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“Sistema Italia”. Le proposte di Antinori, Pasqua, Charrère, Nicoletto, Ricci Curbastro e Gaja

25 Febbraio 2013 Civiltà del bere
Nel pieno delle votazioni politiche e regionali italiane, abbiamo proposto ad alcune importanti personalità del mondo del vino un "giochino" davvero stuzzicante: immaginare di diventare il prossimo ministro delle Politiche agricole. Se fossero proprio loro i futuri responsabili del dicastero quali provvedimenti attuerebbero per primi? La settimana scorsa abbiamo sentito le opinioni di Piero Antinori, Ettore Nicoletto, Mario Guidi, Maurizio Gardini e Lamberto Vallarino Gancia. Oggi ascoltiamo nuovamente Piero Antinori, presidente dell'Istituto Grandi Marchi, Ettore Nicoletto, presidente del Consorzio Italia del Vino, e Lamberto Vallarino Gancia, presidente di Federvini, insieme con Carlotta Pasqua, presidente dell’Associazione giovani imprenditori vinicoli italiani, Costantino Charrère, presidente della Federazione italiana Vignaioli indipendenti, Riccardo Ricci Curbastro, presidente di Federdoc, e Angelo Gaja. VALLARINO GANCIA: L'EXPORT È FUNZIONALE ALLA POLITICA ECONOMICA DEL PAESE - Lamberto Vallarino Gancia (Federvini) parla di export e delle forze con le quali ci presentiamo all’estero: «L’ossigeno apportato dai piani di promozione cofinanziati dall’ultima OCM ha testimoniato quanto possa essere utile una sistematica attività di comunicazione dei nostri prodotti. Dobbiamo trarre esperienza da questa fase iniziale perché temo che i fondi non rimarranno così consistenti nel tempo». Come fare? Ecco i provvedimenti che attuerebbe Lamberto Vallarino Gancia se occupasse la poltrona del ministro: «Migliorare la conoscenza dei mercati, rafforzare il legame tra la nostra rappresentanza politico/diplomatica e le attività economiche, calendarizzare le iniziative all’estero e riconoscere nell’export agroalimentare uno strumento di politica economica nazionale da sostenere con forti interventi di cura e difesa degli interessi del settore». ANTINORI: MAGGIOR FLESSIBILITÀ PER OTTENERE CONTRIBUTI COMUNITARI - Piero Antinori ragiona in termini di fondi e trova proprio nei denari che mal spendiamo la chiave di volta di alcuni dei nostri problemi: «Farei in modo che i fondi comunitari fossero tutti usati in maniera più efficace. In particolare, relativamente alle disponibilità OCM vino per la promozione dei Paesi extra CEE, occorrerebbe adeguare le normative nazionali alle reali esigenze degli operatori attraverso una maggiore flessibilità sulle azioni ammissibili a contributo». PASQUA: RAZIONALIZZARE E AGGREGARE GLI ISTITUTI RESPONSABILI - Anche dai giovani Imprenditori vinicoli capitanati da Carlotta Pasqua (Agivi), arriva un appello alla coesione: «Bisogna costruire un Sistema Italia capace di promuovere il comparto dell’agroalimentare made in Italy e delle sue eccellenze sostenendo l’export e migliorando le capacità delle imprese nell’affrontare i nuovi mercati». Come? «Razionalizzando e aggregando gli enti già esistenti, costituendo un unico organismo o istituto responsabile in grado di veicolare in modo coerente e univoco il brand Italia e i suoi valori», ha precisato. CHARRÈRE E NICOLETTO: OCCORRE UN COORDINAMENTO COLLETTIVO DELLE ATTIVITÀ - Convogliare dunque per ottimizzare. È di questa idea anche Costantino Charrère (Vignaioli indipendenti): «Creerei una costituente rappresentativa, trasversale e paritetica del vino italiano, referente del Mipaaf, per le politiche di orientamento collettivo». Coordinamento collettivo delle attività all’estero anche secondo l’opinione di Ettore Nicoletto (Italia del Vino): «L’Italia agroalimentare deve muoversi in maniera unica e forte chiamando a sé le migliori energie del Paese; siamo consci dei limiti della finanza pubblica, ma sono certo che un ministero aperto, efficiente, dinamico e trasparente saprebbe coinvolgere le migliori energie imprenditoriali e professionali in un approccio nuovo e condiviso. Inoltre è necessaria una lotta senza quartiere all’Italian sounding in tutte le sedi giuridiche e con tutti i mezzi possibili». RICCI CURBASTRO: TUTELARE LE DENOMINAZIONI - Per ottenere migliori risultati all’estero per Riccardo Ricci Curbastro (Federdoc) servirebbe oltre che fare sistema «migliorare le procedure di esportazione in alcuni Paesi terzi difendendo meglio i nostri marchi collettivi. Ci sono troppe contraffazioni delle nostre denominazioni, innumerevoli concessioni dell’Unione Europea nell’utilizzo delle nostre menzioni tradizionali e vitigni autoctoni a Paesi terzi (Nero d’Avola, Cerasuolo e Vermentino soprattutto). Le molteplici iniziative di promozione delle nostre aziende e dei loro vini supportate anche da consistenti contributi comunitari rischiano di essere vanificate dai sempre più ricorrenti fenomeni di imitazione. Per convincere le istituzioni comunitarie a stanziare fondi per i Consorzi di tutela anche attraverso la registrazione delle stesse come marchi nei Paesi di interesse ricordando che le Denominazioni di origine sono un patrimonio dell’intero Paese e meritano di essere difese così come dovremmo fare con il Colosseo, la Galleria degli Uffizi, Venezia o Pompei». GAJA: UN MARCHIO 100% ITALIANO - Anche Angelo Gaja ha un’idea per bloccare le contraffazioni causa di molti dei nostri mali: «Affiderei a un esperto di marketing un progetto “marchio 100% italiano”, e a Slow Food l’incarico di gestirlo per i prossimi cinque anni concedendone l’uso ad artigiani dell’agroalimentare di dimensione medio-piccola che ne facciano richiesta e si impegnino a fornire un prodotto 100% italiano».

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