Prima puntata di una nuova serie per inquadrare quei vini o vitigni che si assomigliano, ma che uguali non sono. Ogni volta prenderemo in esame due uve o denominazioni situate nella stessa zona di produzione o regione e ne evidenzieremo le differenze agronomiche, enologiche e organolettiche. Partiamo dalle pendici dell’Etna con due varietà dal diverso status: uno dominus, l’altro vassallo
Difficile, se non impossibile, restare insensibili davanti allo spettacolo maestoso dell’Etna in eruzione. Il vulcano attivo più grande d’Europa, Patrimonio dell’umanità Unesco dal 2013, è una vera “isola nell’isola” dotata di un’identità paesaggistica, geoclimatica e dunque anche vitivinicola tutta sua rispetto al resto della Sicilia. La produzione enologica intorno ai versanti della Muntagna vanta una storia millenaria – la vite sembra essere arrivata insieme ai coloni greci nell’VIII secolo a.C. – con pratiche agronomiche e uve autoctone eroicamente allevate su terrazze di pietra lavica che si spingono fino a 1100 metri di altezza. Le cultivar a bacca scura di riferimento sono il Nerello Mascalese e il Nerello Cappuccio. Due varietà ben distinte fra loro, sebbene condividano il family name Nerello e vengano spesso sovrapposte o confuse.
Fratello maggiore e minore
Semplificando, potremmo dire che il Nerello Mascalese è il fratello più grande, carismatico e ammirato, mentre il Nerello Cappuccio il più piccolo, introverso e defilato. Il loro diverso peso è evidente sia in termini di superficie vitata che di composizione dei blend. Il Nerello Mascalese figura tra le uve rosse più diffuse in Sicilia (insieme al Nero d’Avola e al Frappato) ed è di gran lunga la varietà più coltivata dell’areale etneo, che oggi si aggira intorno ai 1.400-1.500 ettari complessivi. Le tipologie Etna Rosso, Rosso Riserva, Rosato e Spumante prevedono almeno l’80% di uve Nerello Mascalese (con possibilità di vinificazione in purezza) e fino a un massimo del 20% di Nerello Cappuccio. Entrambe le cultivar sono presenti anche in altre zone dell’isola, contribuendo a diverso titolo alle produzioni Menfi, Faro, Marsala, Sambuca Contea di Sclafani e Sicilia Doc, solo per citare le maggiori. Fuori dai confini regionali li troviamo in misura minore in Calabria, principalmente a Lamezia Terme e Sant’Anna di Isola di Capo Rizzuto.
Alle origini del Mascalese
Sulle origini del Nerello Mascalese non ci sono certezze assolute. Secondo l’ipotesi più accreditata si tratta di un incrocio naturale tra Sangiovese e Mantonico bianco, il che lo renderebbe anche un fratello del Gaglioppo, mentre altri studi suggeriscono una relazione con il bianco Carricante, resa plausibile dalla secolare vicinanza sull’Etna. Il nome, o meglio l’aggettivo, Mascalese lo ricollega all’antica Contea di Mascali: “un vastissimo territorio che, a partire da alcune donazioni normanne del XII secolo e fino ai primi dell’800, comprendeva, oltre all’attuale comune di Mascali, parte dell’Acese, gran parte delle falde orientali e nord-orientali del vulcano e persino molte plaghe del Messinese”, dove un tempo i filari arrivavano fin quasi al mare. Il testo tra virgolette si può leggere sul sito del Consorzio tutela vini Etna, che dal 1994 valorizza e protegge la produzione a Denominazione. Introdotta nel 1968, è stata la prima Doc riconosciuta in Sicilia e tra le più antiche d’Italia. Oggi si lavora per l’ottenimento della Docg, che potrebbe avvenire già nel corso del 2026.

La storia del Cappuccio
Il termine Cappuccio, invece, rimanda alla caratteristica forma a mantello che le foglie della pianta assumono nei mesi che precedono la vendemmia per proteggere i grappoli dall’intensità del sole e del vento. In passato per questo motivo veniva chiamato anche Nerello Mantellato o Ammantellato, sebbene alcuni studiosi ritengano che quest’ultimo sia un vitigno a sé. Altri ricercatori, invece, hanno sottolineano la sinonimia del Cappuccio con il Carignano e il Bovale grande. Anche in questo caso la notevole variabilità intravarietale e la presenza di biotipi differenti nei vigneti rende complicata un’attribuzione definitiva. Quel che è certo è che, sebbene prima degli anni Duemila nessuno o quasi conoscesse le uve Niereddu e i vini dell’Etna fuori dalle locali Contrade, la loro presenza in questo angolo di Sicilia risale a molti secoli prima. E oggi sono ancora parecchi i vigneti ad alberello a piede franco e di epoca prefillosserica.
