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Le Cantine che hanno fatto l’Italia (2): Chiarli

7 Giugno 2011 Emanuele Pellucci
«Ero ancora un giovane studente universitario quando una mattina, trovandomi nell’ufficio di mio padre Giorgio, arrivò il fascio della corrispondenza e tra le varie buste ce n’era una azzurrina con i contorni tipici della posta aerea. L’aprì e, tutto contento, mi disse: “È un ordine di vino del nostro importatore Aquino di New York”. Chiamò subito Francesco, il suo più stretto collaboratore, e gli comunicò: “Guarda, è arrivato un altro ordine dagli Stati Uniti: sono 350 casse che vanno ad aggiungersi alle altre 150 già richieste. Mi raccomando, bisogna mandare la qualità migliore che abbiamo in azienda perché dobbiamo fare bella figura!”. Erano gli anni Sessanta. Per me fu un grande insegnamento, e ieri come oggi questa è sempre la nostra fi losofi a commerciale: all’estero occorre fare bella figura, non pensare solo a fare mercato». A parlare è Anselmo Chiarli, la quarta generazione di una famiglia che ha fatto conoscere nel mondo il Lambrusco di qualità e i cui vini sono oggi distribuiti su tutti i mercati. Del resto la tradizione dell’esportazione del Lambrusco Chiarli è molto antica dal momento che già all’Esposizione Universale di Parigi del 1900 erano presenti bottiglie del loro vino frizzante. Un’attività nata nel 1860 da un’idea di Cleto Chiarli, bisnonno di Anselmo, quando decise di trasformare la propria osteria in una cantina di produzione. «Un grande impulso alla produzione e all’export arrivò dagli anni Cinquanta in poi grazie al lavoro di mio padre, entrato in azienda nel 1946 all’indomani della fine della guerra quando la cantina era rimasta chiusa per tre anni perché bombardata. Furono perciò ripresi i canali d’esportazione preesistenti, in particolare con i Paesi oltreoceano, dove maggiore era la concentrazione delle comunità italiane, a cominciare da Stati Uniti e Argentina. Già nel 1939 la Casa vinicola produceva oltre 2 milioni di bottiglie di Lambrusco». Con Anselmo Chiarli parliamo anche del fenomeno Lambrusco degli anni Settanta, a lungo l’etichetta italiana più venduta negli Stati Uniti. «Francamente il fenomeno ci ha toccato solo marginalmente perché la ritenevamo un’anomalia, un aspetto che noi non abbiamo mai affrontato in maniera decisa. Insomma, era una politica produttiva e commerciale che non rientrava nella nostra mentalità. Oggi facciamo il 50% del nostro fatturato all’estero, però siamo presenti in maniera tradizionale, cioè con una produzione qualificata. Il nostro obiettivo è sempre stato quello di mantenere una tipologia che richiama il territorio di origine. Il Lambrusco è il vino più venduto al mondo, ma spesso ha dei connotati che non è sono quelli del vino che viene vissuto e prodotto in zona, mentre noi abbiamo sempre cercato di fare questo tipo di prodotto. Ecco perché dico che bisogna esportare una bottiglia che abbia le caratteristiche del Lambrusco nato nelle zone a Doc. No a un prodotto di marketing, no a un prodotto di moda. È evidente che all’interno di questa nostra filosofia abbiamo dovuto in tante occasioni non dico adattarci, però l’azienda ha dovuto adeguarsi alle logiche del momento, sempre mantenendo una dignità s’intende». Anche se oggi Chiarli è una Cantina che produce 25 milioni di bottiglie, il suo sviluppo è stato graduale e progressivo. E così anche le sue esportazioni. «Per un certo periodo», dice Anselmo, «siamo stati l’unica azienda vinicola presente nell’elenco dell’Istituto commercio estero e la nostra è sempre stata un’esperienza di export a 360 gradi. Se fino a qualche decennio fa eravamo assenti sui mercati asiatici, oggi figuriamo anche lì. Il grande sviluppo è avvenuto oltre quella che era la nostra presenza su certe piazze. Diciamo pure che in alcuni casi abbiamo seguito le mode, in altri le abbiamo precedute e in altri ancora le abbiamo addirittura guidate». Non ci sono dubbi che Anselmo Chiarli oltre a essere un abile imprenditore è un grande amante del vino e un appassionato sostenitore delle bollicine rosse emiliane. «Noi viviamo sul Lambrusco e dobbiamo perciò vedere a quello che sarà il domani e oltre. L’azienda è in piedi da 150 anni con questo tipo di vino e ci teniamo che esso abbia una continuità nel futuro e non sia solo l’occasione di rapina». Un parallelo tra l’export di ieri e quello di oggi? «Quello di ieri, cioè di varie decine d’anni fa, era sicuramente un fenomeno da superpionieri. Oggi invece il mondo del vino vive di cifre e di statistiche, mentre allora era una cosa importante e sentita, che appassionava. C’era lo spirito, come ho già accennato, a esportare le cose migliori delle nostre produzioni. Ecco, vorrei che fosse così anche oggi, ma purtroppo devo dire che non lo è». Allora, chiediamo ad Anselmo Chiarli quale sia la situazione dell’export attuale. «Tutto sommato sta andando abbastanza bene, con un incremento del +3% all’anno. Entrare su un mercato signifi ca prima costruirlo, poi consolidarlo e, cosa più difficile, fronteggiare la valanga di quelli che arrivano dopo. La concorrenza, insomma, è forte, però quando l’onda si ritira restano i relitti ed è in quel momento che bisogna dimostrare di saperci fare. È importante gestire il lavoro in modo da assicurarsi un futuro. Purtroppo gli attori di questo nostro mondo sono operatori che spesso non hanno amore, storia e tradizione alle spalle». 1860 Cleto Chiarli trasforma la propria osteria nel centro di Modena in una cantina per la produzione di vino. 1900 Un’etichetta della Chiarli riceve la “menzione d’onore” all’Esposizione Universale di Parigi. 1946 Fa il proprio ingresso in azienda Giorgio Chiarli, nipote di Cleto, che avvia la ristrutturazione della cantina dopo i danni della guerra e incrementa le esportazioni in vari Paesi. OGGI Export 50% - Bottiglie più esportate: Lambrusco di Sorbara, Lambrusco Grasparossa di Castelvetro, Lambrusco Salamino di Santa Croce, Modena Doc, Lambrusco, Igt Emilia - Primi mercati: Germania, Inghilterra, Olanda, Francia e Spagna.

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