Dall'Italia Dall'Italia Alessandro Torcoli

Capezzana, in un rosso di 90 anni il senso del terroir

Capezzana, in un rosso di 90 anni il senso del terroir

Il 18 settembre abbiamo assistito a un evento raro, l’assaggio di un Carmignano di 90 anni, rosso toscano di cui si parla sempre meno di quanto si dovrebbe, alla presenza della famiglia Contini Bonacossi, proprietari della tenuta di Capezzana, nel salone di una villa medicea.

«L’annata più vecchia nella nostra cantina», racconta Filippo Contini Bonacossi, «è del 1925, ma il 1930 compie 90 anni e ci sembrava più sensato fermarci lì». Di annate sul tavolo ce ne sono dodici: la più giovane è lo scalpitante 2017 già denso di promesse. Le altre saranno a breve raccontate una per una.

Una storia lunga 1200 anni

La storia del territorio è davvero lunga, circa 1200 anni di storia come testimonia una pergamena dell’804 conservata all’Archivio di Stato di Firenze. Non è questo il luogo per riassumerla. Quel che conta ora, è la sensazione che quella storia di esaltazione e tutela di un terroir sia tutta nel calice, a nostra disposizione, a differenza di tante storie costruite alle spalle di aziende italiane, spesso posticce e ancor più spesso avulse dal vino.

Carmignano, il primo vino toscano a viaggiare

Per esempio, i Medici e i Lorena – che del luogo erano i signori ovviamente – nel Settecento si preoccupavano di ottenere un vino “atto a navigare”, per cui bisognava aumentare struttura e tannino. E provarono ad affiancare al Sangiovese (attenzione: parliamo di 300 anni prima di qualsiasi “invenzione” dei SuperTuscans) Tempranillo, Alicante, Claretto rosso (che era il Cabernet franc, da Bordeaux). Tutta uva definita semplicemente “francesca”, ossia “francese”. E infatti il Carmignano fu il primo rosso toscano a viaggiare, e lo faceva così bene da stupire nel 1820 quando, sbarcato a New Orleans, i locali lo trovarono integro nonostante avesse attraversato le impossibili (per il vino) condizioni dei tropici.

Beatrice Contini Bonacossi con le bottiglie degustate

Annate diverse ma con un’origine comune

Tornando alla nostra degustazione, quel che più colpisce di 12 annate così distanti tra loro è la costanza stilistica, dove il 2017 alla fine ci pare il pronipote del 1930, stesso volto e stessa voce, senza le rughe che, diciamolo, se ben portate sono anche affascinanti.

Il Villa di Capezzana nasce Bordeaux e muore Borgogna

Inoltre, altra conclusione che anticipiamo: è sensazionale che questo rosso di Toscana nasca Bordeaux e muoia Borgogna… ci spieghiamo: la miscela di Sangiovese e Cabernet Sauvignon (20%,  in tutte le annate assaggiate dalla 2017 alla 1998) ha molti dei caratteri, comprese le note erbacee e di more, il corpo, il tannino e l’acidità dei grandi rossi bordolesi; misteriosamente però, dopo i 30 anni, prendono il sopravvento note terrose e muschiate, di sottobosco, i frutti meno densi e neri, più bacche rosse, come il lampone. Insomma, tende a somigliare più allo stile borgognone.

Silenzio, parla il terroir

Questo a voler fare il classico gioco dei confronti con i grandi vini francesi, ma in realtà quelle sensazioni di tabacco e cuoio ci ricordano sempre che siamo in Toscana. E quel che resta dell’assaggio è la sensazione di una costanza espressiva fuori dal comune, nelle 12 annate, nonostante le differenze climatiche, enologiche, comprese quelle dei blend, perché nei millesimi più vecchi erano sempre presenti il Canaiolo e anche altri complementari. Alla fine parla il terroir, niente più vitigni o botti, solo la terra. Questa enclave dal microclima speciale, dai terreni straordinariamente compositi, dalla storia così antica: Carmignano.

La verticale di Villa di Capezzana Carmignano Docg

I vini in assaggio

2017 (biologico) in anteprima

Annata secca che però ha portato al completamento della maturazione fenolica dell’uva. Al naso presenta lampone, more, tabacco leggero, mentolato (erba officinale), un fruttato denso dalla fragranza spiccata, con le prime timide note di terra. Il tannino è rigoroso, asciuga un po’ la bocca (peccato di gioventù), emerge il tocco tipicamente ferroso e sapido.

