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A Pompei arriva il progetto archeo-agricolo di Tenute Capaldo

11 Febbraio 2026 Jessica Bordoni Campania
A Pompei arriva il progetto archeo-agricolo di Tenute Capaldo
Il gruppo campano ha investito circa 2 milioni di euro per impiantare ed estendere fino a 6 ettari il vigneto nel Parco archeologico di Pompei © F. Cecconi

Grazie al partenariato pubblico-privato tra il Parco archeologico e il gruppo campano, nell’area degli scavi sta nascendo un’azienda vitivinicola a ciclo completo, dalla vigna alla cantina. In futuro usciranno due rossi e un bianco da Aglianico, Falanghina, Greco e Piedirosso

Il vino è molto più di una bevanda: custodisce le nostre radici, simboleggia la nostra identità storico-culturale, incarna i valori della civiltà mediterranea prima ed europea poi. Le derive salutiste e le campagne di demonizzazione che fanno “di tutto l’alcol un fascio” non possono contraddire questa verità, che difendiamo con convinzione ogni volta che ne abbiamo l’occasione – come nell’editoriale del nostro direttore Alessandro Torcoli di qualche tempo fa. In queste settimane la presentazione di un nuovo, ambizioso progetto che unisce vino, storia e tradizioni torna a ribadire il legame indissolubile tra produzione vitivinicola e patrimonio culturale e paesaggistico nazionale.

La presentazione al Ministero Masaf

Parliamo della vigna di Pompei (di cui avevamo già raccontato qui), che grazie a una speciale forma di partenariato pubblico-privato tra il Parco archeologico di Pompei e il gruppo Tenute Capaldo (in particolare le Cantine Feudi di San Gregorio e Basilisco) si sta concretizzando in un’azienda vitivinicola a ciclo completo situata all’interno dell’area degli scavi. L’iniziativa è stata presentata il 3 febbraio a Roma, nella sala Cavour del Masaf (Ministero dell’agricoltura, della sovranità alimentare e delle foreste), alla presenza del ministro Francesco Lollobrigida, che è intervenuto ricordando come: «Agricoltura e storia raccontano chi siamo, non solo a chi già conosce l’Italia, ma anche a chi nel mondo vuole comprendere fino in fondo il valore di una nazione che in 3 mila anni di contaminazioni culturali ha saputo trasformare ogni scambio in eccellenza senza uguali».

Tenute Capaldo Pompei
Francesco Lollobrigida, ministro dell’Agricoltura, Gabriel Zuchtriegel, direttore del Parco archeologico di Pompei, Antonio Capaldo, presidente di Feudi di San Gregorio, il prof. Attilio Scienza dell’Università di Milano e Daniela Scrobogna della Scuola Alta Formazione di Fondazione italiana sommelier alla presentazione romana del progetto

Le esperienze passate e quelle odierne

Non è la prima volta che Pompei si trova al centro di progetti a sfondo enoico e già altre Cantine, come Mastroberardino e Bosco de’ Medici, in passato hanno collaborato con il Parco per la produzione di vini e percorsi legati all’arte e alla storia della vinificazione del territorio. In questo caso però si tratta della creazione di una Cantina vera e propria all’interno del perimetro archeologico, dotata di impianti di vinificazione e affinamento, con un’estensione vitata che nel prossimo futuro dovrebbe superare i 6 ettari. Per Tenute Capaldo si parla di un investimento complessivo di circa 2 milioni di euro, che si è già concretizzato nell’impianto di 4 ettari in località Stabiae, dove verrà costruita anche la struttura produttiva, a cui si aggiungono 1,2 ettari che fanno capo ad appezzamenti vitati già presenti.

L’impegno e gli obiettivi del Parco

«Fin dagli anni ’90 il Parco si è occupato, attraverso gli studi di botanica condotti dal laboratorio di ricerche applicate interno, di analizzare i vigneti dell’antica Pompei per indagarne le caratteristiche storico-scientifiche, le tecniche di viticoltura e dunque le abitudini alimentari prima dell’eruzione», ha commentato il direttore del Parco Gabriel Zuchtriegel, tra i relatori dell’incontro al Masaf. «Da allora abbiamo attuato azioni di valorizzazione dei vigneti, quale modo per raccontare e far conoscere la città antica sotto aspetti diversi. Oggi il Parco sta investendo in una più ampia forma di valorizzazione nonché di tutela del patrimonio naturale, del paesaggio e dell’ambiente. L’azienda vitivinicola fa parte di un più ampio disegno di azienda archeo-agricola che sta interessando anche altre attività, quali la coltivazione degli ulivi e i progetti di agricoltura sociale».

Valore culturale e senso di responsabilità

«Il Parco archeologico di Pompei è uno dei siti culturali più rilevanti al mondo. Rappresenta un pilastro fondamentale dell’identità della nostra regione», ha spiegato il presidente di Feudi di San Gregorio Antonio Capaldo. «Questo progetto ha uno straordinario potenziale per il nostro territorio, per il vino italiano e per il mondo enologico in generale. E ne sento a pieno la responsabilità. Noi produttori dobbiamo affermare con forza che siamo profondamente radicati nel territorio e non abbiamo alcuna intenzione di cedere il passo; al contrario, vogliamo rilanciare il nostro ruolo e la nostra missione, attraverso iniziative come questa, sottolineando il valore culturale del vino e dimostrando, come imprenditori, la capacità di investire in modo sostenibile su attività di lungo periodo».

La conduzione dei vigneti in biologico

Un approccio in primis culturale, dunque, che guarda aldilà del ritorno commerciale immediato e si inscrive nel solco dell’impegno ormai quarantennale del gruppo intorno allo studio dei vitigni autoctoni campani (a partire dalle viti centenarie di Taurasi), in linea anche con la decisione di diventare una società benefit nel 2021. La conduzione delle vigne sarà in regime biologico e poggerà da un lato sul lavoro di ricerca sulle tecniche tradizionali di allevamento della vite e di trasformazione delle uve condotto in collaborazione con il prof. Attilio Scienza dell’Università di Milano, dall’altro sulle competenze agronomiche maturate da Feudi di San Gregorio e dal suo responsabile di produzione, l’agronomo Pierpaolo Sirch.

Tre vini (due rossi e un bianco) per 30 mila bottiglie

La mission è far rivivere Pompei non solo come luogo di ricerca e conoscenza, ma anche come centro di produzione e scambio, integrando la viticoltura con la storia e il percorso di visita del Parco. Da qui ai prossimi tre anni è atteso il lancio di due vini rossi e un vino bianco a base di varietà campane (Aglianico, Falanghina, Greco e Piedirosso) a partire da selezioni provenienti da vitigni centenari e forme di allevamento antiche, creando dei “vigneti giardino” collegati alla tradizione etrusca. L’obiettivo è produrre vini “pompeiani” di qualità, affinati in anfore e in botti. I nomi delle etichette e i dettagli produttivi sono ancora top secret, ma i volumi dovrebbero attestarsi intorno alle 30 mila bottiglie, da vendere in prima battuta all’interno del sito archeologico, che ogni anno viene visitato da ben 4 milioni di turisti.

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