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Di viole e liquirizia, una recensione tardiva

27 Novembre 2015 Alessandro Torcoli
Quei libri che acquisti, e lasci decantare sugli scaffali qualche mese... prima di avere il tempo, o lo slancio, per afferrarli e finalmente berteli. Come questo "Di viole e liquirizia" di Nico Orengo. L'autore, torinese, scomparso nel 2009, frequentava spesso e volentieri i vini della sua regione, e questo romanzo breve del 2007 (Einaudi, 155 pagine) ne è una piacevole testimonianza. Si beve d'un fiato, specialmente se apprezzi le colline di Langa, e i nomi dei luoghi e dei vignaioli si intrecciano nei ricordi.

I vini da degustare leggendo Di viole e liquirizia

È una storia semplice, che ha per protagonista un sommelier francese e due fratelli che condividono la gestione dell'enoteca Tastevin e alcune sventure. Tra relazioni giocate su una delicata tensione e solitudini, si snoda un intreccio che si scioglierà grazie al naso d'Oltralpe. Sotto gli occhi scorrono nomi importanti, dalle grappe Nonino (che piacciono particolarmente agli scrittori, perché recentemente le abbiamo trovate anche nel romanzo "Anna" di Niccolò Ammaniti) e tanti Barolo, Barbaresco e Roero: Angelo Gaja, Beppe Rinaldi, Bruno Giacosa, Matteo Correggia "uno dei più grandi vignaioli del Novecento" afferma il sommelier. Una lettura piacevole al caminetto, assaporando uno qualsiasi dei grandi vini citati.

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