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Viaggio in Champagne a casa di Jacquart

10 Maggio 2013 Civiltà del bere
Alcune delle vetrate della grandiosa Cattedrale di Reims, in Francia, raffigurano qualcosa di molto particolare. Si vedono viti, monaci impegnati in vendemmia, il momento del dosaggio dello zucchero e quello affascinante del remuage. Questo significa coesione mentale e d'azione. Siamo nel cuore dello Champagne e le Cantine più importanti della zona, fin negli anni Cinquanta (questa la datazione delle vetrate), hanno finanziato alcuni maestri vetrai perché realizzassero un'opera capace di segnare per sempre, in un luogo di estrema suggestione come la cattedrale, il destino di una terra. Fare vino. Così, accanto ai vetri pensati da Chagalle che, da soli, attirano ogni anno migliaia di visitatori, si vedono questi. IL MITO COSTRUITO INSIEME - Partiamo da qui per raccontare il nostro viaggio alla Jacquart e per dire che la prima lezione imparata è che qui, anche quando parla un singolo, come nel nostro caso, lo fa, in realtà, in nome di un gruppo. Ci si muove insieme, si rispettano le regole insieme, ci si promuove insieme e insieme si costruisce il mito. È sempre partito da questo presupposto ogni discorso di Patrick Spanti, vulvanico direttore export della Maison. Lezione numero 2: qui chi fa vino, fa vino e chi vende vino, vende vino. Compiti diversi, obiettivi differenti, capacità valorizzate ciascuna nel proprio ambito. Lezione numero 3: lo Champagne è un vino di cuvée; si prende il meglio da ogni microparticella vitata (difficilmente si possiede più di un ettaro). Lezione numero 4: ciascuna cantina è obbligata ad avere del vino di riserva. Nelle annate meno favorevoli rappresenta il serbatoio dal quale attingere. SUCCESSO MONDIALE - Lezioni che possono essere comprese anche in Italia? Forse no, e forse non dovrebbe neppure essere così. Siamo territori diversi, abbiamo tradizioni completamente differenti. Eppure lo Champagne va forte, continua a galoppare, si mantiene saldo sul mercato francese e atterra anche molto lontano nel mondo. E questo ci dovrebbe far pensare. «Prevediamo che nei prossimi anni le vendite in volume delle nostre etichette raddoppieranno in Cina, in India, e in Giappone», ha detto Spanti confermando anche l'importanza dei mercati tradizionali, Inghilterra in testa e Germania a seguire. IL VINO DELL'OMBRA - E notare bene. Qui la natura non è stata prodiga. A Reims i francesi chiamano lo Champagne il vino dell'ombra a causa del clima raramente caldo e soleggiato (non dimentichiamo che siamo nei vigneti più a Nord d'Europa), le uve faticano a maturare e non raggiungono mai il grado zuccherino necessario fermandosi sempre prima di 10 grammi/litro e i terreni sono gessosi. Eppure questo non ha fermato i produttori. LA GAMMA JACQUART - Ognuno ha il suo stile. Alla Jacquart ad esempio, hanno scommesso sullo Chardonnay puntando a ottenere uno stile minerale, fresco e bevibile. Il packaging è accattivante, giocato sull'eleganza dei colori: il marrone che richiama la terra e il verde acido a ricordare il vitigno principe. Niente legno e decisamente solo acciaio per questo prodotto che sosta in bottiglia più del necessario (15 mesi stabiliti per legge), arrivando a restare fermo fino a tre anni, e che costa tra i 25 e i 30 euro in enoteca. Un piccolo lusso avvicinabile insomma che va dal Brut Mosaique, pulito, puro, elegante, al Brut Rosé, strutturato, fresco, seducente, passando per l'Extra Brut e il Blanc de Blancs fino al Brut de Nominee. Per trovarli in Italia: Rinaldi Importatori, www.rinaldi.biz. Per saperne di più: nel numero di luglio-agosto di Civiltà del bere un esaustivo ritratto della Jacquart.  

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