Dal nostro archivio (1974) | Grandi scrittori per Civiltà del bere: Gli astemi non si vantino di quel difetto

Dal nostro archivio (1974) | Grandi scrittori per Civiltà del bere: Gli astemi non si vantino di quel difetto

Sfogliando i vecchi numeri della rivista, ci siamo imbattuti in una serie di servizi firmati da importanti scrittori dell’epoca, che vi riproponiamo anche per il loro valore letterario. In questo articolo il giornalista e scrittore Paolo Monelli (autore del libro Il Ghiottone errante) ripercorre la sua passione per il vino.

Ogni settimana, insieme col badiale rotolo dei giornali che sono il mio nutrimento mattutino, ne ricevo uno settimanale in omaggio, Il Corriere vinicolo, anno XLVII; e appena lo vedo lascio gli altri, lo apro alla terza pagina, e mi metto a leggerlo. Dirò meglio, a guardarlo; ma a noi giornalisti basta guardare un articolo, si legge un periodo a caso, si scende all’ultimo, si risale al primo, alla fine lo si è letto tutto; specialmente se la firma è Aurelio Garobbio, Aldo di Ricardone, Franco Mantovi e altri. I quali scrivono sempre in memorabile ebbrezza parlando di vini, e non mi stancano mai.

La copertina del 7° numero di Civiltà del bere di luglio 1974

Il piacere di leggere articoli di carattere enologico

Questa festa mi dura da anni. Non ci conosco alcuno a quel settimanale, non ne ho mai visto il direttore, so soltanto che si chiama Salvatore Migliorisi. Non ci ho mai pubblicato nulla. Sull’etichetta, sotto al mio nome e indirizzo, c’è una scritta su cui è stampato “Coll.”, e di seguito “Campione ai sensi art. 2, lett. C., D.P.R., 26.10.1972 N. 636” (ma il giornale mi pare che arrivi da molto più tempo.) E non m’hanno mai scritto per chiedermi se sono contento che me lo spediscano, o per invitarmi a collaborare. Una cosa perfetta.
Con il tempo ho preso confidenza anche con le altre pagine, se un titolo m’attira, “Panoramica dei vini Doc”, “Il premio giornalistico del brandy italiano”, “Inaugurato il XXVI anno d’attività dell’Accademia della vite e del vino” (e trascrivendo questo titolo mi chiedo se il giornale non mi giunga proprio per questo, che anch’io ne sono socio – onorario, ma socio -; “mandiamogli il giornale, perché se non glielo mandiamo non lo compera”). E invece se smettono di spedirmelo me lo comprerò.
Debbo confessare che non ho una speciale competenza di vini pregiati. Ho un palato piuttosto grossolano, o diciamo un poco appannato; e avendo in guerra subìto un bombardamento di gas lacrimogeni ho il fiuto miope, che nessun ritrovato corregge. Se sono invitato ad un pranzo di buongustai, e mi dànno da bere un rosso di bel colore, mesciuto da una bottiglia di cui l’etichetta è celata da un tovagliolo, non saprò mai se m’abbiano dato, diciamo, un barolo o un chianti classico, né se dalla misteriosa ampolla esca uno straordinario nettare, o un volonteroso campione.

L’aneddoto del whisky e della birra

(Ho raccontato più volte, in allegre compagnie, il seguente aneddoto. Ma c’è chi non l’ha mai sentito, o chi l’ha dimenticato. Chi l’ha sentito, salti alla fine della parentesi. C’era in Scozia un lord che vedendo venire la guerra s’era fatta una provvista di whisky per tre quattro anni; e la guerra venne, e per tre quattro anni si prendeva ogni sera il night-cap di whisky: puro, senz’acqua e senza ghiaccio, come usa lassù. Passano i tre quattro anni; ed una sera il cameriere gli annuncia che questa è l’ultima cassetta di whisky; perché la guerra dura ancora, ed il whisky lo vendono tutto agli americani. Il nobile lord non dice nulla. Passano giorni, e il cameriere gli dice che questa è l’ultima bottiglia.
Silenzio del nobile lord. Finalmente viene una sera che il cameriere gli versa l’ultimo sorso; la guerra non è ancora finita; e questo è l’ultimo goccio. “Damn” dice il nobile lord. “Cosa mi darai domani sera?”. Il cameriere risponde che s’è informato; e qualcuno gli ha detto che la birra potrebbe forse surrogare il whisky. “Birra? Cosa significa birra?”. Un lungo silenzio. Bene, – dice alla fine il lord. – Domani portami questa birra”. La sera dopo il cameriere gli versa una porzione del liquido ignoto. Il nobile lord prende il bicchiere, lo guarda contro la lampada, lo fiuta, ne assaggia un sorso. Una luce di meraviglia, e subito dopo d’orrore, gli corre sul viso. Rimette il bicchiere sul vassoio. “George, put it back in the horse rimettilo nel cavallo”).

Il vino è un’antica forma di civiltà

Per tornare all’argomento, a me il vino piace, e piace molto; tanto è vero che ci ho scritto un libro sopra. Ho detto con molte parole che conviene all’uomo bere vino come ha fatto sempre dagli albori, non alberi della storia, anzi che la storia comincia con l’uso di bere vino, prima era oscura preistoria; gli americani hanno sempre avuto vigne, i primi europei che vi andarono verso il 1000 chiamarono Vinland quel paese, ma non sapevano servirsene, ci vollero gli europei a insegnargli a trarne il vino (ma quei cinque o seimila anni di meno di civiltà li hanno ancora addosso. E non dico solo dei pellerossa, anche quelli venuti dall’Europa annoverano il vino alla pari con altre bevande, che si chiamano coca-cola, birra, succo di frutta, latte, acqua gelata in ogni tempo dell’anno; ed il vino lo considerano piuttosto un frutto dell’industria che della natura).
E me la son presa con gli astemi; accompagnino pure il loro pasto con l’acqua minerale, con l’acqua di sorgente, ma riconoscano con umiltà il loro difetto, non se ne vantino, e soprattutto tengano per sé la loro insipida virtù, senza pretendere d’imporla a tutti.
Però … Io che amo e bevo vino, non sono come quegli eccellentissimi bevitori che d’ogni assaggio che facciano riconoscono il tipo di vino e l’anno e il produttore; e vi dicono per esempio che un vezzosetto vino roseo che si fa a Castelvecchio di Sottoripa è quello che ci vuole per accompagnare les tripes à la mode de Caen (con les pieds de boeuf,non, orrore, con les pieds de veau), e non va confuso con un gagliardetto rosso che si fa a Castelnuovo di Sopraripa con il quale è assolutamente necessario associare un filetto di vitello alla siciliana, avvolto in due pendagli di lasagne.

Paolo Monelli (1891-1984), giornalista e scrittore, autore del celebre Il Ghiottone errante e di O.P. ossia Il vero bevitore 

Foto di apertura: Elaborazione grafica © V. Fovi

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