Anche al Sud si produce in alta quota. In Sicilia, sul vulcano più alto d’Europa, i produttori fanno ormai a gara per gestire un patrimonio di viti centenarie e vitigni esclusivi (Nerello Mascalese, Nerello Cappuccio e Carricante). Con espressioni differenti dai diversi versanti
Chiamata localmente a Muntagna, l’Etna porta con sé qualcosa di sacro e assoluto, di ancestrale e di mistico. È il luogo divergente della Sicilia: decentrato, colossale, estremo. Un vulcano ancora attivo, una terra lavica, un clima più continentale che mediterraneo, vitigni esclusivi (i due Nerello, Mascalese e Cappuccio, e il Carricante). La vite ha qui origini secolari: la provincia di Catania è la più antica civiltà agricola siciliana e la viticoltura arriva con la colonizzazione greca del 729 a.C. Poco prima dell’avvento della fillossera, alla fine dell’Ottocento, la superficie vitata raggiunge la cifra record di 50.000 ettari, che scendono drasticamente a 3.000 un secolo dopo.
Le origini del “big bang”
Alle soglie del Nuovo millennio nessuno vuole investire sull’Etna perché considerata “primitiva”. Poi il “bang” provocato da tre meteore: il belga Frank Cornelissen, l’italo-americano Marc De Grazia con Tenuta delle Terre Nere e il romano Andrea Franchetti, scomparso nel dicembre del 2021, con Passopisciaro, che si affiancano alle Cantine storiche del territorio (Benanti, Barone di Villagrande, Scammacca del Murgo). Insieme cambiano per sempre lo scenario produttivo, rilanciando le quotazioni del Mongibello e rovesciando la situazione: faranno tutti a gara – dalle aziende siciliane a quelle della terraferma – per avere la propria cantina sull’Etna.
Il versante nord più caldo
È il regno del Nerello Mascalese e il territorio meno rigido dal punto di vista climatico, uno dei paradossi dell’Etna. I comuni produttivamente più importanti sono Randazzo, Castiglione di Sicilia e Linguaglossa, dove si concentra, soprattutto nei primi due, che rappresentano all’incirca il 50% del vino etneo, la maggior parte delle contrade più conosciute. La vite parte dai 400 metri di quota per arrivare ai 1000.
I Calabretta al lavoro da generazioni
Massimiliano Calabretta rappresenta la quarta generazione di un’azienda familiare che ha avuto come capostipite all’inizio del Novecento il bisnonno Gaetano, il quale compra i primi terreni. La produzione viene principalmente venduta al Nord come sfuso: la moglie Grazia apre due negozi a Santa Margherita Ligure e a Rapallo. Nel secondo dopoguerra il nonno Salvatore espande la proprietà, mentre negli anni Novanta il padre Massimo prende in mano l’azienda, riorganizzando la cantina e cominciando a imbottigliare e commercializzare il vino con l’aiuto del figlio Massimiliano.
Un patrimonio di viti centenarie da gestire
Gli ettari vitati sono circa una dozzina: la maggior parte delle vigne sono a spalliera bassa, ma c’è anche un significativo patrimonio di vecchie viti ad alberello e un fazzoletto di 1.500 piante centenarie a piede franco da cui nasce il Piedefranco-Ungrafted. La cantina di Randazzo ha una parte ipogea scavata nella roccia vulcanica e una parte in superficie che assomiglia a un magazzino. Il Nerello Mascalese Vecchie Vigne proviene dalle viti centenarie a spalliera bassa delle contrade Calderara Sottana e Taccione: fermentazione spontanea, brevi macerazioni con frequenti rimontaggi, 5 anni in botti di rovere di Slavonia. Ha un carattere selvatico, ematico, terroso, una consistenza cospicua, un tannino mordente, una persistenza tutt’altro che prevedibile.
La dedica al padre Girolamo Russo
Diplomato in pianoforte e laureato in Lettere, Giuseppe Russo non avrebbe mai pensato di occuparsi di vino, ma la morte del padre Girolamo Russo, avvenuta nel 2003, lo costringe a fare una scelta: «Avrei potuto occuparmi di ricerca universitaria, mi sono invece avvicinato alle vigne, non solo per passione ma per compassione: il lato affettivo ha giocato un ruolo determinante». Il padre vendeva le uve e lo sfuso, e Giuseppe, che fino a quel momento non aveva mai messo piede in un vigneto, gli dedica nel 2005 l’azienda di Passopisciaro. Gli ettari vitati sono una ventina a conduzione biologica certificata.
