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Altitudine e climate change: cosa sappiamo di nuovo

Altitudine e climate change: cosa sappiamo di nuovo


Non è una novità; a causa degli effetti del cambiamento climatico, già da alcuni anni la viticoltura si sta spingendo ad altitudini (e anche latitudini) sempre più elevate. Una ricerca appena pubblicata conferma che le viti ad alta quota possono adattarsi meglio al riscaldamento globale. Potrebbe sembrare una scoperta ovvia, ma finora le scelte intuitive dei viticoltori non erano supportate da studi specifici.

Per approfondimenti: Frontiers, The drinks business, La Revue du Vin de France e Reuters


Gli scienziati hanno identificato che, su scala globale, un aumento dell’altitudine provoca un rallentamento delle fasi fenologiche, nonostante non manchino rischi come il prolungamento del periodo di vulnerabilità del grappolo, così più esposto ai danni di gelate primaverili e grandine. Si tratta, infatti, di una strategia di adattamento possibile solo in alcune regioni.

Quali sono i benefici dell’altitudine per uva e vino

Tuttavia, gli studiosi hanno anche confermato che tali condizioni possono consentire ad alcune varietà di uva con cicli di maturazione più brevi di raggiungere livelli di qualità superiore. Inoltre, ad altitudini più elevate, non solo le temperature medie sono più basse, ma l’ampiezza termica e la radiazione solare sono maggiori e in grado di portare le uve ad avere “un contenuto di antociani più elevato e una spiccata acidità”, si legge all’interno dello studio pubblicato sul sito Frontiers. Di conseguenza, i ricercatori hanno notato che “i vini prodotti da vigneti ad alta quota tendono ad avere più colore, maggiore acidità e profili aromatici più piacevoli” (The drinks business).

Cosa si intende per “alta quota” in viticoltura

Lo studio ha raccolto informazioni da diverse regioni evitivinicole in tutto il mondo analizzando, dunque, quali sono i vantaggi e le sfide dell’altitudine come strategia di adattamento e gli effetti dei cambiamenti climatici sulla fisiologia della vite; ma prima di tutto ha chiarito che cosa significhi “alta quota” in viticoltura. Attualmente questa è definita in termini relativi a seconda della zona; può andare dai 350 m slm nella Valle del Douro, in Portogallo, ai 2.900 m slm nel sud-ovest della Cina.

I dati sul riscaldamento globale

Secondo il sesto rapporto dell’Intergovernmental Panel on Climate Change (IPCC), gli ultimi quarant’anni sono stati consecutivamente i più caldi di qualsiasi altro decennio a partire dal 1850. In particolare, la temperatura della superficie terrestre nei primi due decenni del ventunesimo secolo è stata di 1,59 °C superiore a quella della seconda metà del diciannovesimo secolo. Inoltre, dal 1750, le concentrazioni di CO2 sono aumentate esponenzialmente a causa delle attività umane. Anche in scenari futuri con emissioni molto basse, si stima che le temperature rimarranno elevate fino ad almeno il 2100.

Cosa ne sarà della produzione in pianura?

La viticoltura a basse altitudini e anche latitudini verrà messa presto a rischio; nel mirino ci sono molte aree vinicole d’eccellenza europee, su tutte la Spagna meridionale. Ma lo studio afferma che anche alcune regioni dell’Italia saranno messe a rischio. L’Emilia Romagna, per esempio, nei prossimi decenni sarà ancora adatta alla produzione di uva; nel periodo però tra il 2071 e il 2100 farà probabilmente troppo caldo per mantenere la resa attuale e la qualità delle uve. Di contro, zone tradizionalmente più fresche come la Germania, il Belgio, l’Inghilterra meridionale e la Repubblica Ceca, potrebbero raggiungere condizioni termiche più favorevoli entro la metà del secolo contribuendo al cambiamento dell’atlante del vino.

La riscoperta dei vini alpini

Intanto alcune zone vinicole vengono scoperte o riscoperte proprio per via di questi “traslochi” verso l’alto. Anche la Francia sta dedicando sempre più attenzione ai vini dai vitigni rari delle Alpi Occidentali, in particolare del dipartimento della Savoia. “Alcuni di queste varietà, come il Douce Noire, furono abbandonate a causa del basso grado alcolico”, scrive il giornalista Pierre Citerne su La Revue du Vin de France. Che continua: “Ma quello che ieri era percepito come un difetto, diventa oggi un vantaggio”.

Dalle Alpi alle Ande

Ma la viticoltura in altitudine è la norma per i sudamericani, abituati a dover gestire condizioni davvero al limite per la sopravvivenza della vite. I vini prodotti sulle alture tra Cile e Perù nel deserto di Atacama – considerato tra i luoghi più aridi e inospitali al mondo – costituiscono un esempio perfetto. Qui le temperature estreme e il sole intenso del deserto, ma a quote altissime (3.600 m s.l.m.), conferiscono all’uva una buccia più spessa e, secondo gli agricoltori indigeni, tali condizioni portano a un vino dai colori intensi e dai sapori decisi (Reuters).

Foto di apertura: il deserto di Atacama © L. Rizzi – Unsplash

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© Riproduzione riservata - 03/06/2022

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