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Riccardo Cotarella: “Autoctoni sì, purché di carattere e adatti al terroir”

10 Gennaio 2013 Civiltà del bere
Due giorni fa abbiamo pubblicato la prima parte dell'intervista all'enologo Riccardo Cotarella che il giornalista Cesare Pillon ha realizzato per Civiltà del bere, in occasione della pubblicazione del libro a lui dedicato Quasi un ritratto di Nino D’Antonio. Oggi proseguiamo parlando del rapporto che l'enologo di fama internazionale ha soprattutto con i vitigni autoctoni. Lei è stato soprannominato mister Merlot perché si sostiene che berrebbe questo vino anche nel caffelatte a colazione. Ma dal libro si scopre che ha impiantato l’Aglianico in Palestina, quindi ha grande attenzione anche per i vitigni autoctoni. Ci spiega allora qual è il suo rapporto con loro? «Ho conosciuto il Merlot nel momento di massimo fulgore del Rinascimento del vino italiano e, rispetto a certi vitigni della mia zona, come il Ciliegiolo, il Canaiolo o il Bellone, che hanno poco carattere, lo trovai invece estremamente interessante. La simpatica battuta del Merlot nel caffelatte si fa ancor oggi parlando di me. Mentre io, oggi, riconosco che questa è la varietà che maggiormente soffre il cambiamento del clima. Ci si può innamorare di una donna, non di un’uva». - E l’interesse per vitigni e vini autoctoni? «Lo provo laddove esistono quelli di qualità. Ma ci sono territori dove non ci sono, vedi l’alto Lazio. Tutta questa regione, per la verità, non ha vitigni autoctoni rossi, se si esclude il Cesanese. Per questo mi chiedo per quale motivo i produttori non dovrebbero sperimentarne altri». - Il territorio. Il libro si diffonde talmente su questo tema, che alla fine si ha la sensazione che vini di qualità se ne possano fare ovunque. Lei lo pensa davvero? «Ma no!» - Che ci siano molte zone assolutamente vocate di cui nessuno s’era mai accorto, questo però lo dice la storia recente. Bolgheri è, forse, l’esempio più clamoroso. «Vale per tutto il Sud». - Beh, che il Sud fosse vocato si sapeva, si pensava però che lì non si sapessero fare uve e vini di qualità. Forse un po’ è vero, ma forse mancavano i mezzi tecnici, il clima troppo caldo favoriva grandi produzioni. «Mancava la tecnologia, mancava l’uomo». - Mancava l’uomo? Forse non c’era con le conoscenze tecniche di oggi: senza quelle il grande vino probabilmente non saremmo stati in grado di farlo. «Questo è vero, oggi noi riusciamo a fare molto di più grazie alla tecnologia. E questo la dice lunga anche sul fatto che la tecnologia non è il demonio».

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