In questo articolo del 1983 il medico Roberto Morgante rievoca l’interessante chiacchierata con lo psicologo e psicanalista veneziano, tra i maggiori protagonisti della cultura italiana del Novecento, che quando torna nel suo Veneto al ristorante chiede sempre «el me porta un goto de vin»
«Un bicchiere di vino genuino, col passar degli anni, ho imparato a gustarlo. Ma non sono un intenditore di vini».
Se lei è al ristorante, chiede un vino particolare, professore?
«No. Chiedo: “el me porta un goto de vin…”».
Nessun vizio, professore?
«Io da giovane non bevevo. Adesso, col passar degli anni… ventun anni fa, esattamente, ho smesso di fumare. Ero un forte fumatore. Ho fatto molta fatica a smettere di fumare. Quando ho eliminato il vizio del fumo, la mia povera moglie si era subito avveduta che il tentativo era eroico. “Se te smeti par tre setimane, ti xe salvo”… m’aveva detto. Allora mia moglie mi mise in tavola del buon vino siciliano».
Per tirarla su…?
«No. Per offrirmi un sostituto al fumo».
Oggi si parla di civiltà del bere, non dello strabere…
«Esiste indubbiamente questa faccenda della soddisfazione orale…».
Pensi, professore, che Renato Simoni aveva lasciato un gruzzolo perché ai vecchietti della sua Verona fosse assicurato “un goto de bon vin”.
«L’Europa meridionale è segnata dalla civiltà del vino. Non vi è dubbio».
Il vino ha valore alimentare?
«Sì, nella dose giusta. Ed anche simbolico. Io però non sono un orale».
Lei professore è sicuramente uno spirituale, a livello testa…
Queste battute iniziali di un dialogo che si svolge tra chi scrive, e il padre riconosciuto e celebrato della psicanalisi italiana: il veneziano professor Cesare Musatti.
Occhi quanto mai arguti. Chioma bianca, svolazzante. Il sorriso accattivante. Una età ragguardevole, ma disinvoltamente esibita. Una lucidità perfetta. Matematica. Da matematico, quale è Cesare Musatti. E la psicanalisi, a pensarci bene, è materia di rigorosa logica consequenziale, proponendosi di analizzare e sondare l’intricato garbuglio del pensiero umano. Del comportamento dell’uomo, delle sue emozioni, del suo inserimento nel contesto sociale, oggigiorno non sempre armonico.
Nonostante sostenga che l’origine fisiologica della psicanalisi non può che essere la disciplina medica, Musatti deriva da un biennio padovano di matematica sfociato poi in una laurea in filosofia. Catalizzatore di queste scelte il suo maestro triestino: Vittorio Benussi. Triestino di nascita, ma intriso a Graz di suggestivi elementi della Kultur freudiana. A Benussi, Musatti successe molti anni fa nella cattedra di psicologia a Padova. Era Padova che distribuiva dispense agli studenti onde apprendessero le rivoluzionarie teorie di Sigmund Freud. Freud scriveva soltanto in tedesco di ardua decifrazione, ma Musatti lo traduceva agevolmente. Le nuove concezioni razziste di quel tempo non democratico additavano nella psicanalisi una Juden-Wisse-schaft cioè una “scienza giudaica”. Da sempre si vanta di essere (con modestia) un “addetto alla psicanalisi”. Impastato di psicologia sperimentale, che anni fa polarizzava la sua vera attenzione.
Lo incontriamo nel Veneto, a Verona, e gli domandiamo se vive nell’intimo la poesia del Veneto, e di quella incredibile sua città che è Venezia. Sono sfumature di nostalgia che sempre un veneto vero si porta addosso. Lo incontriamo tra le “quinte” del Teatro Romano di Verona durante una rappresentazione della goldoniana Vedova scaltra interpretata da Adriana Asti.
Pascal scrive: condizione dell’uomo, incostanza, noia, inquietudine. Persiste questa grama situazione nell’uomo e per l’uomo d’oggi?
«Sì, ma “xe normale” (Musatti ama molto intercalare il veneto, il veneziano con un italiano squisito). L’uomo è sempre stato impastato di questi elementi. Da sempre».
Però lo stato d’ansia è in aumento…
«La vita d’oggi è effettivamente più complicata. La lotta per l’esistenza è in crescita. Ciò perché i tempi evolutivi sociali sono rapidissimi, e chi sta al passo con lo sviluppo tecnologico ne subisce inevitabilmente le conseguenze. Oggigiorno l’uomo a 40 anni è già vecchio…».
Intende dal punto di vista psicologico, nervoso, “vecchio”; lei che è tutto una contraddizione con questo assunto…?
