Dal mondo Dal mondo Alessandro Torcoli

Ta’ Betta, i grands vins di Malta

Ta’ Betta, i grands vins di Malta

Incontriamo la famiglia di Juanito Camilleri che, dopo dieci anni di prove, presenta tre vini pregiati che portano i nomi importanti dei cavalieri difensori della libertà. Un racconto che intreccia passione, energia, ricerca, valori e gusto per la vita.

Volevo solo scrivere di vino. Invece, come al solito, mi ritrovo a volare in altri mondi, troppo interessanti per non raccontarli. Roteo il calice e i guizzi dorati o i riflessi rubino diventano pennellate che ravvivano la memoria; i profumi si sprigionano e si avvicendano mentre la storia si fa più densa, e sigillano ricordi che non ci lasceranno più. Non c’è grande vino senza il volto di chi l’ha desiderato. E in questo caso, credetemi, lo ha così fortemente voluto da sfidare non solo la sorte (come sempre quando si decide di intraprendere la via della vigna) ma molto di più, con un coraggio da leone. Ecco qui Juanito Camilleri e la sua vicenda.
Le origini di Ta’ Betta, che significa “di Betta”, cioè sua figlia.

Vincenzo Melia e Juanito Camilleri

Viaggio inaspettato

Vibra il telefono. Compare il nome di Vincenzo Melia, un amico che non sento da anni. Dottore agronomo siciliano, con un passato felice all’Istituto regionale della vite e del vino di Palermo: ai tempi di Diego Planeta (presidente), Melia e un manipolo di colleghi, sotto la guida del maestro Giacomo Tachis, avevano fatto in pochi anni per i vini siciliani quanto altri nemmeno in un secolo. Adesso Melia veleggia tra la sua Alcamo, Linosa e Malta. Ed è appunto qui, sull’isola dei crociati, che accoratamente ci propone di andare a vedere una cosa speciale.
Ora un simile appello, nella maggior parte dei casi, suonerebbe come un’enfatica strombazzata per soddisfare qualche esigenza commerciale, ma con Vincenzo no, sappiamo che non può finire così e la dimostrazione sta nel fatto che mai, prima d’ora, aveva chiesto nulla ai vecchi amici di Milano.
Non morivo dalla voglia di volare a Malta, sono sincero.

Malta e le sue contraddizioni

Meta ideale per le vacanze studio, per quel mix di lingua inglese e mare blu, purtroppo le cronache non erano state particolarmente allettanti negli ultimi anni, per quella combinazione di opacità e oppressione che aveva portato al sacrificio di una collega, Daphne Caruana Galizia, che si occupava anche di enogastronomia e che in qualità di giornalista investigativa indagava su narcotraffico, riciclaggio e corruzione. Il 16 ottobre 2017 Daphne saltò in aria con la sua Peugeot 108 farcita di tritolo.
Comunque parto, sufficientemente curioso di visitare una nuova azienda vitivinicola a Malta, dove conosco solo poche realtà di scarso valore, mentre sulla carta Ta’ Betta manifesta ambizioni internazionali.

Jean Parisot, cavaliere difensore della libertà maltese

Progetto di famiglia

Juanito Camilleri ha investito tutto in questa vigna e in una cantina, che è essenziale ed elegante “per mano di Astrid”, sua moglie, come tiene a ricordare. In effetti, Juanito ha l’aria più dell’ingegnere che dello stilista: solido e preparato, ma anche sognatore. È stato per dieci anni rettore dell’Università di Malta, della quale ha allargato gli orizzonti attirando studenti e interessi da tutto il mondo. Sempre in viaggio, o impegnato nei consigli di amministrazione di svariate società, Juanito ha studiato a Cambridge, dove ha conosciuto Astrid, e in Inghilterra voleva rimanere. Astrid un po’ meno, soprattutto non se la sentiva di lasciare sull’isola il padre in difficoltà. Quindi tornano, e Juanito strappa la promessa di cercare un rifugio nella natura dove guardare le stelle così luminose al centro del Mediterraneo.

Un inizio difficile

Comincia così la storia dell’azienda, con una casetta e la vite che doveva essere più un giardino da curare per vincere lo stress di una vita maltese solo apparentemente semplice.
Gli anni dell’università sono duri, e dopo ancora di più: è risaputo infatti che Juanito crede in una Malta diversa, nella libertà, nell’onestà e nella giustizia. Come la sua amica Daphne. Ecco emergere quindi progressive difficoltà: non arrivano i permessi, non si sa nemmeno se potrà imbottigliare le prime annate, finalmente pronte, da presentare agli appassionati di vini d’autore. È incredibile come, a saper leggere il vino, vi si possano trovare così tanti significati.

Uno Chardonnay che parla

Infatti tutta questa vicenda dolorosa salta fuori dal calice: mi accorgo che lo Chardonnay del 2017 è diverso dagli altri; è il più caldo, il più maturo con note di frutti tropicali e un tocco mielato. Nel ragionare su questa palese differenza, Juanito comincia a raccontare: «È un vino nato dalla sofferenza. Dovevamo vinificare ed eravamo nel mezzo della tempesta: cercavano di impedirci l’attività con mille cavilli, non ci
davano i permessi, stavamo per buttare via tutto quando
finalmente la tenacia ci ha premiato e abbiamo potuto
proseguire il lavoro».

