Dall'Italia Dall'Italia Jessica Bordoni

Chi ci berrà nel 2022?

Chi ci berrà nel 2022?

Un’indagine Nomisma Wine Monitor fa il punto sulle esportazioni dal 2007 a oggi per capire cosa accadrà nei prossimi 5 anni. Aumenterà la richiesta di spumanti e vini di qualità. In futuro ci ameranno in Russia, Cina e Giappone.

Il futuro dei mercati. I mercati del futuro” è il titolo dell’indagine commissionata da Veronafiere a Nomisma Wine Monitor e presentata durante la cerimonia di apertura dello scorso Vinitaly. Lo studio parte dall’analisi degli ultimi 10 anni e volge lo sguardo ai cinque a seguire, per prevedere come si evolveranno i consumi di qui al 2022 e quali nazioni domineranno i prossimi “campionati” vinicoli mondiali. Lo studio previsionale, detto forecast, è stato realizzato attraverso l’implementazione di un modello complesso che comprende dati e informazioni qualitative (consumer insight e stakeholder consultation) e quantitative (variabili economiche e socio-demografiche) derivanti da fonti statistiche, pubbliche e private, e literature review.

I trend: premiumization

Oggi i consumi nei Paesi dell’Unione europea sono in calo, mentre gli Stati Uniti e la Cina segnano rispettivamente +21% e addirittura +166%. Tuttavia, anche se in Europa le vendite diminuiscono in termini di volume, si registrano aumenti in valore. Si tratta della premiumization, un fenomeno trasversale che interessa soprattutto i mercati più consolidati, con un incremento del valore di vendita a livello mondiale del +35% nel decennio 2007-17.

Il consumo di vino è aumentato del +166% negli ultimi anni

…e bollicine

Un altro trend ormai consolidato è la forte crescita degli sparkling wines, che anche il nostro Paese ha saputo cavalcare. Tra il 2007 e il 2017, l’export di spumanti italiani ha fatto un salto del +240% a fronte di un aumento del +50% su scala mondiale. Sia la premiumization che il consumo di sparkling sono destinati ad aumentare nei prossimi cinque anni, anche perché legati ai consumer giovani e alle donne, due soggetti che occuperanno un ruolo sempre più centrale nel comparto.

Primo gradino del podio sempre a stelle e strisce

A fare la parte del leone sul fronte delle importazioni sono gli Stati Uniti. Seguono Regno Unito e Germania. La Cina è al quarto posto, ma verosimilmente scalzerà i tedeschi per raggiungere il podio in un futuro assai prossimo. Quanto all’Italia, nell’ultimo decennio l’export di vino è cresciuto del +69% spostandosi dai cosiddetti mercati di prossimità (oggi l’Ue pesa per il 51% contro il 59% di 10 anni fa) a quelli più distanti, ovvero i mercati terzi. Va poi detto che nel Duemila lo sfuso rappresentava il 50% del totale, mentre nel 2017 tale tipologia è scesa al 26%. Attualmente l’Italia costituisce il primo “fornitore” per 16 mercati mondiali, contro i 29 della Francia.

Cos’ha la Francia più di noi?

Il nostro gap rispetto ai cugini d’Oltralpe risulta evidente soprattutto se si guarda al Sud del mondo. In questi Paesi raramente superiamo quota 10% sull’import dei singoli Paesi. Perché questo ritardo? Le motivazioni sono molte. Innanzitutto la frammentazione delle nostre imprese vitivinicole, che spesso hanno vissuto l’export prima come un ripiego per smaltire le eccedenze produttive, poi come una necessità legata alle difficoltà delle vendite nazionali. Esattamente il contrario di nazioni come Australia, Cile e Nuova Zelanda che, in assenza di un mercato interno forte, hanno pianificato strategie commerciali decisamente export-oriented. Oggi fatturano oltre il 50% della merce fuori dai loro confini. Un altro fattore da considerare è la presenza di accordi di libero scambio, che ha favorito soprattutto il Cile e l’Australia, a discapito dei Paesi europei.

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