In Italia In Italia Aldo Fiordelli

Chianti Classico Collection 2020, in assaggio due annate difficili

Chianti Classico Collection 2020, in assaggio due annate difficili

Alla Stazione Leopolda di Firenze è di scena l’Anteprima del Gallo nero. Con quasi 500 vini in degustazione e oltre 200 produttori, la Chianti Classico Collection, come viene chiamata ufficialmente, era molto attesa.

In particolare, a uscire sul mercato sono la 2018 e la 2017 Riserva e Gran Selezione. Con qualche coda di 2016 e pochi campioni di 2019 in super anteprima solo da parte di qualche produttore e in via del tutto ufficiosa. 

Un 2018 difficile da inquadrare

L’attesa era dovuta soprattutto al difficile inquadramento della vendemmia 2018, non così estrema per essere bollata come calda o fredda e più variabile da una zona all’altra. Per capire questo nuovo millesimo bisogna andare più in profondità. Il 2018 nel territorio del Chianti Classico ha avuto un andamento climatico discontinuo; mutevoli situazioni meteorologiche si sono alternate durante tutto il periodo che interessa il ciclo vegetativo del vigneto. Al contrario dell’annata precedente, durante la quale per tutta la primavera e l’estate abbiamo avuto un lunghissimo periodo di siccità e temperature molto elevate, nel 2018 la caratteristica principale è stata proprio la mancanza di continuità della stagione asciutta e soleggiata. Dopo un inverno tutto sommato abbastanza freddo, specialmente nell’ultimo periodo, durante il quale si sono registrate delle nevicate e delle giornate con temperature molto rigide, anche di alcuni gradi sotto lo zero, la primavera è stata all’insegna della variabilità. Tale situazione si è protratta per tutta la stagione e per buona parte dell’estate. L’elevato e costante tasso di umidità unito al fatto che in certi periodi le piogge si sono manifestate quotidianamente ha creato molto lavoro nella gestione fitosanitaria del vigneto.

Più uva rispetto all’anno precedente

Fortunatamente la situazione si è regolarizzata nel mese di settembre. Con una vera e propria inversione di tendenza, si sono susseguite giornate soleggiate, calde, ma con una buona escursione termica fra giorno e notte, che ha consentito il completamento del processo di maturazione delle uve e un tranquillo svolgimento delle operazioni di raccolta. La vendemmia del Sangiovese è iniziata, a seconda delle diverse zone, verso il 20 di settembre e si è conclusa nella seconda decade di ottobre. I risultati quantitativi sono stati superiori al 2017 ma ancora di poco inferiori rispetto alla media delle ultime annate; la tendenza ad alzare le rese per contrastare i cambiamenti climatici non dovrebbe quindi aver influito, anche se la leggerezza di alcuni campioni sembrerebbe far pensare al contrario.

I migliori assaggi dell’annata 2018

Per fare un paragone, concludendo, l’annata 2018 assomiglia a una 2013, ma un po’ più tondetta, fresca, tesa e meno austera, quindi un’annata classica, chiantigiana.  Da segnalare tra i migliori assaggi il Castello di Monsanto per un frutto rosso intenso e sapido, accompagnato da note florali e leggermente tostate, su un palato preciso e bilanciato. Molta personalità nel Cigliano di Sopra, piccola azienda che produce un Gallo Nero di bella concentrazione con un carattere di violetta, ciliegia e liquirizia molto classico. Belle concentrazioni a Panzano dove Retromarcia di Montebernardi, ma anche Casenuove mostrano una consistenza superiore agli altri.  

