La questione morale

La questione morale

È accaduto un fatto abbastanza inedito: un vignaiolo vedrà penalizzati i propri vini per aver espresso pubblicamente opinioni offensive. A chi fosse sfuggita la storia: un produttore friulano, Fulvio Bressan, dalle solide convinzioni naturali, fino a ieri giudicato per questo tra i “puliti e giusti” nonostante un carattere notoriamente aggressivo, si è manifestato quale razzista, attaccando volgarmente su Facebook il ministro Kyenge. Il commento scatena una gara alle condanne (che forse gli hanno portato più notorietà che danno), la più pesante delle quali è firmata dalla giornalista americana Monica Larner, corrispondente italiana di Robert Parker, la quale per indignazione annuncia che non degusterà i suoi prodotti nell’imminente reportage sul Friuli-Venezia Giulia. Anche Slow Food dichiara di cancellarlo dalla Guida, dove i vini erano stati in precedenza recensiti con quotazioni importanti, ma i profeti di Bra non possono premiare un personaggio così politically incorrect.
Ora è facile parteggiare a caldo, e concludere che, in effetti, un aggressivo razzista non merita di essere citato in una Guida. Dev’essere condannato moralmente “senza se e senza ma”, come si è letto in molti commenti in rete. Siamo d’accordo.
A mente lucida però, emergono dei dubbi, diciamo così, filosofici, e ci domandiamo fino a che punto il giudizio morale sul produttore debba coinvolgere il prodotto. Questa è un’epoca in cui l’etica è tornata a essere, almeno per qualcuno, una componente fondamentale del vivere quotidiano. Non parliamo del moralismo, che in Italia prolifera bene, ma di una valutazione profonda sul comportamento pubblico e privato.
Pensiamo al movimento del “consumo critico”, alla decisione di alcuni acquirenti di boicottare aziende che contribuiscono a calpestare diritti umani. Le multinazionali finiscono spesso nel mirino, per atteggiamenti antisindacali, sfruttamento del lavoro, anche minorile. Abbiamo appreso di recente dei gravi incidenti in Bangladesh, in fabbriche dove si ammassano lavoratori sfruttati – indirettamente – da note case di moda, che acquistano abiti o semilavorati a prezzi da fame.
Talvolta il beneficio arriva anche al consumatore, che può trovare maglie griffate a 5 euro, pantaloni a 15, scarpe a 25 sulla pelle di qualche giovane donna china sulla cucitrice 15 ore al giorno per qualche dollaro al mese. Abbiamo volutamente alzato un po’ i toni, per smascherare il meccanismo: talvolta un prodotto “sporco” ci indigna, quando raggiungiamo la consapevolezza delle sue origini.
Altre volte il filo della morale è più sottile. Ad esempio, qualcuno potrebbe sentirsi a disagio comprando il lettino della propria bambina nel negozio di un uomo dai trascorsi nazisti. Eppure, milioni di persone in tutto il mondo fanno la coda per entrare nei suoi negozi, disinteressandosi alla biografia del fondatore. Forse anche Monica Larner ha comprato qualcosa all’Ikea.
Tornando al vino, il commentatore Franco Ziliani ribatte che nessuna Guida ha mai penalizzato la famiglia Antinori per aver espresso apprezzamenti su Mussolini nel film Mondovino di Jonathan Nossiter e che giustamente il critico deve commentare il vino di-per-sé, indipendentemente dal produttore. Anche Stefano Bonilli – fondatore del Gambero Rosso – mette in discussione l’introduzione del “principio di moralità” nel mestiere di assaggiatore, ricordando altresì che nessuno ha boicottato le tenute di vari imprenditori condannati per frode fiscali.
Si potrebbe stilare una guida al vino immorale. Sono davvero molti i casi di produttori “a rischio”, senza voler contare i vini dei politici, che dividono per definizione. Al proposito, Bonilli sostiene che ai tempi in cui lui redigeva con Slow Food la Guida più nota in Italia, non si guardava all’appartenenza politica.
Certamente, est modus in rebus. La morale è un intreccio complicato di linee che singoli individui non accettano di oltrepassare. In ogni modo resto convinto che Monica Larner abbia fatto bene, perché quando si parla di vino la linea è particolarmente prossima. Il nettare di Bacco è intimamente legato all’animo del suo produttore, molto più di una sedia o di una t-shirt. Anzi, assume un valore particolarmente alto e nobile proprio quando giunge a esprimere il carattere dell’uomo, che non a caso con il terreno e il clima completa il significato della parola terroir. Inoltre il vino, come tutti gli alimenti, entra dentro di noi, il legame è particolarmente intimo e intenso, oltre che intellettuale. Del vino, non a caso, l’appassionato desidera sapere tutto, e se per caso scoprisse che chi l’ha creato è un razzista, ha tutto il diritto di dire “non mi piace”, come ha fatto Monica, che evita di consigliarlo ai propri lettori. Piuttosto, l’ipocrisia sta nel fatto che si voglia minimizzare il principio di “soggettività” della critica enologica: ciascun degustatore dovrebbe dichiarare più chiaramente quali siano le sue regole di selezione, tra le quali, perché no, può esserci anche un ideale o una convinzione morale (quando non semplicemente una motivazione economica).
È sempre stato così, ma abbiamo fatto credere per anni agli appassionati che esistesse un “assoluto del gusto”.

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© Riproduzione riservata - 03/10/2013

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