È sacrilego che Pasqua presenti un vino naturale?

È sacrilego che Pasqua presenti un vino naturale?

Può un grande brand, un’azienda da 54,7 milioni di fatturato, produrre un vino naturale? Lo ha fatto Pasqua Vigneti e Cantine, presentando il progetto ieri al Gallia di Milano.

E ben prima di incontrare ufficialmente la stampa, ossia appena diramato l’invito alla conferenza milanese, il popolo dei social aveva già sentenziato. Per il no ovviamente.

Premesso che siamo legati da vincoli di amicizia e stima sia con Luciano Ferraro, giornalista del Corriere molto impegnato sul fronte vinicolo, sia con Riccardo Pasqua, giovane Ceo (amministratore delegato) del gruppo veronese, a loro esprimiamo qualche perplessità, nello specifico per la domanda finale da parte del cronista al dirigente. Domanda di Ferraro: “Come risponderai alle inevitabili accuse che si tratta di un’operazione di marketing?”. Risposta di Pasqua: “Che non lo è. È tutto autentico”.

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Il Brasa Coèrta, vino naturale di Pasqua

Un’operazione di marketing

Ci permettiamo di obiettare che un giovane brillante, disruptive/fuori dal coro, qual è Riccardo Pasqua, avrebbe anche potuto osare di più. Allora vestiremo noi i panni dei commentatori “politicamente scorretti” e daremo una nostra interpretazione, con buona pace degli ortodossi del vino naturale o artigianale.

1. La domanda di Ferraro contiene già in sé il germe della negatività (perdonaci Luciano, lo scriviamo con affetto), come se marketing fosse una parolaccia, mentre è la base della società dei consumi (che piaccia o no, ma è quella in cui viviamo).
2. Pasqua ha detto una piccola bugia (perdonaci Riccardo, ma tu sei veramente controcorrente, non devi temere…), perché quella di Pasqua è anche un’operazione di marketing, intelligente e sacrosanta, e… “non te ne devi vergognare”, come canta una rockstar parecchio disruptive.

Da sinistra, il giornalista Luciano Ferraro, Denis Pantini (Nomisma), Umberto e Riccardo Pasqua (presidente e Ceo di Pasqua), lo chef Diego Rossi e Lorenzo Corino

Brasa Coèrta, il vino naturale di Pasqua

Insomma, venendo ai fatti: Pasqua ha scelto una porzione di vigneto (un quarto di una vigna di 1,2 ettari a Mizzole in Valpantena, 250 metri slm, piantata nel 1985 a Corvina, Rondinella, Corvinone e Cabernet Sauvignon) e l’ha affidata a un guru della viticoltura naturale, Lorenzo Corino, uno che crede veramente nella biodiversità, nel rispetto dell’ambiente, ma per fortuna anche persona convinta che al centro di ogni progetto vi sia l’uomo. Ne sono nate 1.800 bottiglie di Brasa Coèrta, che in veneto significa più o meno “tizzone coperto” ed è espressione utilizzata per indicare quelle personalità apparentemente chete, immobili, capaci però di riprendere fuoco facilmente, basta scuoterle un poco. Dal punto di vista del marketing (scusate ancora, oggi ci sentiamo sguaiati), un nome perfetto per un progetto pilota, l’inizio di un percorso che, ci auguriamo, potrebbe nei prossimi anni coinvolgere tutta questa vigna, per cominciare, e poi i 10 ettari confinanti, sempre di proprietà Pasqua.

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L’etichetta di Brasa Coèrta disegnata da Biscalchin

I semi di un nuovo modo di bere

Un incendio gioioso, naturale e sostenibile che potrebbe – allora sì – con 60-70.000 bottiglie sul mercato cambiare le cose e contribuire all’affermazione del naturale, quello buono, cioè quello che fa bene a tutti, ma che dona anche prodotti eccellenti, perché è questo che cerchiamo, soprattutto oggi che il vino è oggetto di piacere intellettuale. La buona notizia è dunque completa perché, se aziende medio-grandi si mettono in gioco, alla ricerca di un modo nuovo e antico di fare vino, salubre e qualitativo, significa che le avanguardie enoiche del naturale, come gli artisti del Novecento che portavano aria di rivoluzione opponendosi allo stucchevole classicismo, hanno completato un ciclo gettando i semi di un nuovo modo di vedere (e bere) le cose.

Diego Rossi e Lorenzo Corino. Anche lo chef di Trippa (a sinistra) ha contribuito alla creazione del vino naturale di Pasqua

L’ambiente sta a cuore ai consumatori. Lo dice Nomisma

Questi semi di “artigiani contro” ora sono coltivati anche da imprese strutturate che possono arrivare a un mercato più ampio, di bevitori consapevoli e sani. D’altronde, lo dice anche Denis Pantini, l’uomo dei numeri (Wine Monitor-Nomisma), intervenuto alla conferenza: la tutela dell’ambiente è un’istanza sempre più importante e gli italiani intervistati hanno posto la salvaguardia dell’ecosistema al secondo posto tra le loro preoccupazioni più forti (20%): subito dopo la perdita del lavoro (32%), ma pensate… prima della salute (12%), ma forse perché quest’ultima viene considerata olisticamente legata alla precedente.

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© Riproduzione riservata - 05/03/2019

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