È l’appuntamento internazionale più importante, ma sono molti i dubbi sollevati dagli espositori, oltre ai luoghi comuni (che è bene neutralizzare). Agguerrita la partecipazione italiana sensibile ai movimenti del mercato. Continua la crescita “zero alcol”
Fu vera gloria? Intanto la carica di Wine Paris prosegue ed è confermata da 63.541 visitatori (erano 52.622 nel 2025) e 6.537 espositori (5.271 nel 2025), di cui 1.350 italiani (contro i circa 1.050 nel 2025), ma il numero include collettive con più Cantine, quindi è notevolmente più alto. Eppure, oltre alle cifre che a Vinitaly sono superiori, Wine Paris è indubbiamente l’evento internazionale dell’anno. Qual è la ricetta, dunque? Tempi, attrattiva della città e internazionalità. Tutto il resto si aggiusta. Per esempio, il pericolo che al centro dell’attenzione ci siano gli espositori francesi, i produttori italiani più esperti l’hanno raggirato organizzando bene la propria agenda, “preparando la fiera”, come dicono.
Fiera o non fiera
Tutto ciò che non funziona in questa fiera, in estrema sintesi, è quello che non funziona più nelle fiere in generale. Quindi, l’opzione non sarà Parigi o altrove nel mondo, ma fiera o non fiera. Dal punto di vista dei visitatori, invece, non crediamo si possa ottenere di meglio: tre giorni a Parigi avendo a disposizione il mondo del vino e non solo, perché l’esposizione riserva grande attenzione ai superalcolici in generale e ai prodotti zero (o quasi) alcol, che – piacciano o meno – stanno diventando una categoria importante. Un punto critico emerso dalle chiacchiere di corridoio, se mai, riguarda la ratio domanda/offerta: cominciano a esserci troppi espositori rispetto al numero di visitatori, specialmente compratori, presenti? Probabilmente l’ampiezza della proposta nel tempo favorirà un aumento dei visitatori, ma la questione ha più facce e sembra rientrare in quanto giù scritto: è la fiera, bellezza.
La classifica dei luoghi comuni fieristici
In questo resoconto, per non ripetere ciò che chi segue il vino avrà già letto ovunque, vorremmo limitarci a due focus: la lotta ai luoghi comuni, che è una nostra fissazione perché uccidono la comunicazione e la realtà, e l’esperienza personale, di come abbiamo vissuto l’evento senza nessuna ambizione di completezza, perché il tempo, ahinoi, è limitato. Partiamo dalle banalità, cioè i commenti abusati che non dicono nulla. Ma ciò che è peggio, che spesso non corrispondo alla realtà. Il pericolo riguarda sia aspetti positivi sia negativi, nel bene e nel male che si possa affermare. Dividiamo quindi le medaglie in due podi separati.
Il podio degli apprezzamenti
- “È una fiera più agibile e accogliente, perché Parigi non si accorge nemmeno che c’è questo evento, tra mille appuntamenti. E i parigini non se ne approfittano (alberghi, ristoranti…) come succede nelle piccole città;
- “È una città facilmente accessibile, aerei low cost a tutte le ore”;
- “A Parigi vanno tutti volentieri, oltre gli affari c’è pur sempre una delle più belle città del mondo. Questo vale per i produttori che ci portano le mogli e i figli e anche per i buyer esteri”.
Il podio delle critiche
- “Siamo in Francia e i buyer cercano i vini francesi”
- “Gli italiani seguono la massa, prima tutti a Düsseldorf, ora tutti a Parigi…”;
- “Comunque c’è poca gente” (in relazione al punto 1).
L’approfondimento de La barricata
Potete ascoltare un approfondimento su questi aspetti nella puntata n. 41 de La barricata, il nostro podcast sul mondo del vino, con i commenti di tre protagonisti del settore con visione internazionale: Lamberto Frescobaldi, presidente Unione italiana vini, Marzia Varvaglione, presidente del Comitato europeo delle imprese vinicole, e il Master of Wine Gabriele Gorelli. Inoltre, la settimana prossima pubblicheremo una raccolta di commenti significativi di molti espositori italiani interpellati durante l’esposizione.
Come la vediamo in breve
In sintesi, comunque, riteniamo che sia una fiera realmente internazionale, che si colloca in un momento propizio a inizio anno quando tutti i giochi sono ancora aperti. È organizzata seriamente, senza problemi di ingressi e agibilità, espone un numero notevole di aziende anche importanti, con banchi d’assaggio memorabili, come la presentazione dell’Union des Grands Crus de Bordeaux o il banco dell’associazione Primum Familiae Vini (da Pol Roger a Sassicaia, da Hugel a La Mission Haut-Brion, da Perrin a d’Armailhac…). Vale per Parigi, come per Verona e dappertutto, però, uno slogan diffuso dalla fiera stessa in questi giorni, “make every moment count”: è inammissibile, per chi paga un biglietto o impiega una giornata di lavoro, l’abitudine di lasciare i propri stand ore prima della chiusura.

