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Vie di Romans: 1990 è l’anno simbolo

15 Maggio 2010 Roger Sesto
Questa cantina modello di Mariano del Friuli – di proprietà di Gianfranco Gallo - è tra quelle che meglio hanno saputo interpretare la Doc Isonzo, sempre un poco in ombra da un punto di vista della visibilità rispetto a Collio e Colli Orientali del Friuli. Ma c’è di più. Vie di Romans è tra le rarissime aziende italiane che hanno deciso di puntare tutto sui vini bianchi (a parte un valido rosé recentemente introdotto), una scelta rischiosa ma che nel lungo periodo è stata ben ripagata. Tra le etichette di sua produzione che Gianfranco ritiene più prone alla longevità, ne spiccano due, il Friuli Isonzo Chardonnay Vie di Romans e il Friuli Isonzo Sauvignon Piere. Ma forse, dalle parole del patron, pare trasparire un maggior attaccamente al Piere: daremo allora conto di questo vino.  Quali sono le annate che ha accantonato del suo amato Sauvignon e delle quali vi sono ancora buone disponibilità in cantina? “Abbiamo una buona disponibilità delle seguenti annate (almeno 200-300 bottiglie): 1996, 1997, 1998, 1999, 2001, 2002, 2003, 2004, 2007; inoltre abbiamo tenuta da parte una ventina di magnum per ciascun millesimo; abbiamo invece ormai poche doppie magnum e bottiglie da 5 litri”. Ma ci dica della sua annata del cuore…: “Senz’altro la 1990, di cui purtroppo ne disponiamo ormai solo 60 bottiglie. E questo per più di un motivo:
  • L’annata 1990 è stata certamente una delle migliori degli ultimi 30 anni
  • È l’anno in cui abbiamo vinificato nella nuova cantina, nel cuore del cru Vie di Romans
  • È l’anno in cui l’azienda cambia nome, da Gallo al toponimo Vie di Romans
  • È il millesimo a partire dal quale abbiamo cominciato a commercializzare i nostri vini con un anno in ritardo rispetto alla consuetudine friulana: 10 mesi in più di affinamento in bottiglia
  • È l’anno in cui mi sono unito in matrimonio con mia moglie Franca”.
Ci fa ora un flash sulle migliori annate del suo Piere? “La 1990, partiamo proprio da questa, stupisce per la sua freschezza aromatica, che va su note terziarie di kerosene e muschio. Buona la freschezza acida, con un finale di sottobosco e asparago. Il  Piere Sauvignon 1996 ha un’impronta molto minerale, a cui si aggiungono note vegetali di felce. Acidità ancora verticale e grande mineralità in fin di bocca. Il 1997 si sviluppa su note muschiate e di frutta morbida; molto equilibrata la beva, ben strutturata. Il 1999 profuma di fiori e frutta matura; frutta esotica al gusto, gran calore alcolico e freschezza più contenuta. Il 2001 ha un bouquet curioso, con note di lime, asparago e fagiolini verdi; la beva è convincente per struttura, freschezza, sapidità e persistenza. Il 2004 si distingue per note fini di agrumi dolci e pasticceria; in bocca è largo, ha volume, ma pure struttura acida e lunghezza gustativa. Infine il 2007, che profuma di frutta esotica: mango e ananas, e confettura di agrumi; in bocca è ampio e dotato di fruttata morbidezza, strutturato e con finale aromatico alla frutta tropicale”. Più in generale, qual è il segreto della longevità? “Terroir vocati, annate particolari, gestioni agronomiche e di cantina davvero lungimiranti. Questo per cominciare. Di certo la longevità è la prova del nove della vera qualità. Il perché alcune annate siano più longeve di altre mi ha portato da quasi 30 anni a ricercarne le cause nelle variabili viticole, enologiche e climatiche. Negli anni ’80 si sosteneva che fosse l’acidità alta o il pH basso a indurre un vino alla longevità. Più tardi io stesso pensai che si trattasse di una questione legata alla concentrazione di sostanze aromatiche provenienti dal frutto. Ora ritengo esservi una correlazione positiva con una lenta curva di maturazione dell’uva. In altre parole più la completa maturazione del frutto avviene lentamente nel tempo e più il vino sarà potenzialmente longevo: annate fresche con forti escursioni termiche, rallenteranno il ritmo di maturazione senza però ostacolarne il completo svolgimento. Altresì, annate fredde, che inducono un rallentamento fisiologico della maturazione, ma che non sono in grado di soddisfare le esigenze termiche minime per il completamento del ciclo biologico della vite, porteranno a dei vini crudi senza prospettive di tenuta. Oggi come oggi ritengo che un’azienda che voglia collocarsi in un panorama internazionale di particolare rilievo qualitativo, non possa sottrarsi dal dimostrare una chiara propensione alla produzione di vini longevi e a possedere un nutrito numero di bottiglie per ogni millesimo a testimonianza di ciò”.
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