2016 (biologico)

Caratterizzata da una giusta piovosità. Si sentono l’humus, speziatura, liquirizia, china e rabarbaro, corteccia, mediterranea (erbe officinali). Sempre evidente la spina dorsale del Sangiovese, composta di tannino e acidità. Il tannino inizialmente asciuga, poi si coglie soprattutto la caratteristica sapidità, avvolgente.

2010

Annata fresca. I profumi sono di liquirizia, china, iodio (medicinale/officinale), ginepro. Leggermente meno frutto rispetto ai precedenti. Molto fresco e molto secco. Tornano le caratteristiche erbe officinali. Nota salmastra, ma meno decisa rispetto al 2016.

2006

Da questa annata l’azienda ha deciso di mettere da parte 3.000 anziché 300 bottiglie, per riproporle alla vendita in una “seconda release” in confezione speciale di legno, svolgendo in pratica l’affinamento per conto del cliente potenziale.Il colore è ancora vivace, porpora solo un po’ più chiaro. Sentore leggermente polveroso, tocco di pietra focaia, terroso (identità di Capezzana), liquirizia dolce, più tabacco, tartufo nero, terra bagnata (muschio), mentolato. Completezza con tocco mediterraneo, genziana. Grande stoffa, tannino equilibrato, elegante, retrogusto mentolato di ritorno e grande sapidità che persiste.

1998

Prima annata seguita da Benedetta Contini Bonacossi. Primi riflessi aranciati. Al naso piacevole liquirizia, inchiostro e violetta. Vendemmia leggermente anticipata. Profumo officinale e mediterraneo, con pino selvatico, erba falciata, china e rabarbaro, tabacco maturo. Tannino ben disteso, setoso, piacevole acidità.

1995

Annata da ricordare per l’equilibrio e le escursioni termiche. Note fumé, lampone disidratato, frutto ancora presente, liquirizia, officinale/mediterraneo, china rabarbaro (mirto). Palato cristallino, setoso, croccante, grande freschezza, con caratteristici tannini e acidità. Persistenza e sapidità (meno pronunciata rispetto ad altre annate), molto agrumato, lascia sul finale una sensazione astringente di pompelmo.

1988

Colore aranciato, non molto preciso al naso, con odore di gomma e ferro, ma anche carruba e rabarbaro. gGinepro. In bocca liquirizia selvatica, retrogusto tra l’acidulo dolce e secco. Una bottiglia difficile, ma conferma il finale tipicamente sapido. Grande mineralità, retrogusto di incenso e tabacco.

1981

Colore aranciato. Profumo intenso di erbe officinali e buccia d’arancia. Ampissimo spettro olfattivo: cuoio, iodio. Impressionante la somiglianza col Pinot nero. China, rabarbaro. Elegantissimo: pulizia, equilibrio, humus. Minore la sapidità immediata, ma sull’allungo una grande persistenza.

1977

Lo spettro di colore ormai è ragionevolmente sull’aranciato. Il profumo è molto intenso e la nota tipica di iodio e sapidità diventa idrocarburo, con ricordi di spugna di mare. Come uno scoglio in bocca, con retrogusto affumicato di speck e incenso. Stupefacente.

1974

Un altro spettacolare spettro di profumo: caffè, pino mugo, iodio, china, cuoio, carruba, liquirizia; la grana dei tannini ancora un po’ verde, sensazione di corteccia. All’epoca si vinificava col raspo, e si sente in effetti un tocco erbaceo suppletivo. Sapidità, retrogusto marino.

1969

Una grande annata, primo vino ufficialmente “Carmignano” in etichetta. Per Franco Bernabei, che ha analizzato tutti i campioni, questo dimostra l’“eccellenza analitica”. Ai sensi, un naso spettacolare di rabarbaro, incenso, timo, liquirizia, pellame, menta, fiori, erbe officinali. Ben presente in bocca con finale agrumato che ricorda la 1995, pieno di iodio. Prorompente. Spettacolare.

1930

Precipitati gli antociani, non ha più il vestito, ma svela un fisico etereo e intrigante: profumi di erbe officinali, menta, incenso, china, rabarbaro, tartufo nero. Setoso, ancora vivo e con tannino, freschezza, piacevolezza ed eleganza. Retrogusto prugna e mora. È l’essenza di tutto quello che abbiamo assaggiato sinora…

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© Riproduzione riservata - 23/09/2020

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