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Francesco Valentini, artigiano che rispetta il vino

Francesco Valentini, artigiano che rispetta il vino

Per dire che tipo di produttore sia Francesco Paolo Valentini, titolare dell’azienda vinicola storicamente più prestigiosa d’Abruzzo, bastano due cifre: coltiva 70 ettari di vigneto ma per scelta deliberata mette in vendita, al massimo, 50 mila bottiglie all’anno. Certo, poi vende sfuso il vino che non ha imbottigliato, ma non c’è nessun altro in Italia che per ottenere il meglio si sia posto un limite invalicabile: ricavare da 1 ettaro di vigna non più di 715 bottiglie, 536 litri.

Montepulciano, Cerasuolo e Trebbiano d’Abruzzo d’autore

Cinquantasei anni, come vignaiolo Valentini è figlio d’arte, ma coltiva anche oliveti e seminativi. Si considera quindi un contadino che produce artigianalmente le tre classiche tipologie di vino della sua regione, il Montepulciano, il Cerasuolo e il Trebbiano d’Abruzzo. E da artigiano mette in vendita le sue bottiglie di leggendaria longevità soltanto quando sono pronte, infischiandosene dell’annata di vendemmia: il Trebbiano d’Abruzzo 2010, che non era ancora maturo, lo ha commercializzato un anno dopo il Trebbiano 2011.

 

Trebbiano Valentini 2012

Il celebre Trebbiano di Valentini

 

L’intervista a Francesco Valentini

 

Quali sono, secondo lei, le prospettive per il futuro del vino italiano?

«Io sono ottimista: in questi ultimi 20, 30 anni il vino italiano è migliorato in misura eccezionale. E i passi da gigante che ha fatto hanno cancellato l’immagine di mediocrità che non del tutto immeritatamente lo circondava in passato. Nel frattempo la sua spinta a migliorarsi non è venuta meno. Sono perciò convinto che troverà modo di affermarsi anche in futuro».

 

Nell’affrontare i temi della sostenibilità, oggi così di moda, la sua azienda di famiglia ha precorso i tempi, però ha sempre evitato di schierarsi, di definire biologici, biodinamici o naturali i suoi vini. Come mai?

«Perché i vini che produciamo non rientrano in quelle categorie. Di una cosa comunque sono certo: il vino naturale non esiste, perché il prodotto naturale della fermentazione delle uve è l’aceto. Sui vini biologici e biodinamici non mi pronuncio, anche se qualche aspetto della filosofia che sta alla base di questi ultimi mi lascia perplesso. Il fatto è che i nostri sono diversi perché sono vini artigiani».

 

Che cosa significa?

«Significa che sono prodotti nel rispetto della materia prima e del consumatore. Nel vigneto facciamo i trattamenti con i prodotti tradizionali usati da secoli, sostanzialmente a base di rame e zolfo. Per la concimazione, il problema vero è che, a causa della rarefazione dei piccoli allevamenti, non si trova più letame. Piuttosto di ricorrere a prodotti pseudo-organici, però, personalmente preferisco praticare il sovescio e comunque, in linea generale, non mi sembra il caso di scomunicare chi si aiuta con materie chimiche».

 

Anche le vostre pratiche di cantina sono artigianali?

«Certo: la fermentazione è spontanea, senza lieviti selezionati e senza temperatura controllata. Poi, ebbene sì, uso l’anidride solforosa, certo con prudenza, ma la uso: è stata talmente demonizzata che ci si è scordati che con l’anidride solforosa si fanno le cure termali. A scanso di equivoci, però, sia chiaro: ritengo che il miglior stabilizzante del vino sia l’uva sana».

 

Qual è, allora, la filosofia produttiva che distingue il suo vino artigianale?

«Posso dire a quale filosofia produttiva mi ispiro io: il vino che faccio è quello che piace a me, cosicché quando trovo chi lo apprezza so che ha idee e gusti simili ai miei e quindi non avrò problemi a soddisfare le sue esigenze anche in futuro. La filosofia più seguita attualmente scaturisce invece dalla scelta di fare il prodotto che richiede il mercato. Con il risultato di dar vita a vini magari perfetti anche sotto il profilo organolettico ma standardizzati, tutti simili uno all’altro».

 

Visto che lei fa il vino comportandosi da contadino nella vigna e da artigiano in cantina, che cosa pensa dell’attività degli enologi e dell’importanza che ha assunto il loro ruolo nella vitivinicoltura italiana, tanto da farli diventare delle autentiche star, quasi quanto gli chef di cucina?

«Io sono un cantiniere e penso che l’attività dell’enologo sia preziosa come quella del medico per i malati. Le manifestazioni di divismo ritengo siano fenomeni di moda: come tutti gli eccessi sono negativi, certo, ma non esistono soltanto nel mondo del vino, come testimonia l’accenno agli chef. In ogni caso, non debbono far dimenticare la positiva attività dei tanti validi personaggi che non compaiono alla ribalta».

 

Mi risulta che con suo figlio Gabriele lei ha intrapreso delle ricerche sugli effetti delle variazioni climatiche. Che cosa l’ha spinta ad avviare questi studi?

«È da più di 10 anni che me ne occupo. Gli effetti del mutamento dei ritmi della natura prima o poi riguarderanno tutti, ma il primo settore produttivo a esserne investito è quello agricolo. Ecco perché il contributo degli agricoltori alla comprensione di ciò che succede è essenziale. Ma per fornire questo contributo il loro primo dovere è essere onesti nel riferire gli eventi di cui sono testimoni. Io mi indigno ogni anno quando vedo spacciata per la miglior vendemmia del secolo anche la raccolta di uve seriamente compromesse dal gelo, dalla pioggia, dalla calura, dalla siccità. È da tempo immemorabile che non ho più sentito denunciare con franchezza un’annata mediocre, e questa mi sembra una pessima trovata sul piano commerciale ma soprattutto su quello etico».

 

Nella foto: Francesco Paolo Valentini con la moglie Elena e il figlio Gabriele

 

L’articolo è tratto da Civiltà del bere 6/2017. Per continuare a leggere, acquista la rivista sul nostro store (anche in digitale) o scrivi a store@civiltadelbere.com

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