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Privacy e intimacy nel sottobicchiere elettronico

10 Febbraio 2017 Stefano Tesi

Raccogliendo qua e là un po’ di appunti su cose orecchiate di recente e da rileggere in chiave enoica, mi viene da sottolineare quanto segue. Primo: ogni secondo (secondo, non ora né minuto!) che passa, nel mondo, nascono 571 siti web (fonte Dig.it 2016). E sono tutti gratis. Non so di preciso quanti, ma buona parte di essi sono dedicati a vino, cibo e cucina.

Infotainment in rete

Secondo: le news, o meglio quella massa di notizie di infotainment che la rete ci propina quotidianamente, in perenne equilibrio tra informazione e intrattenimento, sono sempre più una commodity, cioè un prodotto sfuso e fungibile come le derrate all’ingrosso che girano il mondo sulle navi-cargo. E come il 70% del vino mondiale.

Dal blog a Facebook

Terzo: la bolla più o meno speculativa del blogging si sta sgonfiando. Sono sempre di più i blogger che arrancano a creare contenuti e a reggere la concorrenza, così decidono di chiudere per affacciarsi a quel grande blog collettivo, ma molto più facile da gestire, che è Facebook. Il luogo ideale per diffondere urbi et orbi notizie, idee, pensieri e scritti “leggeri”. Incluse note di assaggio e racconti di “eventi” vinicoli.

L'industria dello sharing

Quarto: tutto quanto sopra si traduce nella produzione inconsapevole e gratuita, ovvero di lavoro inconsapevole e gratuito, a favore di Mr. Zuckerberg e di altri grandi burattinai digitali. Informazioni, gusti, acquisti, spostamenti, frequentazioni personali compresi. Quinto e ultimo: anche bere vino sta somigliando sempre di più, di conseguenza, ad avere una microspia sotto il bicchiere, come si vedeva nei film di 007 quando la realtà non aveva ancora superato la fantasia. Complici esibizionismo e web-dipendenza, la sfera emotiva intima e interiore che un calice sapeva suscitare (vogliamo evocare il proverbiale “vino da meditazione”?) sta diventando una palestra di incontinenza su cui l’industria dello sharing, ovviamente, cavalca che è una meraviglia.

Il sottobicchiere elettronico

Ecco, dopo tutto questo vi racconto che qualche sera fa ho partecipato a un piacevole “evento” vinicolo. Dove la cimice sotto il bicchiere me l’hanno messa davvero: io mi registro (e così do il consenso al trattamento dei miei dati, piccolo dettaglio non irrilevante), loro applicano il chip, io vado ai banchi di degustazione e, appoggiando il bicchiere a un sottobicchiere elettronico pensato ad hoc per il servizio, automaticamente registro che vino ho assaggiato. Così la mattina dopo, o quando voglio, magari se ho alzato troppo il gomito o se ho perduto gli appunti, posso via email o forse perfino su un mio “creando” account farmi mandare la distinta delle bottiglie delibate, con tutte le caratteristiche e le informazioni di dettaglio necessarie.

L'accesso agli appunti di degustazione

Va da sé che anche il gestore del sistema, il produttore del vino, il sommelier che lo ha versato o chiunque usufruisca, si presume a pagamento, del servizio possono accedere alle medesime informazioni e in particolare alle mie, incluse preferenza, sequenza, orario. Le mie meditazioni sono diventate insomma esse stesse una commodity. Gratuita, si capisce. Non so voi, ma quando ci ho pensato mi è sembrato di sentire la voce accorata della mamma di quella soubrettina tv, poi finita in spettacoli scollacciati e infine porno, che, visto il primo fotoservizio osé della figlia, le sussurrò costernata: «È come se tutti ti avessero guardato nelle mutande».  
Questo articolo è tratto da Civiltà del bere 06/2016. Per continuare a leggere acquista il numero nel nostro store (anche in edizione digitale) o scrivi a store@civiltadelbere.com. Buona lettura!

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