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Cresce la birra artigianale italiana

4 Dicembre 2018 Luca Giaccone

Nel nostro Paese crescono i consumi di birra e i birrifici che puntano su prodotti originali, ma legati al territorio. Le statistiche 2016 dell’associazione Brewers of Europe ci dicono che l’Italia, con i suoi 757 birrifici, non è più lontanissima da un mostro sacro come la Germania (1.408).

Slow Food Editore ha recentemente pubblicato la sesta edizione della sua Guida alle birre d’Italia: un lavoro biennale (partito nel 2008), che ho il compito di curare fin dalla prima edizione. L’opera rappresenta un osservatorio dell’evoluzione del movimento birrario nazionale, che in questi 10 anni si è trasformato profondamente. Intanto da un punto di vista numerico: nella prima edizione erano recensite 141 aziende, nella seconda 179, nella terza 227, nella quarta 329, nella quinta 512 e in quest’ultima ben 597. Una crescita che appare ancora più considerevole se si paragona il numero totale di birrifici con quello di altri Paesi europei.

I numeri del fenomeno

Anche se il primo posto del Regno Unito pare inarrivabile (con i suoi 2.250 birrifici, che nel 2010 erano “soltanto” 828), il Belpaese ha più produttori di Danimarca (160), Svezia (283), Norvegia (128) e Finlandia (82) messe assieme. L’Italia ha molti più birrifici anche di nazioni di grande tradizione: più di tre volte rispetto al Belgio (224) e quasi il doppio della Repubblica Ceca (398), che pure è al primissimo posto nelle classifiche dei consumi, con 143 litri a persona. Proprio questi ultimi rappresentano forse il dato più interessante. Nonostante il penultimo posto delle classifiche europee (riusciamo a fare meglio soltanto della Turchia), siamo uno dei pochi Stati in cui i consumi salgono.

Crescono anche i consumi

Secondo i dati AssoBirra, nel 2009 si era fermi a 28 litri e nel 2017 si è arrivati a 31,8 litri pro capite. Una crescita molto significativa (spinta soprattutto dall’artigianato), quasi 4 litri a testa, cioè 230 mila ettolitri in più all’anno. La grande maggioranza delle aziende sta ampiamente sotto quota 1.000 ettolitri, facile capire come questo fornisca lo spazio per la nascita di nuovi birrifici.

Le birre italiane sul palcoscenico internazionale

Al di là delle cifre, però, il settore appare migliorato anche a livello di consapevolezza e qualità. Alcune aziende si sono strutturate in modo importante, altre si sono specializzate in una nicchia di prodotto. La qualità media si è alzata e alcune tra le nostre birre sono entrate definitivamente nell’olimpo internazionale. Ne sono prova le tante medaglie guadagnate sui più importanti palcoscenici mondiali, dal Brussels Beer Challenge, allo European Beer Star, alla World Beer Cup. Riconoscimenti che rendono la misura della crescita qualitativa e che forse possono anche evidenziare alcune tendenze emergenti. Al plurale, perché pare ormai chiaro come i nostri birrai stiano percorrendo strade molto diverse tra loro e che quindi non si possa individuare una direzione di sviluppo univoca.

Novità ma anche normalità

Partendo dalla perenne diatriba tra semplicità e complessità, tra birre rassicuranti perché già note e, al contrario, etichette interessanti perché mai sentite. Il mercato iper-specializzato sicuramente propende per la seconda strada. Beer shop e pub indipendenti sono alla costante ricerca di prodotti nuovi, con cui incuriosire la clientela, pensando soprattutto ai beer geek. A meno di eccezioni, una birra perde quasi completamente il suo interesse, se già assaggiata in passato.

La capacità di rinnovarsi

A Roma (dove le mode birrarie arrivano in anticipo) la frase tipica è: “Che c’è di nuovo?”. Questo spinge una parte di aziende a concentrarsi su one-shot, collaboration, e tante varianti delle stesse ricette. Positivo nella misura in cui stimola la ricerca e la sperimentazione dei birrai (a volte così nascono birre molto interessanti), ma allo stesso tempo piuttosto pericoloso, perché crea un mercato piuttosto instabile. Un birrificio oggi sugli scudi, domani rischia di essere démodé, se smette di proporre etichette nuove, in continuazione.

In foto: Open Baladin Roma

 

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