Vendemmia 2017, vini non semplici e piuttosto austeri

Parlando della 2017 il quadro cambia completamente. Si tratta di un’annata siccitosa, secca, nella quale non ha mai piovuto per tutta l’estate, da molti paragonata a una 2003 come difficoltà ma molto diversa. Bisogna anzitutto sottolineare che la 2017 cominciò con una terribile gelata intorno al 9 aprile. Ci sono state quindi da una parte una riduzione di rese e dall’altra una concentrazione dovuta alla siccità. I vini sono difficili, bisogna ammetterlo, con tannini sul finale in molti casi asciutti e austeri che difficilmente troveranno compimento. Poche, in proporzione al totale dei produttori, le anteprime presentate, ma non è detto che aspettare in bottiglia farà miracoli se la maturazione fenolica non è stata trovata. Bisogna riconoscere tuttavia che in quasi nessuno dei campioni si sono ravvisate note di frutti marmellatosi o cotti, segno che l’annata, calda dall’inizio, è stata affrontata in maniera ineccepibile da un punto di vista tecnico.

I 2017 che ci sono piaciuti di più

Tra i migliori assaggi sono da segnalare la classicità e purezza delle Baroncole di San Giusto a Rentennano con melograno e liquirizia ad anticipare un tannino levigato e la Vigna Bastignano di Villa Calcinaia dal carattere austero, caratterizzato da sentori di radice di rabarbaro e da un tannino largo, potente, ma ben estratto. Da sottolineare, sempre a Greve, anche l’azienda di Sofia Ruhner, Terreno, gestita dall’enologo ex Isole e Olena, con un 2017 potente ma levigato e fragrante. Bene anche La Corte, il nuovo cru di Castello di Querceto al suo debutto, con un frutto rosso fresco, un palato tutto sommato leggero ma fine.

Chi ha amato la 2018…

Tra i colleghi presenti alla manifestazione pareri in qualche caso convergenti, in qualche altro discordanti. L’unico a commentare la 2019, a causa della pressoché totale mancanza di campioni, è Daniele Cernilli: «Una grande annata sulla carta, ma al momento è come ipotizzare un futuro da ingegnere per un bambino in fasce». DoctorWine sulla 2018 conferma: «L’annata più fresca, che mi aspettavo buona. Ci sono dei vini sorprendenti. Si vede un’evoluzione tecnica interessante nel Chianti Classico e l’acidità dell’annata non ha fatto male, anzi, ha aiutato. Sulla 2017 al contrario il tannino è spesso sovraestratto, verde, evidente. Il Passo Sugame, Radda e le zone alte sono molto interessanti, le aree calde hanno sofferto. Ci sono sovramaturazioni di carattere tecnico. Fatico a capire ad esempio alcuni punteggi dati ai Barbaresco 2017 di recente». Walter Speller, collaboratore di Jancis Robinson per l’Italia, è convinto che sia ancora presto per dare un giudizio strutturato: «La 2018 ricorda un po’ la 2014 per struttura e freschezza, ma sembra migliore per fragranza, energia e i vini sono vibranti. Mentre la 2017 ha tannini verdi e poca frutta nei vini più difficili. Anzi mi domando a volte perché le aziende mettano sul mercato prodotti così, verdissimi».

…e chi salva la 2017

Asa Johansson di Allt om vin (Tutto sul vino, in pratica il Gambero rosso svedese), trova che «la 2017 sia migliore delle aspettative, nonostante un tannino ancora amaro e poca frutta in alcuni vini. Sono sorpresa in modo positivo da come tanti siano riusciti a lavorare bene con il caldo. La 2018 è succoso, chi è riuscito a bilanciare il legno ha una materia prima di grande qualità. Quasi un 2016 ma di non così alto livello».
Raoul Salama, decano della Revue du vin de France, è l’unico che azzarda un giudizio sulla 2019: «Molto buona ed elegante. Un po’ meno la 2018, ma più difficile la 2017 che però è senza dubbio meglio della 2014, parlando di annate complicate. Mentre per quanto riguarda le riserve direi che la 2015 è ottima da bere oggi, mentre la 2016 ancora un po’ squadrata e da lasciare riposare».

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© Riproduzione riservata - 20/02/2020

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