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Export: match Francia-Italia 6-2

19 Aprile 2013 Luigi Pelliccia
La quota export del vino nazionale nei primi 10 mesi 2012 ha raggiunto i 3.951 milioni di euro. La crescita è del +8,3% sul gennaio-ottobre 2011, contro il +12% del consuntivo 2011. Questa variazione rafforza il +7,5% dei primi 9 mesi e la “velocità di uscita” del 2012 ha accelerato (+2%), dopo il +5,4% del 2011. Ingolosisce, il confronto con i competitor francesi. A tal fine, sono stati raccolti i dati delle importazioni di vino “dai” due Paesi durante i primi 9 mesi 2012. La Francia ha mostrato un passo migliore. I Paesi esaminati sono 8. In 6 la dinamica francese supera quella italiana. L’aumento medio registrato dall’Italia in questi mercati segna un +13,3%, mentre quello della Francia arriva al +32,7%. BISOGNA CAVALCARE IL TREND DEL CONSUMO DI QUALITÀ - Questa forte e diffusa capacità performante del vino francese si sposa inoltre con un livello di penetrazione superiore. La quota media dell’import di vino coperta dall’Italia si ferma così al 18%, mentre quella francese si spinge fino al 33,6%. Spiccano Cina e Giappone, dove la Francia copre la maggioranza assoluta del mercato, col 50,6% e col 52,1%. In Cina, la Francia mette a segno un +23,9%, contro il +18,3% dell’Italia. Mentre in Giappone il passo francese, col +31,7% è analogo a quello dell’Italia (+32,2%). In Australia l’Italia si muove con un incremento del +24,1%. Noi continuiamo ad andare “al passo”, rispetto alla Francia, che corre e segna spunti tutti superiori, pari, in parallelo, al +37,6%. E questo, malgrado la quota italiana, in questo Paese, sia molto inferiore a quella francese e quindi suscettibile di spunti superiori. Il segreto? Al di là dei vantaggi recati dalle loro reti distributive, i “cugini” sembrano cavalcare meglio la tendenza mondiale verso il consumo di qualità. L'OCCASIONE CINA - Dispiace molto, infine, ribadire che nel mercato che rappresenta l’Eldorado del futuro, ovvero la Cina, l’Italia confermi senza muovere una paglia un ruolo di “grigio” comprimario. Qui, la sua classifica tra i fornitori si ferma al quinto posto, con un incremento (+18,3%) inferiore alla media generale e con una quota del 6,2%, che perde pure qualcosa rispetto agli anni precedenti. In mancanza di spunti specifici, capaci di rimettere a breve le carte in gioco e modificare la “torta” dei fornitori, la scommessa-Cina rischia (se non lo ha già fatto) di scappare definitivamente di mano al vino nazionale. E questa per il vino italiano rappresenterebbe una grave perdita oltre che un’occasione mancata per far conoscere l’eccelenza dei nostri prodotti in un Paese che promette di essere in continua e grande crescita.

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