operazione fu gestita dall’enologo della sua azienda, che era Giacomo Tachis. Essenziale fu l’intervento di un comunicatore d’eccezione come Luigi Veronelli. Fu quest’ultimo a intuire che il Sassicaia era in grado di cambiare le sorti dell’enologia italiana e il 14 novembre 1974 gli dedicò su Panorama un articolo che è passato alla storia. Ma forse nemmeno lui si immaginava allora la reazione a catena che avrebbe innescato.

In foto: bottiglie di Brunello Biondi Santi 1888, fotografate nella cucina dei Biondi Santi da Wolf Soldati nel viaggio per la realizzazione del libro “Vino al Vino” di Mario Soldati (1968-73).

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