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Vini low e no alcol. Non chiamateli vinelli

Vini low e no alcol. Non chiamateli vinelli

Dall’Ue arriva un nuovo testo che tutela i vini low e no alcol. La menzione “dealcolato” potrà essere aggiunta in etichetta anche nei Dop e Igp. Questa tipologia convincerà i consumatori italiani? Lo stato dell’arte e l’opinione di chi già li fa.

L’articolo fa parte della Monografia Vino e Salute
(Civiltà del bere 2/2022)

Fino a ieri venivano chiamati vinelli. Non potevano avere una carta d’identità: erano proibite denominazioni e vietati riferimenti al vitigno sulla bottiglia. A proposito di anonimato, chi li assaggiava spesso li trovava privi di personalità, carenti al naso come al palato. Il pensiero degli appassionati era che i vini low alcol o alcol free non trasmettessero ebbrezza. In tutti i sensi. E soprattutto che non fossero vino, né dovessero essere etichettati come tali.
Ma la curva di diffusione sul palcoscenico internazionale, da tempo assai più entusiasmante della loro reputazione, e metodologie produttive sempre più raffinate stanno persuadendo produttori e istituzioni di settore delle potenzialità di questi prodotti. Un cambio di prospettiva favorito dall’Ue, che dopo anni di diatribe, a dicembre 2021 li ha inseriti nella nuova regolamentazione comunitaria dell’Ocm. Riconoscendoli (e chiamandoli) “vini” a tutti gli effetti.

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© Riproduzione riservata - 14/06/2022

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