«Vecchio nel senso che è difficile mantenere il passo, la cadenza del progresso. I ragazzi di vent’anni sono più rapidi ad assorbire gli impulsi del mondo tecnologico. Una volta si diceva che le qualità filosofiche dell’uomo si sviluppano tardi. Che i filosofi vengono fuori ad una determinata età. Oggi la civiltà ha impresso delle spinte che anticipano lo sviluppo psicologico del giovane. Non è del tutto antifisiologica questa spinta, ma con determinate conseguenze. Quindi l’età dell’uomo è spostata. In realtà abbiamo molti giovani-vecchi. La generazione tra i venti e i trenta anni segue bene lo sviluppo tecnologico. Ma poi…?».
Lei è la tipica dimostrazione del contrario. Partito con il calesse a cavalli, oggi viaggia sul Concorde…
«Io mi aggiorno. Recentemente sono andato a lezione di elettronica. Perché? Alla Olivetti facevano delle consulenze psicologiche. Quei tasti elettronici mi hanno incuriosito. La produzione elettronica pone l’operaio nella situazione alienante di adoperare attrezzature di cui ignora assolutamente l’effetto produttivo, l’effetto finale. È vero: ci sono i “cervelloni”, che mandano avanti l’impianto».
I manovratori sono degli abili burattinai, in sostanza. Secondo lei potrebbero manovrare male i comandi e portare conflitti immani…?
«Sì. Stiamo arrivando ad una alienazione totale. Uno deve sapere cosa fa, con che cosa lo fa. Non premere dei bottoni, asettici. Con l’elettronica scompare l’atto artigianale. Piastre e fili, nonché bottoni, alienano».
Violenza: dalla piccola violenza quotidiana, alla macro violenza nazionale o politica. Dove sta andando l’uomo, professor Musatti…?
«In tutti i periodi vi sono state esplosioni violente. Poi le civiltà violente scompaiono. I burattinai – come li chiama lei – sono estremamente pericolosi. E determinanti».
Noi medici abbiamo portato la vita media fino a 76 anni. La porteremo ad oltre 100 entro il 2000. Sarà tutta vita di nevrosi?
«No. Di demenza senile. Dai 40 in su».
Lei è la non-dimostrazione di questo. Qual è la nevrosi più emergente oggi?
«Nevrosi. Psicosi. Non si può fare vera distinzione. Certe anomalie del passato, come le stravaganze, le originalità di comportamento, passavano come caratterizzazioni. Oggi si chiamano nevrosi».
Da Oscar Wilde in giù…
«Sì. Oggi si dà un nome, “all’originale”, allo “strambo”, all’”artistoide».
Siamo tra le quinte del teatro Roma dove si sta rappresentando la Vedova scaltra, d’ambiente veneziano, come lei, professor Musatti, Adriana Asti interpreta bene questo personaggio squisitamente femminile. Della Asti un grosso intervistatore televisivo ha detto “in Adriana abbiamo una presenza fisica”. Cosa significa “presenza fisica”…?
«Sono trent’anni che conosco Adriana. Abbiamo dialogo. La “xe na dona” molto intelligente, molto seria nel lavoro…».
Coglie il momento delle donne intelligenti, “rampanti” in senso professionale Adriana Asti? È sexy per finalità e scopo precisi…?
«È attrice».
È avvertita anche da giovani, come donna sexy. Ne ha fatto una bandiera…
«Adriana dice che questo “xe colpa mia”. Io l’avrei liberata dal pudore…».
Allora era una timida…
«Un pizzico di timidezza è squisitamente di tutti».
Craxi non credo abbia mai avuto ventate di timidezza…
«Lasciamo perdere. Non voglio parlarne».
L’approccio amoroso nei quattro personaggi della vedova goldoniana, è diverso. È mutata la modalità, secondo lei professore, di far la corte alla donna, nei giovani d’oggi…?
«Quel tempo esprimeva crisi sociali alla vigilia della Rivoluzione Francese. L’approccio alla donna era diverso perché quella era un’epoca di classi mercantili emergenti. Goldoni in realtà voleva riscrivere la commedia. Ma la commedia era gradita dal pubblico, che vi si rispecchiava».
La donna è rimasta scaltra, nel mondo attuale?
«La donna fa il mestier suo in rapporto ai tempi».
Le donne di commedia non lavoravano mai. Oggi invece…
«Non lavoravano mai quelle di un certo ceto. Si trattava della borghesia nascente».
Nel Veneto lei torna sempre, professore. Col cuore, e fisicamente. Perché questo?
«Perché Venezia e Verona sono tra le più belle città del mondo. Venire nel Veneto da Milano… A fine settimana io spesso scappo nel Veneto. Amo anche il Trentino, e personalmente mi fermo ogni estate tra il fresco di Folgaria».
Roberto Morgante