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Nomi insoliti (5): le sottozone dagli etimi più bizzarri

6 Febbraio 2023 Roger Sesto

Dopo aver toccato le Langhe, la Valtellina e Soave, la nostra rassegna dei cru dagli appellativi bizzarri fa tappa tra le colline di Valdobbiadene, in Romagna e nel Chianti Classico.

Pensando alla Marca Trevigiana, come non menzionare il gran cru di Valdobbiadene nominato Cartizze? È il cosiddetto pentagono d’oro, di soli 107 ettari vitati, collocato al culmine della piramide della qualità di quella vasta area interregionale e protetta da varie Doc e Docg, conosciuta col nome Prosecco. Un minuscolo fazzoletto di terra nel cuore della Docg Conegliano Valdobbiadene Prosecco Superiore.

Cartizze, un nome e tre interpretazioni

Circa le possibili radici semantiche del nome di questa vigna, si possono abbozzare le seguenti ipotesi. La prima si rifà al nome dei graticci su cui si adagiavano i grappoli per l’appassimento delle uve, il cosiddetto gardiz. Qui i vini “da dessert” sono una rinomata tradizione. L’uva appassita veniva vinificata durante la settimana santa – da qui il nome di Vin Santo – per uso familiare. Ma tale interpretazione ha un’incongruenza: il graticcio compare in questo territorio a metà ’500, eppure la denominazione Cartizze la si riscontra già nel ’300.
La seconda la suggerisce lo storico Bruno Brunoro, facendo riferimento a una delle molteplici piante che si trovano in quella zona accanto alle viti: il carduus (o cardo volgare), un fiore spinoso che brulica sulle colline del Prosecco. La terza (più attendibile) viene suggerita dal medievalista Giovanni Tozzato, che, nelle sue ricerche d’archivio, è riuscito a far riemergere la prima attestazione del toponimo Caurige. Il documento risale al 1362, quando il notaio Bortolomeo da Bigolino (un villaggio che rientra oggi nella denominazione) redige un atto di compravendita di alcune terre che insistono sul territorio da cui lui stesso proviene: “(…) tra cui una pezza di terra aratoria e vidigata di circa mezzo campo in luogo detto ‘Caurige’”.

Oriolo dei Fichi, storica e feconda sottozona romagnola

Nella Doc Romagna, varata nel 2011, che è andata a sostituire, ampliare e dettagliare la vecchia denominazione Sangiovese di Romagna, per quanto concerne quest’ultimo vino sono state finalmente codificate una serie di Menzioni geografiche aggiuntive; per meglio differenziare i nettari provenienti dalle diverse sottozone.
La più curiosa, a livello etimologico, è Oriolo (dei Fichi), vicino a Faenza. Un nome insolito, ma che, se analizzato attentamente, dice tutto della terra che rappresenta. Oriolo come aurum, aureolus (fondo di terra buona), oppure come auriolus, oriolus (piccolo rio). Non si hanno certezze assolute sull’origine di tale etimo. Probabilmente fa riferimento alla fertilità della sua terra, alla sua fecondità, da cui i contadini sono riusciti a trarre una focalizzata identitarietà. Da segnalare che il borgo è dominato dalla Torre di Oriolo, un superbo mastio rinascimentale, con la funzione storica di avvistamento e difesa.

Chianti Classico e aglio, curioso connubio che si esalta a Vagliagli

Anche per il disciplinare del Chianti Classico Docg è giunta l’ora dell’esplicitazione delle sottozone, a seguito di un progetto di zonazione, alla ricerca di sempre più stretti legami col terroir di provenienza delle uve. Tra le nuove Uga (Unità geografiche aggiuntive) ne figura una che pare uno scioglilingua: Vagliagli. Frazione di Castelnuovo Berardenga, è un antico borgo del XIII secolo, a 511 metri di altitudine. La si cita per la prima volta nel 1226. Curioso il suo etimo che, letteralmente, corrisponde a “valle degli agli”. Tanto è vero che l’aglio selvatico appare addirittura nello stemma del paese: una mano che ne stringe un mazzo.

Foto di apertura: ci sono diverse interpretazioni sull’origine del nome “Cartizze”

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