Etna Rosso dal carattere mediterraneo-montano
L’Etna Rosso Feudo di Mezzo arriva dagli alberelli centenari della parte più alta (670 metri) della contrada, che si trova subito dopo l’abitato di Passopisciaro. Fa fermentazione spontanea e matura un anno e mezzo in botti da 10 ettolitri e tonneau usate. Ha colore granato brillante, sentori di sottobosco, di macchia mediterranea, di tamarindo, un palato di forza, calore e sapore. L’Etna Rosso San Lorenzo arriva dalle terrazze medio-alte dell’omonima contrada di Randazzo con vigne di 90 anni ad alberello e ad alberello adattato a filare, un tempo chiamate “a sesto continentale” (ci sono anche impianti più giovani a spalliera). Maturazione in tonneau di secondo passaggio per un anno e mezzo. Piccoli frutti selvatici, macchia, carattere mediterraneo-montano, con tannino ferroso-terroso, allungo potente e penetrante, solido e agile.
Il versante est più freddo
Dei comuni di cui si compone la parte orientale della denominazione (Trecastagni, Viagrande, Piedimonte Etneo, Zafferana Etnea, Santa Venerina, Sant’Alfio, Mascali, Giarre, Aci Sant’Antonio, Acireale) il più importante è Milo, antico borgo a 720 di quota con vista panoramica sulla costa ionica dove si produce l’Etna Bianco Superiore a base di Carricante. Quello est è il versante più freddo di tutto l’Etna (c’è meno spazio tra il vulcano e il mare): la piovosità supera i 1.000 mm all’anno, con rovesci e grandinate non infrequenti.

L’anima storica di Salvo Foti
Coscienza storica dell’Etna nonostante l’età (è del 1962), Salvo Foti ha scelto come nome dell’azienda di Milo non il suo ma quello de I Vigneri, una storica corporazione di viticoltori etnei fondata nel 1435. L’omonimo vino rosso, che proviene dal Nerello Mascalese (più un saldo del 10% di Nerello Cappuccio) di contrada Porcaria (Passopisciaro, versante nord), è prodotto con l’imponente palmento in pietra lavica del 1840, ancora perfettamente conservato (il conzo in quercia, la vite del torchio in sorbo, le altre parti in castagno). Gli alberelli di Carricante e Minnella della contrada Caselle di Milo, impiantati a quinconce (senza però la quinta vite al centro del sesto quadrato come da tradizione romana) ad alta densità (8-10.000 ceppi per ettaro), si trovano a 750 di quota. Quando a Muntagna erutta, sulle viti si appoggia il ripiddu (lapilli eruttivi in pietra pomice).
Gli umori vulcanici dell’Etna Bianco
L’Etna Bianco Superiore VignadiMilo Caselle è un Carricante in purezza che arriva da una parcella di 8.000 mq con alberelli franchi di piede, frutto di una selezione massale. Matura per 1 anno in una botte da 25 ettolitri. Colore paglierino intenso e luminoso, naso che freme di umori vulcanici (zolfo, pietra focaia, cerino), palato pietroso-vulcanico, estremamente salino, con allungo di minerali granitici e sapori taglienti d’agrume. L’Etna Bianco Superiore Palmento Caselle proviene da una parcella ancora più piccola di 3.000 mq. Profumi di scorza di cedro, di nocciola, di fiori, ha sorso vibrante, percorso da nervature acide, con un finale di sale minerale.
A Caselle l’habitat del Carricante
«Il Carricante non c’era nella parte nord, lo stanno piantando solo ora. Qui a Caselle è il suo habitat naturale, perché fa freddo e non ci sono gli ulivi. Se però si scende di 200 o 400 metri si trovano le piante del limone, dell’oliva e la frutta tropicale: questa è la verticalità dell’Etna. Ogni contrada ha la sua storia, anche climatica. Qui non viene bene il Nerello Mascalese. Nasce a Mascali, sulla costa, è un tipo da spiaggia, vuole il caldo», conclude Salvo Foti.