Il leone, simbolo dell’azienda, sulle casse dello Chardonnay Jean Parisot

Coraggio da leoni

«Le uve erano pronte, noi no», questa è la verità dell’enologo Vicenzo Melia. «Si sente infatti l’eccesso di maturazione». Ecco un vino che, degustato alla cieca, avremmo declassato, rispetto alle altre annate, come la 2018, precisa e ammaliante, ma dopo averne assaporato la storia, sarà difficile staccarsi da questo calice del 2017, che ci carica di energia e coraggio.
E ne stapperemo una seconda bottiglia la sera a cena, tra risate e occhi umidi.
Non a caso il simbolo di Ta’ Betta è un leone. E le etichette sono un omaggio ai più celebri difensori della libertà maltese: i cavalieri Antonio Manoel, Philippe Villiers, Jean Parisot.
«Questo è il vino della vita», afferma Juanito durante i 19 assaggi da cui traiamo una panoramica esaustiva dello stile aziendale. «Non è il capriccio di un milionario, ci abbiamo messo tutto». Non è stato neppure facile racimolare in vent’anni i quattro ettari della vigna, da micro appezzamenti. La terra è molto cara e i terreni calcarei sono duri, calcare che costringe le radici ad affondare. «Le uve sono molto saporite», commenta Melia.

Tre vini “eroici”

Juanito Camilleri ha messo in vendita finalmente le ultime annate, ma ha atteso quasi dieci anni dall’impianto delle prime vigne. Ha lasciato, con molta serietà, che le radici potessero andare davvero a fondo.
I vini sono ottenuti da Chardonnay (Jean Parisot, il tenace, si dice che fosse capace di convertire un protestante, quindi attenti… voi detrattori dello Chardonnay e della barrique potreste ricredervi!), Merlot e Cabernet Sauvignon (Antonio Manoel, l’opulento), Syrah e Cabernet Franc (Philippe Villiers, il robusto). Esprimono tutti il sole maltese, ma con un’eleganza che può ambire alle tavole dei grandi intenditori. Purtroppo non sono ancora importati in Italia, ma meriterebbero di arricchire le carte dei migliori ristoranti dall’ambizione cosmopolita.

La collezione di Ta’ Betta

I nostri assaggi

Tralasciamo le annate più vecchie, che ci hanno consentito di comprendere la costanza qualitativa dei vini, e riportiamo alcuni commenti sulle più recenti. Tutte le annate sono a disposizione dei soci del wine club.

Jean Parisot

Chardonnay 100%
5.000 bottiglie

2017
Annata particolare, per le vicende narrate. Nonostante ciò, più in stile Sonoma che Borgogna, un vino equilibrato, con intriganti note tostate fumé intersecate con delicata ginestra e frutta esotica; tocco di miele al palato.

2018
Il sole: dorato brillante, sprigiona aromi di agrumi e di fiori (biancospino). Opulenza dal legno, morbidezza e calore, senza cedimenti, con finale carnoso e notevole precisione di frutto.

2019 (dalla botte, in vendita da marzo 2020)
Profumo deciso di fiore giallo, frutta in abbondanza, mantiene la promettente freschezza, concentrazione di frutto.

Antonio Manoel

Merlot 60%, Cabernet Sauvignon 40%
9.000 bottiglie

2016
Floreale, con intense note di lampone e fragole, speziato. Erbe mediterranee, riemergono all’assaggio ciliegia e sottobosco.
In bocca sensazione di seta spessa; persistente e sapido, speziato e floreale con finale di piccoli frutti.

2017
Aromi intensi di frutti di bosco (fragoline e more), tocco erbaceo, setoso, robusto con alcol abbondante, ma ben in equilibrio con la concentrazione del frutto. Molto persistente.

2018 in vendita da marzo 2020.

Philippe Villiers

Syrah 70%, Cabernet Franc 30%
12.000 bottiglie

2010
Bouquet ampio dalle note tostate (caffè e cacao) e venature di freschezza (menta); tocco floreale (rosa rossa). Palato leggermente erbaceo, ma infine profondo, molto lungo, con retrogusto di mirtilli.

2016
Frutto rosso intenso, composta di fragola e mora. Al palato è ricco, denso di cioccolato e mirtilli, tannini morbidi e ottima freschezza.

2017
Annata potente, trionfo di frutti rossi e neri. Al palato esplosivo con una buona freschezza e finale floreale.

2018 in vendita da marzo 2020.

Nella foto: Juanito, Astrid e Betta

Questo articolo è tratto da Civiltà del bere 6/2019. Se sei un abbonato digitale, puoi leggere e scaricare la rivista effettuando il login. Altrimenti puoi abbonarti o acquistare la rivista su store.civiltadelbere.com (l’ultimo numero è anche in edicola). Per info: store@civiltadelbere.com

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© Riproduzione riservata - 09/12/2019

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