Lo scantinato del padiglione numero 2.1
Abbiamo visitato tutti i padiglioni, cercando di cogliere i pesi delle proposte e individuare le tendenze reali. La fiera si pone, in effetti, nella dicotomia di questo tempo, tra frenate no-low alcol e fughe superalcoliche. Partiamo dal padiglione 2.1, accanto all’ingresso principale ma al piano -1, con effetto “scantinato” che non è piaciuto a molti. Non rendeva onore in effetti allaFranciacorta, all’Abruzzo e alla prestigiosa compagnia dell’Istituto Grandi Marchi, che riunisce alcuni leader dell’enologia italiana. Però, era anche il padiglione no alcol, dove esponevano le aziende specializzate e dove si potevano assaggiare centinaia di prodotti de-alcolati. Come l’anno scorso, ci siamo tuffati laggiù come prima cosa, anche per il basso impatto psicotropo. Gli assaggi hanno mostrato un miglioramento diffuso, ma nelle tipologie che già si difendevano, come gli spumanti aromatici (Moscato in testa e qualche blend ben confezionato).
Il senso dei dealcolati rossi
Di difficile comprensione, ancora, i rossi “zero”,dove spesso è protagonista il Pinot nero,simbolo dell’eccellenza enoica martoriato dai tentativi di dealcolazione. L’impressione è che questa categoria di prodotto si possa affermare in una nicchia, anche consistente, di consumatori che non possono assumere alcol per motivi di salute o religione, ma non ha nulla da spartire col vino a parte l’uva (e non sempre) né per gusto (l’alcol è un pilastro, per l’espressione olfattiva e gustativa), né per il racconto (del tutto artefatto di puro marketing), né per la sostenibilità, che è paradossale, ma per fare queste bevande si consuma molto energia e servono interventi tecnici ed enologici industriali che gli amanti del vino tendono a detestare.

L’ambizione della convivialità
La categoria no alcol evidentemente non è percepita come vino nemmeno da chi lo promuove, oltre che da chi lo consuma, e dimostrazione ne è il fatto che nell’area degustazione erano presenti centinaia di bottiglie, anche invitanti a livello di packaging, delle quali alcune nemmeno provavano a fingersi vini, né potevano farlo; non erano nemmeno dealcolati ma semplicemente bevande analcoliche: ad esempio un accattivante tè frizzante in veste aristocratica, Tea Royal, proposto nelle versione n.7 e n.13 (ammiccando a Chanel?), quest’ultima al gelsomino. Ma ad accomunare tutte le bottiglie era l’ambizione a coprire un’occasione di consumo: la convivialità, la festa per chi non beve alcol ma non vuole sentirsi escluso. E in questo senso ben venga la categoria, ma evitiamo di chiamarlo vino e siamo tutti più sereni.

La partecipazione italiana
Passiamo ai padiglioni 5 e 6, dov’erano la maggior parte degli italiani. Innanzitutto, abbiamo apprezzato la semplice eleganza della collettiva (con 130 espositori) organizzata da Ice Agenzia (quella italiana naturalmente, cioè l’Istituto commercio estero). Quella italiana in generale, tra consorzi, associazioni e privati, era la rappresentanza più numerosa dopo quella francese, con 1.350 espositori, un po’ sparpagliati. Una notizia serpeggiata in fiera, che ha creato più preoccupazioni che entusiasmi (ne parleremo anche la settimana prossima) riguarda la proposta degli organizzatori di riunire l’Italia in un nuovo padiglione, il quale però sarà periferico rispetto al cuore dell’esposizione. Il mondo si divide dunque tra innocentisti (“risponde a un’esigenza espressa dagli italiani stessi”) e colpevolisti (“è un tentativo di marginalizzazione per proteggere i francesi”).
Continua il trend della leggerezza (tranne che a Bordeaux)
Venendo alla proposta italiana di quest’anno, oltre ai classici nazionali con le storiche denominazioni, spesso rappresentate visibilmente anche dalle collettive consortili, le aziende hanno proposto molti vini bianchi, sempre più richiesti, e rossi leggeri, con diverse novità a basso tenore alcolico naturale, dagli 11 gradi in giù, anche sotto i 10 con qualche rosso fruttato e fresco da consumi scanzonati. Varcando i padiglioni internazionali e in particolar modo quelli francesi, l’impressione è che – a parte qualche azienda specializzata – ci fosse meno enfasi sulla leggerezza come leva di marketing. Le denominazioni storiche difendono le peculiarità stiliste: in Loira, ad esempio, si passava dagli Anjou a 11 ai Savennières a 13,5, com’è tipico dello stile e la straordinaria degustazione dei Grands Crus de Bordeaux ha mostrato il muscolo dell’annata 2023 con punte oltre i 14% vol per la Riva destra, come da tradizione degli ultimi anni. Anche questa evidenza ha due volti: la più rapida risposta delle imprese italiane alle esigenze di mercato o la difesa francese della tipicità. Ai posteri l’ardua sentenza.