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È tutto un blend

13 Settembre 2019 Aldo Fiordelli
È tutto un blend

Nel vino si possono assemblare non solo diverse uve, ma anche differenti selezioni di vigne, di fermentazioni o di botti. Nel farlo è meglio, però, privilegiare esigenze climatiche, ampelografiche e di cantina, piuttosto che soltanto commerciali.

Quella del blend è insieme un’arte e una scienza. A ben vedere il vino non può fare a meno del concetto di blend: anche una bottiglia della stessa zona, della stessa uva, della stessa cantina e della stessa annata finisce per essere un blend di differenti selezioni di vigna, di fermentazioni o di botti. Il blend è parte integrante del vino e quasi – sottolineiamo quasi, ci torneremo – solo quello “del contadino”, concetto ancora tanto amato dal consumatore più inesperto, può non essere un blend.

Il caso del Cinque Autoctoni di Farnese

Tuttavia, nel mercato affastellato di etichette, si registra il proliferare di nuovi e originali tagli ad esempio tra vini di regioni o Paesi diversi. Il primo è stato senza dubbio il Cinque Autoctoni di Farnese Vini. Montepulciano, Primitivo, Negroamaro, Sangiovese e Malvasia nera, nati da una provocazione di 18 anni fa del più famoso dei wine writer Hugh Johnson. Il giornalista lanciò una sfida a due giovani enologi: creare un grande vino che portasse il carattere del “Sud Italia”, forgiato con i migliori vitigni di quel territorio. A chi conosca e apprezzi il valore del Sud Italia, quasi più ancora del Nord caratterizzato da una miriade di micro varietà d’uva, non sfuggirà che l’espressività del territorio sta proprio in questa varietà. Pensate solo a Ischia: Biancolella, Falanghina, Pepella, Piedirosso, Pepella, Sciascinoso…

Il rischio di perdere l’identità

C’è chi si è spinto oltre. Il Douscana è un blend in parti uguali di Sangiovese e Touriga nacional. Un vino col quale si vorrebbe creare un incontro tra Valle del Douro e Toscana. Da un parte il grande rosso del Chianti e del Brunello. Dall’altra l’uva portoghese per eccellenza che oltre a essere base del Porto è oggi in fase di riscoperta per grandi rossi secchi. A suggellare un tale matrimonio una locuzione latina: “in varietate concordia”. È il motto dell’Unione europea, a ben vedere però travisato. In quell’“uniti nella diversità” i padri costituenti della Ue avevano da contenere un problema di supremazia dei singoli Stati con l’obiettivo di garantire la peculiarità dei singoli popoli, non volevano creare un mischione nel quale tutti perdessero identità, come è accaduto in questo caso enologico sia per il Douro sia per la Toscana.

Nella denominazione Châteauneuf-du-Pape sono consentite fino a 18 varietà in assemblaggio

I maestri langaroli e il caso Bordeaux

Per capire il senso più alto della pratica del blend, bisogna interrogarsi sulla differenza tra un grande vino da degustazione e un grande vino di espressione.

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