Le differenze ampelografiche
Il grappolo del Mascalese si presenta medio-piccolo, lungo, alato e conico-cilindrico, mentre quello del Nerello Cappuccio ha medie dimensioni piramidali, è compatto e corto. Anche gli acini differiscono: quelli del Mascalese sono medio-piccoli, ovali e di colore blu chiaro; quelli del Cappuccio medio-grandi, tondeggianti e blu scuro. Sia il Nerello Mascalese che il Cappuccio sono varietà a maturazione tardiva, con un germogliamento rispettivamente medio e medio-lungo. In particolare, il germogliamento e la fioritura precoci del Cappuccio lo espongono alle incognite stagionali, come le gelate primaverili e la colatura, ma per il resto non è un’uva così esigente e ha una buona vigoria. Molto vigoroso, ma anche decisamente irregolare nei volumi è invece il Mascalese, la cui produzione può variare notevolmente in relazione alle condizioni pedoclimatiche, al sistema di allevamento e alla densità d’impianto.
Antociani, tannini, acidità
Se l’Etna ha fama di essere la Borgogna d’Italia, il merito è soprattutto al Nerello Mascalese che, proprio come il Pinot nero, è un formidabile marcatore del terroir e delle sue sfumature, oltre che un vino-vitigno capace di sfidare elegantemente il tempo. Il Mascalese è povero di antociani (e dunque scarico di colore, come il celebre varietale francese) ma con una buona dotazione di tannini. L’esatto opposto del Cappuccio, che proprio per queste caratteristiche viene solitamente utilizzato in blend con il fratello maggiore, a cui aggiunge colore e leggerezza, ammorbidendone al tempo stesso la spiccata acidità. La maggior parte dei produttori considera il Cappuccio troppo rustico e semplice per reggere la vinificazione in purezza. E, tuttavia, alcune aziende si sono cimentate nella produzione di monovarietali con interpretazioni ragguardevoli.
Un confronto organolettico
Ricapitolando, i vini a base Nerello Mascalese hanno mediamente un colore rosso rubino poco intenso, una buona gradazione alcolica, elevata acidità totale, buon equilibrio e astringenza. Mentre quelli a base Cappuccio presentano una colorazione più scura, con un volume alcolico più contenuto e una buona acidità totale. Sotto il profilo aromatico, i Nerello Mascalese si distinguono per le note penetranti di ciliegia rossa acida, melograno, ribes, seguiti da erbe mediterranee (timo e rosmarino in primis), accenni di tabacco e sentori minerali. Con l’invecchiamento sviluppano sentori di sottobosco, erbe balsamiche, cuoio e agrumi canditi. I Cappuccio hanno una connotazione floreale più spiccata (anche se i fiori non sono un tratto caratteristico dei Nerello in generale), la ciliegia appare più matura, seguita da vaniglia, caffè e l’immancabile sottofondo mineral-ferroso collegato al terroir vulcanico. I tannini del Mascalese sono fitti e aristocratici, quelli del Cappuccio tendenzialmente più grossolani.
I vini in purezza da provare
Da un lato la stoffa e la profondità, quindi, dall’altro la schiettezza e la bevibilità immediata. È evidente che le due uve si integrano perfettamente fra loro, completandosi a vicenda. Ed è questo il motivo per cui molte Cantine continuano a gestirle in blend, anche se il Mascalese sta diventando spesso protagonista assoluto dell’uvaggio. Il Calderara Sottana Prephylloxera di Tenuta delle Terre Nere, le espressioni di Contrada di Passopisciaro e la Riserva Zottorinoto di Cottanera sono solo tre esempi della complessità e della grazia che il Mascalese 100% sa esprimere. Quanto al Cappuccio in versione monovarietale, l’antesignano è certamente Benanti, che dalla fine degli anni Novanta (quando l’enologo aziendale era Salvo Foti, oggi titolare della cantina etnea I Vigneri) produce il Nerello Cappuccio Terre Siciliane Rosso Igt. Da ricordare anche il Laeneo Sicilia Doc di Fessina e il 1908 Nero Cappuccio Terre Siciliane Igt di Cummo, che richiama l’anno di nascita del fondatore Diego Cummo e ci ricorda quanto questo vitigno sia sinonimo di radici.