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Il nuovo stile di Sapaio, con vista sul Giglio

Il nuovo stile di Sapaio, con vista sul Giglio
I vigneti di Podere Sapaio, con un’età compresa tra i 25 e i 26 anni, sono a conduzione biologica

Una mini verticale del bolgherese Sapaio, rosso di ricerca – anche personale – per il suo produttore Massimo Piccin. Notevolmente espressivo il secondo vino, Volpolo. La piccola parentesi del Giglio ha un sapore ancestrale

La Bolgheri del vino continua a evolversi lungo una traiettoria che intreccia visione imprenditoriale, sensibilità agricola e desiderio di radicamento. Tra le realtà che raccontano questo percorso c’è Podere Sapaio, progetto fondato da Massimo Piccin, originario di Vittorio Veneto (Treviso), che all’inizio degli anni Duemila sceglie la costa toscana non solo come luogo produttivo, ma come spazio di vita.

Dalle origini al progetto Bolgheri

È il 2000 quando Piccin acquista una casa e 8 ettari di terreno a Bolgheri. All’epoca è un ingegnere con una breve parentesi professionale alle spalle e un’opportunità di investimento nel mondo del vino. Da lì prende forma un percorso che nasce da una scelta istintiva, quasi esistenziale: costruire un rapporto con la terra.
«Il rapporto con la vigna va costruito», commenta Piccin al pranzo organizzato a Milano, al ristorante di Andrea Aprea. È una delle convinzioni che guidano il progetto fin dall’inizio, e Massimo Piccin effettivamente non si sottrae a ripensamenti e aggiustamenti. I vigneti, oggi con un’età compresa tra i 25 e i 26 anni, rappresentano un patrimonio agronomico ormai maturo, su cui si innesta una conduzione biologica resa relativamente agevole dalle condizioni pedoclimatiche di Bolgheri.

Massimo Piccin, proprietario di Podere Sapaio

L’idea dei due vini

Fin dall’inizio, la visione è chiara e, diciamo, classica: creare due vini distinti, sul modello del “primo” e “secondo vino” bordolese. Il cuore è rappresentato dal Cabernet Sauvignon, affiancato da Cabernet Franc, Merlot e Petit Verdot.
La prima vendemmia è quella del 2004. Seguono le tappe fondamentali: Volpolo nasce nel 2006, mentre Sapaio vede la luce nel 2007. In origine Bolgheri Superiore, quest’ultimo cambia denominazione a partire dal 2015, diventando Igt Toscana per via dell’ingresso crescente di uve provenienti da Bibbona, caratterizzate da un profilo diverso rispetto a quelle bolgheresi. Una scelta identitaria, non solo normativa. Da segnalare che la vendemmia 2014 non è stata prodotta. Negli anni più recenti, l’azienda ha piantato Mourvèdre, ora tra le uve autorizzate in Toscana: solo pochi filari, non ancora entrati in produzione, ma indicativi di una curiosità viva.

Vigna e cantina: misura e precisione

Podere Sapaio si avvale della consulenza enologica di Carlo Ferrini, figura di riferimento per molti grandi vini italiani. L’approccio in cantina è improntato alla sottrazione: meno interventi invasivi, maggiore attenzione alla materia prima. Lo dimostra, ad esempio, il cambio di stile introdotto con il Volpolo (il second vin) 2023: meno rimontaggi e nessuna macerazione post-fermentativa, per privilegiare finezza e bevibilità. Per l’affinamento si utilizzano tonneaux (anche Taransaud) da 20-25 ettolitri, con una gestione attenta dei legni. La produzione si aggira intorno alle 80 mila bottiglie per questa etichetta, mentre Sapaio resta su numeri più contenuti, circa 10 mila.

Il progetto parallelo dell’isola del Giglio

Accanto alla rassicurante solidità di Bolgheri, prende forma un progetto più sperimentale e quasi intimo: quello sull’isola del Giglio, in località Le Secche (che dà poi nome al vino). Qui, su una piccola vigna di circa 4 mila mq (di cui 3 mila recentemente reimpiantati) a uve Ansonica in prevalenza, nasce un vino che reinterpreta le pratiche tradizionali locali. «Fermentazioni in mastelli, svinatura e affinamento in damigiane: un ritorno a gesti antichi», racconta Piccin, «con l’aggiunta di piccole quantità di solfiti per garantire stabilità nel trasporto». Il risultato è un vino dai tratti inusuali: note di albicocca, iodio ed erbe aromatiche, un’acidità moderata e un profilo nel segno dell’understatement.

Obiettivo “naturale controllato”

In questo progetto si inserisce anche il contributo di Francesca Sfondrini, con esperienza nel mondo del vino naturale. L’obiettivo? Un “naturale controllato”, capace di mantenere autenticità senza rinunciare alla bevibilità, o se vogliamo un “post naturale”, per citare il titolo del libro di Roberto Frega (Edizioni Ampelos), di cui abbiamo parlato in questa puntata del nostro podcast La barricata. Per via dell’approccio naturale, comunque, non tutte le annate trovano compimento: la 2024, ad esempio, è stata segnata da un arresto fermentativo e potrebbe essere destinata a diventare un vermouth. «Il Giglio è anche un luogo simbolico: un’isola selvaggia e luminosa, abitata da una natura che a tratti inquieta», racconta Piccin. «È celebre la storia dei conigli, introdotti dai cacciatori e poi capaci di conquistare l’isola. Un contrasto netto con Bolgheri, territorio più ordinato e rassicurante».

La degustazione

Podere Sapaio
Le annate assaggiate di Sapaio e Volpaio, grand vin e second vin aziendale

Volpolo, Bolgheri Doc 2023

Rubino intenso ma non eccessivo, segna un cambio di passo stilistico. Il profilo aromatico punta sulla precisione più che sulla concentrazione, mentre al palato emerge una maggiore scorrevolezza, figlia delle nuove scelte estrattive. Il blend vede una prevalenza di Cabernet Sauvignon (circa 70%), accompagnato da Merlot e Petit Verdot.

Sapaio, Toscana Igt 2021

Annata di grande equilibrio, insieme alla 2019. Il naso è intenso, con un legno presente ma ben integrato, note di peperone leggero e sfumature fumé. In bocca il tannino è elegante, la struttura solida ma non opulenta. Un vino che gioca sulla misura.

Sapaio, Toscana Igt 2018

Profilo più materico e sanguigno: ferro, note ematiche, tocco erbaceo. Il sorso è ricco, nota di glutammato, con una trama tannica importante e un finale amaricante. Grande concentrazione, meno immediatezza. Riflette il carattere espressivo dell’annata.

Sapaio, Bolgheri Superiore Doc 2013

Qui il tempo comincia a lasciare il segno: emergono note terziarie, balsamiche, con richiami all’eucalipto. Il sorso è denso, persistente, ancora segnato dal legno ma capace di profondità aromatica.

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