Paolo Desana, giornalista, promotore e primo firmatario della legge 930 sulle Doc, ricorda in un articolo scritto per noi nel 1984 l’effetto corroborante del vino. Quello bevuto subito dopo la sua liberazione dai campi nazisti e quello che, tornato alla vita e al lavoro, gli permise un pieno recupero fisico e morale
Alla questione sollevata in Inghilterra, che il Chianti mal s’accorderebbe con la somministrazione di certi farmaci, io non credo affatto. Ritengo, cioè, che qualsiasi farmaco assunto per via orale debba essere ingerito con acqua e non con alcolici – nemmeno la birra, anche se “sai che cosa bevi” –; ma che poi a pasto, un buon bicchiere di vino o due possano contribuire, anche in funzione “antidepressiva”, a sollevare il corpo e lo spirito.
Dico queste cose per esperienza personale.
Gli anni nei lager
Quarant’anni fa, dopo essere stato ospite del “grande Reich” in vari lager in Polonia e Olanda con molti colleghi giovani ufficiali colà “internati”, venni trasferito in tre successivi campi di punizione per aver dissentito apertamente da certe idee riguardanti offerte di collaborazione con quei personaggi che ci avevano rinchiuso tra i reticolati. Il trattamento particolare riservatoci lo lascio all’immaginazione del lettore. La fine del conflitto sopravvenne, e quei pochi che con me sopravvissero furono ospitati in ospedale a Lünenburg poco dopo la metà di aprile del 1945. Alcuni giorni prima, però, liberati dagli Inglesi, eravamo stati rifocillati da colleghi meno provati di noi, i quali avevano scoperto un magazzino della marina tedesca nel quale erano rimasti viveri e vino.
L’ultima soddisfazione del moribondo
Medici inglesi ci avevano subito visitato e, dopo aver constatato le nostre disperate condizioni di salute – metà peso, deperimento, tifo, polmonite ed altro, variamente distribuiti – ci avevano prescritto e fatto somministrare farmaci vari, tra i quali alcuni certamente antidepressivi. Quando però venne la notizia del reperimento del vino in quel tal magazzino, io, pur farneticando mentre mi stavano spidocchiando, dissi che ne volevo. E il vino mi venne portato: era Chianti. Ne bevvi io, ne bevettero gli altri sopravvissuti. Ai moribondi non si nega l’ultima soddisfazione!
Il miracolo del Chianti!
Dopo quella abbondante bevuta il trasferimento in ospedale avvenne mentre ero quasi privo di conoscenza; e so del seguito per racconti altrui. Altri degenti ricoverati per gli stessi malanni non recuperarono la salute; coloro che con me bevettero allora Chianti ed altri vini italiani guarirono e ripresero via via le forze per rientrare in Italia nell’autunno del 1945.
Bere alla faccia degli inglesi
A quel Chianti che mi aveva riportato il sapore della libertà e dell’Italia in una sera d’aprile ad Alt Garge sull’Elba io sono affezionato; e sono convinto che esso contribuì a ridarmi salute. E con me sono altrettanto convinti i compagni di quella vicenda, che rivedrò nel prossimo autunno per brindare alla nostra salute collaudata da ormai quaranta ricorrenze annuali. E anche se qualcuno di noi giornalmente assume famaci per poterla conservare ancora qualche anno, non daremo mai ascolto ai saccenti menagrami inglesi e riberremo “alla faccia loro”, come allora bevemmo “alla faccia dei tedeschi” (rei, oltretutto, di averci costretti a restare astemi per quasi due anni), Chianti ed altri vini.
La prova provata
Il fatto d’allora lo rammentai almeno in due miei diversi articoli scritti oltre dieci anni or sono; e durante uno dei viaggi di Civiltà del bere lo raccontai alla comitiva, precisando anche da chi era stato prodotto quel Chianti che contribuì a salvarmi la vita. Perciò questo mio scritto che prende lo spunto da un abbaglio recente di ricercatori inglesi non è parto di immaginazione e fantasia, e nemmeno una improvvisata difesa d’ufficio.
Scienza vs esperienza
Certo: mentre io posso valermi della testimonianza dei miei pochi colleghi sopravvissuti, forse sarebbe difficile rintracciare i medici militari di quei tempi. Forse, non avendo bevuto di quel vino, sono da anni scomparsi! Si dirà che non vi è nulla di scientificamente verificabile nel mio racconto; ed è vero. Però per me piemontese di razza contadina, abituato a badare ai fatti più che alle parole (dette e scritte), il fatto della mia sopravvivenza è una realtà, ed è quel che più conta. Ma non basta. Posso ora citare molti amici medici della mia città ai quali via via mi affidai nell’immediato dopoguerra per cure ricostituenti.
