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Cru vs Menzione geografica: perché in Italia manca il vertice della qualità?

Cru vs Menzione geografica: perché in Italia manca il vertice della qualità?

Il caso ha voluto che lo stesso giorno (venerdì 11 maggio 2018) mentre il neoeletto presidente del Consorzio tutela Barolo Barbaresco Alba Langhe e Dogliani, Matteo Ascheri, spiegava a Pambianco Wine&Food che le Menzioni geografiche aggiuntive adottate da Barolo e Barbaresco sono “impropriamente dette cru”, su un altro notiziario del web, Wine Meridian, il giornalista Fabio Piccoli si chiedeva: “Perché l’Italia del vino non ha mai creduto nei cru?”.

L’articolo non dava una risposta a questo interrogativo, ma la lasciava intuire: Piccoli è infatti convinto che il sistema vitivinicolo italiano dovrebbe trovare strumenti più efficaci di classificazione delle denominazioni. “Non si tratta di creare zone di serie A o di serie B, che è stata la cronica paura di gran parte dei nostri produttori”, sostiene, “ma di aiutare il mercato a capire le differenze. E mai come oggi, in un mercato sempre più competitivo, senza strumenti forti di identificazione si rischia di poter usare solo la leva del prezzo per rimanere competitivi”. Ma le Menzioni aggiuntive non sono strumenti di identificazione?

Menzione geografica aggiuntiva: solo “un’area più ristretta”?

Visto che non sembra sia così, il modo più diretto per capire che cosa sono esattamente è consultare il sito Internet del Consorzio presieduto da Ascheri. E il sito spiega: Menzione geografica aggiuntiva è la definizione prevista dalle norme sulle denominazioni d’origine dei vini per individuare un’area più ristretta all’interno del territorio delimitato. E stop. Si può anche supporre che questa zona più ristretta sia stata individuata perché vi si ottengono vini di più marcata personalità e di maggior livello qualitativo, ma il Consorzio si guarda bene dal dirlo. Questo silenzio rafforza perciò la sensazione che la Menzione geografica aggiuntiva sia una definizione burocraticamente ambigua (e quando si utilizza il suo acronimo, Mga, diventa misteriosa e inquietante).

L’esempio storico di Bordeaux

Meglio comunque del termine usato in precedenza, “sottozona”, che era anche denigratorio, nel senso che sembrava definire un territorio di qualità inferiore. Se pur impropriamente”, informa però il sito del Consorzio, “potremmo dire che le sottozone furono fatte quando il Nebbiolo del Piemonte fu suddiviso tra Gattinara, Barolo, Barbaresco, Ghemme, Lessona e via di seguito”. Non si può che essere d’accordo: è improprio, per non dire offensivo, definire quelle denominazioni come sottozone (che il Padreterno mi perdoni). Se le cose stanno così, lo schema adottato non è un’innovazione italiana, sembra la fotocopia di quello in vigore nel Bordolese da oltre 160 anni. Anche là l’Appellation d’origine controlée Bordeaux è divisa in aree più ristrette (la sottozona là si chiama Région) come Médoc, Graves, Pomerol, Saint-Emilion. Le Menzioni aggiuntive sono l’equivalente delle località in cui è suddivisa ogni Région: per esempio Pauillac, Margaux, Pessac, Saint-Esthèphe all’interno del Médoc.

Tra Francia e Italia c’è una grande differenza

Rispetto allo schema francese, la piramide della qualità italiana è priva del vertice, che è proprio il cru. In realtà, è dal 1992 che la legge 164 sulle denominazioni d’origine ha previsto il suo equivalente per l’Italia con l’articolo 6, paragrafo 3: è la menzione “Vigna” seguita dal toponimo. Può essere usata esclusivamente per i vini a Doc e Docg e soltanto se sono realmente ricavati dalla vigna indicata, che dev’essere registrata come tale nell’Albo dei vigneti. Correttamente il Consorzio avverte nel suo sito che “la Menzione non è da confondersi con l’utilizzo del nome Vigna di seguito alla denominazione”, sostenendo però che, per essere usato, “quell’ultimo gradino della scala gerarchica delle Doc e Docg deve prevedere minor resa e maggior grado”.

Si vince tutti, non vince nessuno

Nel testo della legge 164 non risulta, ma a lasciare ancora più perplessi sono le parole con cui la mozione Vigna seguita dal toponimo viene liquidata. “Voleva essere la creazione di un cru all’italiana ma il suo uso si è esteso molto poco”. Sarà difficile che si estenda di più. Per un motivo molto semplice: nel Médoc le Menzioni aggiuntive sarebbero 10 e tutti i cru classificati (premiers, seconds, troisièmes, quatrièmes e cinquièmes) sono 109, mentre le Menzioni geografiche aggiuntive del Barolo sono 181 e quelle del Barbaresco 66: quindi in pratica sono già loro, i cru. Però non sono classificati in graduatoria qualitativa, e la sensazione è che sia proprio questo che tutti vogliono, Consorzio compreso, per quella “cronica paura” a cui allude Fabio Piccoli: gli italiani adorano le competizioni, ma solo se la vittoria è assicurata a tutti.

L’articolo è tratto da Civiltà del bere 3/2018. Per leggere il resto della rivista acquistala su store.civiltadelbere.com (anche in digitale) o scrivi a store@civiltadelbere.com

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