Un recupero lungo e difficile
Un’esperienza come quella dai campi K.Z. nazisti lascia il segno. Qualcosa, nel migliore dei casi, nel fisico rimane: e ci sono studi al riguardo fatti scientificamente in tutti i Paesi che ebbero deportati in Germania. Ritornato alla vita ed al lavoro, nel decennio successivo a quell’esperienza, ebbi le esigenze cui ho appena fatto cenno. E gli amici medici mi prescrissero diete e comportamenti per curare e per prevenire. Uno di questi mi prescrisse carne ai ferri, riso in bianco e niente vino, e via di seguito. Ci provai.
Il “vino di regime”
Costrinsi le mie bottiglie in cantina ad invecchiare e a considerarsi dimenticate. Risultato: ancora senso di affaticamento, capogiri – anzi, di più – e soprattutto melanconia crescente e pessimistiche visioni della vita. Un giorno decisi improvvisamente di reagire. Mi era capitata sott’occhio un’ampia relazione tenuta dal prof. E. Debenedetti, direttore e primario dell’Ospedale Civile di Asti, all’inizio del 1953. Era intitolata “I vini di regime nell’uomo sano e ammalato”; e la definizione di “vino di regime” era indicata come segue: “Un vino che per la sua costituzione fisico-chimica e le sue caratteristiche organolettiche serve ad integrare le diete adatte alle varie contingenze patologiche e fisiologiche”. Non quindi una medicina nel senso immediato del termine, ma un farmaco indiretto, complementare, come certi alimenti, le vitamine e via dicendo.
Il ricordo del Chianti della Liberazione
Lessi tutto attentamente; e poiché da un lato le cure mediche prescrittemi e da me scrupolosamente osservate non mi davano benefici apprezzabili, ritenni venuto il momento di buttare alle ortiche quel fastidioso saio di penitente che mi avevano costretto ad indossare per molti mesi: quello che aveva il colore dell’incoerenza, in quanto mi occupavo di vitivinicoltura ed ero stato nuovamente costretto a bere soltanto acqua. Mi ricordai di quel Chianti della mia liberazione: un vino di regime certamente: un regime diverso da quello che mi aveva costretto a subire violenze e fame, tanta fame.
La prescrizione: bere vino buono
Ed allora, seguendo i consigli del prof. Debenedetti, ripresi a bere vino e soprattutto “vino buono”. Egli aveva saggiamente detto che vi sono medici che, senza rendersene conto, spingono i loro malati sulla via squallida dell’inazione. “Non dobbiamo metterci contro il gusto dei malati – egli aveva asserito rivolgendosi ai colleghi – se non a ragione veduta; non dobbiamo imporre restrizioni alimentari che non siano necessarie…”.
Il consumo moderato
Bene. Quel mio rinnovato interesse a bere moderatamente i “vini giusti” durante i pasti; a bere cioè con gusto vini di qualità non di tanto in tanto ma sempre, tutti i giorni della settimana, mi fece uscire dal tunnel degli esaurimenti, mi ridiede sicurezza e palpabili contributi per un pieno recupero fisico e morale. Penso di essere un attento osservatore di me stesso e quindi un testimone attendibile dei fatti della mia vita e della mia salute. Nel 1945 quel Chianti corroborante mi aveva indubbiamente giovato; nel 1953 altro Chianti, buoni Barbera, Barolo, Barbaresco ed altri vini mi rimisero in sesto, più del “riso in bianco” e delle altre noiose prescrizioni alimentari. Capogiri, senso di affaticamento, melanconia, pessimismi incominciarono a scomparire per lasciar posto a una crescente capacità di affrontare i miei problemi di vita e di lavoro che non sono mai stati per me pochi e tanto facili da risolvere.
Il nostro vino è più antidepressivo dei farmaci
Il mio buon vino quotidiano m’accompagna da allora collaborando certamente con i farmaci che giornalmente debbo assumere; e nessuno sorrida scetticamente di fronte a questa mia dichiarazione: non sorridano medici nostrani, né medici inglesi, né coloro che nel loro Paese fossero indotti a credere alle annunciate “incompatibilità” tra Chianti e farmaci antidepressivi!
Beh! Voglio sinceramente esprimere l’unico dubbio che ho: che tale “incompatibilità” derivi dal fatto che il nostro vino sia più antidepressivo di certi farmaci. Per me e per molti lo è stato e lo è tuttora; per altri che bevono acqua o altre bevande più di casa al di là della Manica, forse non lo è. Ed è molto probabile che la cosiddetta “incompatibilità” sia semplicemente una questione di concorrenza leale o sleale (fate voi).
Il dissenso sul Chianti
Comunque vorrei dire agli inglesi del dissenso sul Chianti: io ho convinzioni derivate da prove e riscontri vissuti; voi avete parole, parole, parole… E con le parole si possono danneggiare interessi e favorirne altri: ma se tutti fossero come me, le parole usate per denigrare il Chianti sarebbero buttate al vento. Perché il mio Chianti ed i miei vini piemontesi che bevo ogni giorno non me li toglie nessuno. I tedeschi c’erano riusciti per circa un paio d’anni, ma avevano fatto ricorso alla violenza e al filo spinato.